01/09/2024
LETTURE ESTIVE: LA TRILOGIA DI ELISABETH STROUT SU LUCY BARTONl
Dopo “Olive Kitteridge” (premio Pulitzer 2009) la Stout dà vita ad un nuovo straordinario personaggio, Lucy Barton. Cresciuta nell’Illinois in un ambiente degradato, una madre anaffettiva, un padre malato, un fratello ritardato e una sorella astiosa. Trova la forza per lasciarsi alle spalle quel mondo, e a New York inizia una nuova vita. Sposa William, un tedesco benestante da cui avrà due figlie. Diventa una scrittrice di successo. Ma il passato continua a ossessionarla attraverso i suoi romanzi. Conoscerà il dolore della perdita di un marito. La difficoltà nel far crescere le figlie. Ma riuscirà infine a riconciliarsi con le persone amate, persino con chi l’ha messa al mondo, perché quando la vita è agli sgoccioli talvolta torna indietro e ricompone i tasselli mancanti. È questo il contesto che fa da sfondo alla trilogia. Ogni romanzo dei tre è un crescendo di snodi narrativi avvincenti e di momenti topici che fanno di quest’opera una delle più riuscite della Strout.
Il primo della trilogia è “Il mio nome è Lucy Barton” (2016) è il meno riuscito. Lo si può rivalutare forse solo dopo aver letto gli altri due. Si svolge in un ospedale dove Lucy passa tre settimane per complicazioni post-operatorie. Lontana dal marito, impegnato dal lavoro, e dalle figlie adolescenti. Il tempo non passa mai, finché un giorno va a trovarla la madre.
“Mamma, perché sei qui”? chiede Lucy. “Perché mi ha chiamata tuo marito e mi ha chiesto di ve**re. Aveva bisogno di una babysitter per te, credo”.
Seduta al suo capezzale e sollecitata dalla figlia, la madre le racconta le vite delle persone che Lucy ha conosciute quando abitava in famiglia. Storie che risvegliano un passato doloroso mai sopito.
Il romanzo è centrato sulle cinque giornate in cui la madre resta al capezzale della figlia. Lo sviluppo del racconto è monotono, il ritmo fiacco, mancano i guizzi di maestria cui la Strout ci ha abituati. Manca pathos e ritmo. Ma dopo aver letto gli altri due romanzi, anche questo ritrova una sua collocazione nella trilogia
Il secondo, “Oh William” (2021) ha più smalto e vivacità, la storia prende strade impreviste che catturano il lettore. Qui la Strout ritrova qui la sua vena migliore.
Lucy divorzia da Will per i suoi continui tradimenti. In seconde nozze sposa David, un violoncellista, anche lui proveniente da un ambiente povero e oppressivo in cui Lucy può rispecchiarsi e sentirsi compresa. David e Lucy si amano ma lui la lascia vedova troppo presto. Intanto William si è sposato altre due volte, sistematicamente lasciato dalle mogli. Ora, a distanza di anni, anziani e soli, William e Lucy riprendono a frequentarsi. E lentamente nasce fra loro una tenerezza inaspettata che consente di riguardare al partner con occhi non più offuscati dagli impeti della giovinezza. La forza del romanzo è nell’abilità introspettiva nel disegnare i caratteri dei personaggi, nella limpidezza dei pensieri con cui, lentamente, Lucy e William si rivelano l’uno all’altra, aprendosi ad una nuova vita. Tornano insieme, non per evitare la solitudine, ma con una consapevolezza nuova con cui si riscoprono e imparano a stare bene insieme. Anche se William non riesce ad esternare il suo amore a parole. Un romanzo pervaso da tenerezza, animato da uno stile leggero che arriva al cuore e una scrittura apparentemente semplice, frutto di un sapiente lavoro di cesello.
Ma è con “Lucy davanti al mare” (2022) che la Strout raggiunge il vertice tanto da poterlo considerato uno dei suoi romanzi migliori.
A New York imperversa il Covid che cambia la vita di molti e ne distrugge tante altre. William convince Lucy a fuggire con lui nel Maine, in una casa isolata sull’Oceano, dove i contagi non sono ancora arrivati. Insieme iniziano lì una quotidianità fatta di confidenze ritrovate, di segreti condivisi, di paure confessate che li portano a riscoprire un sentimento dimenticato pur nella tempesta che incalza.
Il modo in cui la Strout riesce a farci scorgere i moti dell’anima di Lucy e William dinnanzi alla tragedia, a descrivere le svolte del cuore inaspettate alla loro età, il riaccendersi un sentimento di compassione che consente di accogliere le proprie e altrui fragilità e a ricucire le ferite, è davvero magistrale.
Non cede mai al sentimentalismo. I dialoghi sono credibili e potenti, come il quello finale fra la madre e una figlia che vorrebbe separarsi dal marito per la propria difficoltà a superare il trauma del ripetersi di aborti spontanei, è un tale pezzo di bravura che una matita non basterebbe a sottolineare i tanti passaggi indimenticabili.
Nei suoi romanzi la Stout, e in questo in particolare, ha il coraggio di svelare il potere della speranza (al di là di qualunque credo religioso), di risvegliare quella forza che ci tiene a galla e a mostrarr uno spiraglio ci fa intravvedere una via d’uscita anche laddove tutte le porte sembrerebbero chiuse.
Se dovessi coniare un aggettivo per la Strout direi che è “la poetessa delle luce” che riesce a trasmetterci un po’ di sole nell’acqua gelida.