17/09/2026
Ieri 16 settembre 2026 la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha depositato ben sette ordinanze gemelle, numerate da 25377 a 25383, che intervengono su una delle questioni previdenziali piú discusse degli ultimi anni, poiché riguardano la determinazione della contribuzione dovuta dal socio lavoratore di società a responsabilità limitata iscritto alla gestione artigiani o commercianti.
Le sette vicende condividono lo stesso impianto argomentativo e la stessa composizione del collegio, dunque il messaggio che ne esce é particolarmente netto e difficilmente riducibile a una pronuncia isolata. In tutti i giudizi l'INPS aveva calcolato la contribuzione eccedente il minimale sulla totalità del reddito d'impresa dichiarato dalla società ai fini IRES, benché gli utili non fossero mai stati distribuiti, e i giudici di merito avevano escluso la pretesa contributiva sulla parte rimasta nel patrimonio sociale.
Il principio affermato dalla Corte é che il socio deve contribuire soltanto sulla quota di reddito d'impresa a lui imputata ai fini IRPEF, pertanto gli utili accantonati a riserva e non distribuiti restano esclusi dalla base imponibile previdenziale. Il ragionamento muove dall'articolo 3-bis del D.L. 384/1992, il quale àncora la contribuzione alla totalità dei redditi d'impresa denunciati ai fini IRPEF e valorizza l'autonomia patrimoniale della srl, siccome il reddito prodotto dalla società e rimasto nella società non costituisce reddito IRPEF del socio.
Sul piano dell'efficacia temporale occorre chiarire un equivoco che circola con una certa frequenza, poiché la Cassazione ha introdotto una regola interpretativa che non decorre dalla data di deposito, bensì ha interpretato il significato che la norma già possedeva.
Non si tratta quindi di affermare che dal 16 settembre 2026 gli utili non distribuiti cessano di essere contributivi, bensì di riconoscere che quegli utili non erano soggetti a contribuzione personale del socio neppure negli anni precedenti, sempre che non ricorressero i presupposti di imputazione.
Il principio può pertanto essere invocato anche con riferimento ad annualità anteriori al 2026, purché non siano intervenute decadenze, prescrizioni o altri ostacoli processuali, ma la formula dell'efficacia ex tunc, pertanto, non equivale affatto a un rimborso automatico del passato.
Il riferimento resta la prescrizione quinquennale dei contributi e occorre verificare quando sia sorto il singolo credito vantato dell'INPS e se siano intervenuti atti interruttivi rimanendo pacifico che pro-futuro i contributi previdenziali in oggetto non saranno più dovuti, la procedura operativa da rivedere per ogni singolo contribuente che abbia versato tributi previdenziali deve quindi incentrarsi sulla verifica degli avvisi ricevuti e valutando tempestivamente il riesame in autotutela oppure il ricorso, affinché il nuovo orientamento possa essere fatto valere prima che maturino termini e decadenze.
In un contesto nel quale la riduzione del peso fiscale e contributivo sul lavoro autonomo e sulle piccole imprese é diventata una direttrice riconoscibile dell'azione dell'attuale Governo, non solo si sta lavorando con continuità alla semplificazione degli adempimenti ma anche e forse soprattutto alla ricerca di un rapporto più equilibrato fra contribuente e amministrazione finanziaria. L'intervento della Suprema Corte si inserisce quindi coerentemente in un percorso di maggiore equità del diritto tributario.
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Ieri 16 settembre 2026 la sezione lavoro della Corte di Cassazione ha depositato ben sette ordinanze gemelle, numerate da 25377 a 25383, che intervengono su