31/03/2020
La paura ai tempi del coronavirus
La paura, come tutte le emozioni, è una nostra grande alleata ed è l’emozione che ci accumuna in questa situazione drammaticamente straordinaria. Senza l’emozione della paura non saremmo stati in grado di sopravvivere né di evolverci, in quanto essa ci mette in condizione di reagire al pericolo e ci induce ad adottare comportamenti di autoprotezione e/o di fuga. Tutti i nostri sensi sono il ponte attivo con l’ambiente che ci circonda e attraverso di essi costruiamo le tracce consapevoli e inconsapevoli, dei nostri pensieri e dei nostri comportamenti.
Ma ciò che stiamo sperimentando in questa situazione è che nulla sembra essere cambiato e allo stesso tempo molto è cambiato.
I nostri schemi mentali, le nostre abitudini continuano a rassicurarci che la nostra vita continua a svilupparsi attraverso la consueta esperienza. Abbiamo bisogno di alcuni millesimi di secondo la mattina quando ci risvegliamo per integrare le nuove informazioni : il silenzio intorno a noi, il non poter uscire, le risorse a cui siamo abituati che non sono più così immediatamente disponibili , ma per potervi attingere e uscire bisogna fare piani e organizzarsi (mascherine e guanti, file, etc ).
E’ una condizione asimmetrica e distonica tra il nostro sistema fisio-biologico di percezione del pericolo e il sistema di nuove informazioni che dobbiamo integrare a livello mentale ed è questo che ci fa sentire fortemente disorientati e preoccupati, soprattutto riguardo la nostra capacità di proiettarci in un domani che appare al momento del tutto destrutturato rispetto al prima.
Il pericolo non è visibile, inatteso e grave come ha detto Mattarella, arriva prevalentemente dalle fonti di informazione, dalla televisione, dai social, dai WhatsApp: è vicino ma invisibile. Potrebbe addirittura nascondersi dentro di noi senza che si manifesti. Un nemico che si annida in quelle manifestazioni relazionali che sono la fonte di nutrimento della nostra affettività, del nostro piacere, del sentirci parte di un contesto relazionale a cui apparteniamo. La relazione tra l’ io e l’altro, fondata sugli scambi diretti, è momentaneamente espropriata del contatto, dei baci e degli abbracci, dal calore della vicinanza, cioè di quel capitale di scambi fisici, corporei, affettivi che sono una grande fonte di rassicurazione.
E’ una situazione in cui facciamo i conti in modo traumatico e ineludibile con la fragilità della nostra vita, con il nostro essere limitati e imperfetti. La vita quotidiana con i suoi ritmi, la strutturazione sociale del tempo, con gli obiettivi del lavoro e le cose da fare e conquistare, ci fornisce l’illusione di un principio di continuità, il quale a sua volta è ciò che ci permette di sognare e proiettarci nel futuro.
Il pericolo imminente strappa il velo della continuità e ci inchioda al presente, a fare i conti non solo con la paura del coronavirus, ma con tutte le nostre paure di essere umani imperfetti.
Joseph E. LeDoux, uno dei più noti neuroscienziati moderni scrive: “I circuiti prefrontali della memoria elaborano lo stimolo, i ricordi e il feedback proveniente dall’eccitazione nervosa e corporea. Tutto questo si combina a formare lo schema della tua paura, un complesso di tutto quello che hai imparato nella tua vita a proposito delle cose pericolose. Questo schema include il modo in cui normalmente reagisci al pericolo, come ti aspetti di rispondere a questa particolare situazione e come ti aspetti che gli altri reagiscano rispetto a te. Se si tratta di una situazione sociale entrano in gioco altri fattori. Una volta che lo schema è stato completato diventa la base della tua esperienza. Quindi, dato che ognuno ha un diverso schema della paura, ognuno avrà una specie unica di paura. “
Ognuno ha un modo soggettivo di reagire alla propria paura e ognuno ha una sua specifica unica paura .
In questa situazione, costretti a non uscire, sospesi dai tempi del lavoro esterno il tempo fa quasi paura.
Paura del tempo, del tempo presente e del tempo che verrà. Chi ha un tempo della propria vita molto etero-strutturato secondo routine precise soffre molto il tempo autodiretto. Quando siamo noi a dettare il nostro tempo più facilmente si fa i conti con i nostri desideri e con le nostre inerzie, con il rimettere in discussione il senso della nostra di vita e di come la stiamo utilizzando, con il timore di non sapere impiegare proficuamente il nostro tempo (che non si ripeterà perché il tempo non lo possiamo mettere da parte, non si immagazzina, Il tempo scorre, non ci aspetta) .
La paura ai tempi del coronavirus è un’occasione per imparare ad ascoltare le nostre paure, ad accogliere questa parte fragile di noi, a commuoverci per la nostra finitezza e fragilità e lasciarci sapere, fino in fondo, fino in fondo, quanto questo ci accumuni tutti come esseri umani.