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PONTIFESS Momento Memetico è una pagina umoristica, di impostazione satirica e di stampo memetico, ma anche ermetico! Castigarne uno per castigare tutti!

Banshee Chapter del 2013 è un horror dimenticato, ma non dimenticabile. In realtà sotto la scorza dell'horror "semi foun...
02/09/2026

Banshee Chapter del 2013 è un horror dimenticato, ma non dimenticabile.

In realtà sotto la scorza dell'horror "semi found footage" nasconde un racconto romanzato e di fantasia sulla vita di Hunter S. Thompson, giornalista che potremmo definire sgregolato, ma nel senso laterale.

Un film che si muove tra deliri psichedelici a horror commerciale del periodo, mescolando la narrazione fiction con fatti realmente accaduti. Nella pellicola vengono utilizzati filmati d'epoca sugli esperimenti della CIA, facendolo in maniera magistrale, e ovviamente le parti reali fanno molta più paura dei mostri del film, che sono comunque godibili.

La trama è la classica indagine dell'investigatore che si infila a capofitto nell'incubo.

In questo caso una bella giornalista che indaga sulla scomparsa di un amico "troppo curioso ", ma nella visione è bene andare oltre la semplice narrazione e cercare una sorta di codice segreto in un film che parla di messaggi nascosti nelle radio che ripetono numeri.

Voto? Se anche voi sparate in mutande nella steppa a mostri che apparentemente non visibile da altri: 10. Altrimenti diremmo un 6.5, ma armatevi 44 Magnum, stanno arrivando!

(Osiander)

Pè Provocà
01/09/2026

Pè Provocà

Pubblicato nel settembre 1988, "In questo mondo di ladri" è stato uno dei più grandi successi per Antonello Venditti. 🎺🎹🎺

[In foto Venditti con il suo iconico outfit, mai così abbronzato]

Highway 61 Revisited.
31/08/2026

Highway 61 Revisited.

31 agosto 2026, compie oggi 81 anni il formidabile Van Morrison! Un traguardo che sembra incredibile se pensiamo a quant...
31/08/2026

31 agosto 2026,
compie oggi 81 anni il formidabile Van Morrison!

Un traguardo che sembra incredibile se pensiamo a quanto la sua voce, i suoi dischi e le sue parole continuino a parlarci con la stessa urgenza di sempre.

Per me, il suo nome rimanda subito a un disco in particolare: Down the Road, uscito nel 2002, il primo che ascoltai e che rimase come una porta d’ingresso verso il suo mondo. Un mondo fatto di soul, jazz, folk e quella magia senza tempo che lo ha reso unico.

Ricordo ancora l’impatto di quelle canzoni, la sensazione che fosse musica antica e nuova allo stesso tempo, capace di evocare strade polverose, bar fumosi e notti che non finiscono mai.

Da lì arrivai a Astral Weeks, a Moondance, a Into the Music, come se un filo invisibile mi stesse guidando tra le pagine della sua storia sonora.

Oggi, 31 agosto, Van Morrison compie 81 anni, e guardando indietro a ciò che ha dato alla musica e a chi lo ha incontrato lungo il cammino, sembra quasi impossibile racchiuderlo in una definizione.

È stato visionario e tradizionalista, mistico e terreno, poeta e cronista. E ancora oggi, ascoltando Down the Road, ritrovo la stessa emozione di quel primo incontro, come se fosse ieri.

Auguri Van, e grazie per averci insegnato che la musica può essere un viaggio infinito!

😎🥰 [ Testo di Dario Greco scritto in occasione degli 80 anni di Mr. Morrison ] 🥰 😎

Ricordi Pè Provocà.
30/08/2026

Ricordi Pè Provocà.

E intanto, nell’indifferenza delle istituzioni, la trasformazione di Damiano dei Maneskin in Giovanni dei Aldo Giovanni e Giacomo è al 94%

(Alessandro Lino)

Workingman’s Blues  #2: dignità, lavoro e America in cambiamento.🪕 🎼  [ A cura di Bob Dylan Studio Album ] 🎼 🪕«Workingma...
27/08/2026

Workingman’s Blues #2: dignità, lavoro e America in cambiamento.

🪕 🎼 [ A cura di Bob Dylan Studio Album ] 🎼 🪕

«Workingman’s Blues #2» occupa un posto particolare in Modern Times (2006). Il titolo viene da Merle Haggard e dalla sua Workin’ Man Blues: Dylan prende lo schema del country operaio e lo trasforma in qualcosa di più amaro e personale. Racconta un uomo che si ritrova improvvisamente fuori posto nel proprio Paese.

La prima strofa sembra uscita da un giornale economico: «The buying power of the proletariat’s gone down». I salari sono bassi, bisogna competere all’estero, il denaro scarseggia, risparmiare è impossibile.

Dylan introduce così una realtà concreta: una classe lavoratrice che scopre che il lavoro, da solo, non basta più.

Proprio quando la canzone sta per diventare denuncia sociale, Dylan cambia direzione.

Il protagonista non è un portavoce, non lancia slogan, non cerca colpevoli. Semplicemente ci dice ciò che gli sta succedendo. E più racconta, più quella condizione economica si allarga fino a diventare qualcosa di più vasto e più umano.

Ha paura della fame. Non riesce a mettere da parte un soldo. Gli hanno bruciato il fienile e rubato il cavallo. Sta scendendo e non vuole finire nella criminalità. Sono immagini di un’America più antica di quella della globalizzazione. Ed è qui che si rivela la forza del brano: Dylan canta il presente con frammenti di un passato che non è mai davvero scomparso.

Il protagonista vive in due epoche allo stesso tempo. Parla di potere d’acquisto e competizione internazionale, e insieme ascolta le rotaie, parla di cavalli, fienili, banditi, battaglie sulle colline e preghiere. Dylan lascia convivere l’America moderna e quella delle vecchie ballate, come se il lavoratore del XXI secolo fosse ancora un uomo della frontiera.

Questa scelta tiene la canzone lontana dal documento politico del 2006. La crisi è reale, ma a Dylan interessa soprattutto ciò che produce dentro un individuo. Quando dice «I’m just trying to keep the hunger from / Creepin’ its way into my gut», la fame è concreta e allo stesso tempo diventa paura di perdere se stesso, di scendere ancora, di essere cancellato.

Arriva il ritornello: «Meet me at the bottom». Incontriamoci in fondo. Una frase quasi brutale nella sua semplicità. Non chiede rivoluzione né salvezza. Chiede compagnia. Porta i miei stivali e le mie scarpe. Puoi restare indietro o combattere in prima linea. In ogni caso, vieni.

Il workingman di Dylan non è soltanto un lavoratore. È un uomo che cerca di conservare una forma di dignità mentre tutto intorno gli dice che quella dignità non vale più. Il lavoro gli dava un posto nel mondo; ora quel posto vacilla. La cosa più dolorosa non è solo non vivere come prima, ma sentirsi diventato invisibile.

Questa sensazione emerge con forza in uno dei passaggi più belli: «Tell me, am I wrong in thinking / That you have forgotten me». La domanda potrebbe essere rivolta a una donna, alla famiglia, alla società, all’America o a Dio. Dylan non sceglie, e proprio per questo la frase diventa più grande della situazione da cui nasce.

Anche l’amore entra senza interrompere il racconto. «You are dearer to me than myself». Poco dopo compare il padre, intravisto per strada: «At least I think it was him». Un’immagine straniante e malinconica. Persino il volto del padre non è più una certezza. La perdita economica si confonde con una più generale perdita di coordinate.

Poi c’è il viaggio. Il protagonista pensa di tornare a casa tra un mese o due, quando arriverà il gelo sulla vite. Parla della propria anima, della preghiera del fuggitivo, del giudizio finale.

La canzone continua a muoversi mentre il mondo si restringe. Alla fine rimane una domanda che riassume tutto: «Look at me, with all of my spoils / What did I ever win?»

È il punto più amaro. Dopo tutta la fatica e la battaglia, cosa è rimasto? Un vestito nuovo, una moglie nuova, la possibilità di vivere di riso e fagioli.

E subito dopo una delle stoccate più asciutte di Dylan: «Some people never worked a day in their life / They don’t know what work even means».

La forza di queste parole sta nella semplicità. Dylan mette davanti all’ascoltatore una frattura già chiara nel 2006: chi continua a lavorare senza riuscire più a costruirsi sicurezza e chi non ha mai conosciuto il significato concreto del lavoro.

Musicalmente il brano fa convivere gli elementi country, blues e folk di Modern Times, ma con una leggerezza per una volta quasi ingannevole. La melodia è fluida, il ritmo procede senza fretta, la voce di Dylan evita ogni enfasi e l'assenza di retorica a rende il tutto ancora più potente ed efficace.

Dylan entra nella voce del lavoratore e lascia che sia quell’uomo a raccontare la propria caduta, la propria ostinazione e il proprio orgoglio. Il risultato è uno dei ritratti più alti e sobri della sua maturità.

«Workingman’s Blues #2» è molto più di una canzone sul lavoro. È il ritratto di un uomo che scopre quanto sia fragile il posto che credeva di essersi conquistato.

L’America contemporanea entra con i salari e la competizione globale, e viene subito attraversata da un’America più antica: treni, cavalli, strade, fughe e preghiere. Dylan lascia vivere la contraddizione dentro la canzone.

E forse è proprio questo che rende il brano uno dei più importanti di Modern Times: più che parlare della crisi del lavoro, mette in crisi un’idea americana secondo cui lavorare, resistere e continuare ad andare avanti dovrebbero bastare.

Qui, invece, il protagonista è arrivato in fondo.
E chiede soltanto che qualcuno lo raggiunga.

Con Into the Music Van Morrison chiude un ciclo per inaugurarne, l'anno seguente, uno nuovo. Le canzoni sono un po' più ...
25/08/2026

Con Into the Music Van Morrison chiude un ciclo per inaugurarne, l'anno seguente, uno nuovo.

Le canzoni sono un po' più lunghe rispetto ai suoi album precedenti. Morrison ha detto che il concetto originale era ancora più esoterico ed è stato fortemente influenzato dalla sua lettura dei poeti della natura.

"Non trovai mai un compagno che fosse tanto buon compagno come la solitudine", sostiene giustamente Henry David Thoreau.

Common One divise la critica all'epoca della sua pubblicazione. Graham Locke lo definì "colossalmente compiaciuto e cosmicamente noioso; una pugnalata alla spiritualità interminabile, vacua e tristemente egoistica".

Per Dave McCullough si tratta invece di un lavoro cerebrale e ispirato, volutamente diverso e distante dal canone di canzoni che aveva scritto negli anni precedenti.

Tom Carson esalta le qualità sonore e compositive del brano "Satisfied", il vero capolavoro presente sul disco, dove "la semplicità per cui Morrison si impegna arriva come qualcosa di naturale e senza sforzo, come un dono di grazia".

Un lavoro maturo e ambizioso, anche se a tratti un po' freddo e cerebrale, rispetto ai suoi precedenti lavori meglio riusciti.

Per Carson Van Morrison è un grande cantante che probabilmente non ha mai pensato alla musica in termini formali o addirittura drammatici. Invece, ha cercato uno stile che seguisse, il più fedelmente possibile, qualunque cosa stesse pensando, ovunque ciò potesse portarlo.

In Common One, ha reclutato il veterano P*e Wee Ellis per il suono di cui ha bisogno, non solo dando al sassofonista piena influenza sugli arrangiamenti dei fiati e sulla direzione musicale generale, ma rendendolo l'altra "voce" nei dialoghi di Morrison con sé stesso.

Su uno sfondo scarno e quasi statico di organo da chiesa, chitarra intermittente e percussioni nervose e fuori tempo. Il sax di Ellis mette in ombra il cantante, ponendo domande e sollevando dubbi.

In "Haunts of Ancient Peace", il sassofono si intreccia come luci intraviste da una nave in mare, dandoci il benvenuto per un minuto e poi all'improvviso avvisandoci della barriera corallina. Alla fine della canzone, Ellis riesce, in poche note a minare ogni pretesa di calma fatta da Morrison.

In "Summertime in England", il suo piacere fisico e incontenibile alle parole "You 'll be happy dancing" comunica lo specifico rapimento. Sta cercando qualcosa di molto meglio di tutte le ponderose sciocchezze sulla "tua tunica rossa che penzola" e sull'essere "alto nell'arte della sofferenza".

In “Satisfied” la semplicità a cui Morrison aspira è qualcosa di naturale, come un dono della grazia. "Ho ottenuto il mio karma da qui direttamente a New York".

Il canto di Van Morrison e gli schemi di fiati stilizzati e meravigliosamente modulati di P*e Wee Ellis qui ricordano molto il lavoro di Al Green. Ma Morrison reinventa Green nello stesso modo in cui ha reinventato Ray Charles, trovando il suo sentimento nella tecnica dell’altro e la sua tecnica nel sentimento dell’altro.

“Satisfied” è un altro brano importante presente in Common One, uno dei momenti più rivelatori del disco. Morrison identifica la serenità, lo zenit con il silenzio.

Nella composizione di apertura, è grato per “le parole che non abbiamo bisogno di dire” e conclude la prima parte interrogandosi con l'ossimoro: "Riesci a sentire il silenzio?". Ed è proprio qui che avviene la svolta nel canzoniere e nella discografia dell’irlandese.

Common One inaugura infatti un ciclo, forse in seguito portato a compimento con un altro capolavoro: quel Hymns to the Silence, doppio album del 1991, di cui tratteremo più avanti, lungo il sentiero della guida all’ascolto di Van Morrison.

Nel 1982, Lester Bangs ha rivalutato Common One, sostenendo che: "Van Morrison stava facendo musica sacra anche se non pensava di farlo, e noi critici rock avevamo commesso il nostro solito errore di prestare troppa attenzione ai testi".

Tra i detrattori del lavoro troviamo poi Robert Christgau, il quale con una iperbole lo stronca definendolo il suo disco peggiore dai tempi di Hard Nose the Highway (sigh!), ma al contempo capace di impressionare i suoi devoti fan.

Difficile capire il senso di tali affermazioni, ma per chi conosce bene Christgau, sa che non è la prima e neppure l'ultima delle sue stravaganze.

Nel 2009, Erik Hage ha affermato che "la reazione critica dominante lo rappresentava come proibitivo, sentenzioso e inaccessibile, quando in realtà è pieno di molta melodia e bellezza". All Music in seguito scrisse: "Non c'è da stupirsi che i critici rock dell'epoca non l'abbiano compreso e apprezzato. Si tratta di musica al di fuori del pop mainstream, e persino differente rispetto al precedente territorio musicale di Morrison.

Conserva il suo potere di trance e di musica curativa, ancora oggi. Una menzione a parte è per P*e Wee Ellis, arrangiatore dei fiati, presente su tutto l'album. Jeff Labes dirige invece la sezione d'archi. Due contributi fondamentali per la buona riuscita del vestito sonoro e musicale di Common One, dodicesimo disco in studio per Van Morrison.

In Common One c'è un titolo che spicca su tutti, probabilmente uno dei maggiori capolavori di Van Morrison, cioè Summertime in England. In questo pezzo il Nostro si allontana quanto più possibile dai facili percorsi che aveva battuto in giovinezza, prima coi Them, poi guidato da Bern Berns e infine da sé stesso, dal suo intuito di autore sensazionale di singoli con alto engagement radiofonico.

Non è affatto una cosa di cui vergognarsi, essere capaci di scrivere pezzi destinati alle radio, per infiammare il pubblico più generalista, come si usa dire oggi giorno.

Common One pur essendo il disco che inaugura formalmente il decennio degli anni Ottanta è la cosa meno pop mai registrata da Van Morrison, e per nostra fortuna si tratta di un gioiello raro. Un rubino prezioso che bisogna saper custodire e apprezzare, nel tempo.

Non è esattamente il primo disco che consiglierei a chi volesse approcciarsi all'opera di questo geniale cantautore, ma non è nemmeno il lavoro poi così ostico, per chi probabilmente viene da certo rock progressivo anni Settanta.

🥰 😇 [ Testo di Dario Greco ] 🥰 😇

Neil Young Pè ProvocàStreet-Legal
24/08/2026

Neil Young
Pè Provocà
Street-Legal

Capolavoro del Neil Young anni Settanta, On the Beach rappresenta il primo capitolo della Trilogia del dolore.

È l’anno di grazia 1974, quando il cantautore canadese Neil Young pubblica il suo quinto album.

Alla base di questo nuovo lavoro di impostazione folk rock con venature blues, troviamo narrazioni autoriflessive capaci di esplorare diversi tempi, dalla rabbia al nichilismo, fino ad esplodere a volte in un cauto ottimismo, molto spesso nella pura disperazione.

Non è certo un disco facile e da ascoltare a cuor leggere, ma rientra certamente tra le opere più riuscite e significative del cantautore nordamericano.

Si tratta del capitolo centrale della cosiddetta Ditch Trilogy, realizzata dopo il clamoroso successo di un album come Harvest, che segna un punto di svolta nella carriera del Neil Young solista.

Otto tracce, tutte bellissime, nessuna delle quale può essere esclusa, trattandosi a grandi linee di un vero concept album, almeno a livello di motivazione, significati e atmosfere, come era d’uso ai tempi della sua pubblicazione.

Registrato dopo Tonight’s the Night, On the Beach condivide parte della desolazione e della produzione grezza di quell’album, che è stato uno shock sia per i fan che per i critici, poiché questo era il tanto atteso seguito in studio del successo commerciale e Harvest di grande successo di critica, ma includeva anche suggerimenti che indicavano una prospettiva più sottile, in particolare nella traccia di apertura, “Walk On”.

Mentre la recensione originale di Rolling Stone lo descriveva come “uno degli album più disperati del decennio”, critici successivi come William Ruhlmann di Allmusic usarono il senno di poi per concludere che Young ” come addio alla disperazione, non essendo sopraffatto da esso”.

La disperazione di Tonight’s the Night, comunicata attraverso la sottoproduzione intenzionale e il pessimismo lirico, lascia il posto a un album più raffinato che è ancora pessimista ma in misura minore. Proprio come Tonight’s the Night, On the Beach non è stato un successo commerciale al momento della sua uscita, ma nel tempo ha ottenuto un’alta considerazione da parte di fan e critici.

L’album è stato registrato in modo casuale, con Young che utilizzava una varietà di musicisti di sessione e cambiava spesso i loro strumenti offrendo solo arrangiamenti scarni da seguire (in uno stile simile a Tonight’s the Night). Avrebbe anche optato per mix di canzoni ruvidi e monitorati piuttosto che un suono più raffinato, alienando i suoi ingegneri del suono nel processo.

Durante la registrazione dell’album, Young e i suoi colleghi hanno consumato un intruglio fatto in casa soprannominato “Honey Slides”, un goop di ma*****na saltata e miele che “sembrava eroina”, per volere del musicista di sessione e produttore de facto Rusty Kershaw. Questo può spiegare l’atmosfera dolce dell’album, in particolare la seconda metà dell’LP. Young ne ha detto “Buon album.

Un lato in particolare, il lato con ‘Ambulance Blues’, ‘Motion Pictures’ e ‘On the Beach’, è là fuori. È una bella registrazione”. “Walk On”, l’apertura dell’album, vede Young che combina la sua visione cinica con un tocco di chiusura e il desiderio di andare avanti e continuare a vivere.

Neil Young propone qui una sorta di remake della sua era Harvest “See the Sky About to Rain”, che era stato coverizzato dai Byrds un anno prima nel loro omonimo album di reunion.

“Revolution Blues” è stato ispirato da Charles Manson, che Young aveva incontrato nei suoi giorni di Topanga Canyon. “For the Turnstiles” è un ibrido country-folk con la chitarra banjo di Young e un’armonia vocale di Ben Keith, che suona anche dobro nella traccia. Il lato si chiude con “Vampire Blues”, un cinico attacco all’industria petrolifera.

Il lato B della versione LP si apre con “On the Beach”, una meditazione blues sui lati negativi della fama che è stata coverizzata da molti artisti tra cui Radiohead e Golden Smog, ed è seguita da “Motion Pictures”, un’elegia per La relazione di Young con l’attrice Carrie Snodgress. “Ambulance Blues” chiude l’album.

In un’intervista del 1992 per la rivista francese Guitare & Claviers, Young ha discusso dell’influenza di Bert Jansch sulla canzone: “Per quanto riguarda la chitarra acustica, Bert Jansch è allo stesso livello di Jimi Hendrix. Quel suo primo disco è epico.

È venuto dall’Inghilterra, e sono stato particolarmente colpito da “Needle of Death”, una canzone così bella e arrabbiata. Quel ragazzo era così bravo.

E anni dopo, su On the Beach, ho scritto la melodia di “Ambulance Blues” modellando la chitarra parte completamente su ‘Needle of Death’. Non ne ero nemmeno consapevole, e qualcun altro ha attirato la mia attenzione su di esso.”

La canzone esplora i sentimenti di Young nei confronti dei suoi critici, Richard Nixon, e lo stato di CSNY. La frase “State solo pisciando nel vento” era una citazione diretta del manager di Young riguardo all’inattività di CSN&Y.

Può sembrare scontato dirlo, ma è giusto ricordare quanto abbiano inciso sulla musica alcuni musicisti e cantautori canadesi come Joni Mitchell, Leonard Cohen, Bruce Cockburn, The Band e naturalmente Neil Young.

Ritengo che On the Beach sia uno dei dischi più intensi, memorabili e degni di nota del periodo, al pari di Blood on the tracks di Bob Dylan e di Veedon Fleece di Van Morrison, uscito nello stesso anno.

La copertina del disco di Neil Young, realizzata da Gary Burden su una fotografia di Bob Seideman contiene una citazione alla cover del romanzo “The Drought” di James Ballard (1965).

Capolavoro assoluto dell’epoca, il disco di Neil Young assurge allo status di cult album, nel corso del tempo. Oggi è stato pienamente rivalutato e riconsiderato, anche se non ebbe lo stesso impatto rispetto a lavori come Zuma, Harvest o After the Gold Rush.

Per chi scrive è stato per lungo tempo compagno di momenti duri, ma necessari per andare avanti.

🎸🎚️ [ Testo di Street-Legal ] 🎚️ 🎸

Locasciulli's Tree.
23/08/2026

Locasciulli's Tree.

Penso che sia ora di mettere definitivamente ordine a questa serie di attribuzioni inesatte sulla mia vita, sulla mia condizione, sulla mia provenienza e sulla mia appartenenza. Dopo non resta che bloccare uno per uno chi vuole continuare a offendere, a denigrare o ancora ad attribuirmi parole e gesti che non mi appartengono. Mi hanno dato del colluso, dello sfruttatore, del privilegiato, del vecchio rimbecillito, del nemico delle classi meno agiate e così via.... Se non mi venisse da ridere farei una strage.
Mio nonno paterno aveva una casa in un pezzo di terra di 7000 metri e di mestiere faceva lo "stalloniere", aveva degli stalloni per la m***a dei cavalli. Ha avuto un figlio che ha fatto studiare e laureare, che per tutta la vita ha fatto il veterinario, cominciando a girare le campagne (nel lontano 1953, col sole, col vento con la pioggia e con la neve) con una Lambretta.
Mio nonno materno a 14 anni lastricava come operaio le strade del nord Italia fino in Austria. Dopo è partito con i suoi 2 fratelli per l'America e ci è rimasto, con alcune interruzioni, per 30 anni. Facevano anche doppio turno e hanno messo da parte i risparmi che hanno consentito loro di tornare definitivamente senza molti problemi economici. Ha avuto tre figlie, due delle quali laureate, una è mia madre che ha insegnato lettere per 44 anni.
Siamo quattro figli, tutti laureati e tutti lavoratori a tempo pieno. Io ho studiato medicina e da studente ho fatto anche il cameriere per non pagare il pranzo e la cena, risparmiando così qualcosa per le mie necessità extra. Mi sono laureato nei tempi giusti. Mi sono sposato a quasi 26 anni e ho due figli e 6 nipoti. Quando ho cominciato a lavorare non c'erano i contratti collettivi e ti dovevi arrangiare se volevi provare a programmare il tuo futuro. Oltre all'assistente straordinario in ospedale (con paghe miserevoli), ho fatto altri 3-4 lavori che mi hanno permesso di non avere molti problemi economici. Negli anni dell'università e della prima maturità ho fatto campagna per il referendum sul divorzio, per l'aborto, ho partecipato alla marcia antimilitarista Trieste- Aviano nel 1976 e quando ho raggiunto una buona popolarità come cantante ho fatto molti concerti benefici e gratuiti tra i quali, mi piace ricordarlo come una cosa premiante per me, quello del teatro Olimpico nel 1989 grazie al quale ho potuto fare avere DIRETTAMENTE all'Ospedale Sant'Eugenio di Roma una considerevole somma di denaro con cui è stato aperto un Day-Hospital pediatrico per i bambini talassemici. A titolo gratuito sono stato nel consiglio di amministrazione dell'Ail (associazione per la lotta alle leucemie) fondata e diretta da Prof. Mandelli. Nel 1996 il comitato promotore dell'Ulivo mi ha chiesto di candidarmi per i Verdi alle elezioni Politiche: ho fatto trenta comizi e ho ricevuto 30.000 voti (i Verdi, purtroppo non raggiunsero il quorum). Ho partecipato alle campagne referendarie per il maggioritario e ho dato il mio appoggio alla nascita del PD, candidandomi a Pescara nella lista Sinistra per Veltroni. Nel 2014 sono stato candidato nella lista civica Valore Abruzzo per D'Alfonso Presidente sapendo già dall'inizio che non sarei stato eletto. Non ho mai ricoperto cariche politiche né amministrative nei partiti.
Ho lavorato con passione in Ospedale e ho coltivato la mia passione per la musica senza interferire in negativo con la professione medica, nella quale sono arrivato a dirigere un reparto. Non ho condanne penali, non evado le tasse, non ho fatto e non faccio uso di droghe e non ho debiti di riconoscenza con alcuno.... quello che ho realizzato l'ho fatto con i sacrifici che potevo fare, sull'esempio dei miei nonni e dei miei genitori.
Credo nel lavoro come asse portante della società, credo nella giustizia umana, sono per la solidarietà, sono fiero della mia appartenenza al contesto sociale in cui vivo, mi sento italiano fino alle ossa, abruzzese nell'anima e pennese nel cuore. Ringrazio Roma per avermi adottato e tutti quelli che mi hanno concesso la loro amicizia.
Sono perfetto? no, assolutamente. Ho commesso molti errori e, forse, ferito qualcuno. I pentimenti trovano sempre nuove sorgenti. Ma la vita terrena è questa. I santi stanno in paradiso

(L'immagine è stata creata con l'A.I.)

LA MIA GENERAZIONE | di Mematore Universale "Io appartengo a una generazione che ha avuto la sfortuna di nascere dopo. È...
22/08/2026

LA MIA GENERAZIONE | di Mematore Universale

"Io appartengo a una generazione che ha avuto la sfortuna di nascere dopo.

È una condizione assai meno poetica di quanto sembri. Nascere dopo significa arrivare quando la festa è già cominciata da un pezzo, quando i tavoli sono ingombri di bottiglie vuote, i camerieri hanno smesso di passare e quelli che sono entrati prima ti guardano dalla porta con l’espressione risentita di chi teme che tu possa pretendere qualcosa.

La generazione nata grosso modo tra il 1940 e il 1970 ha ricevuto quasi tutto ciò che una generazione può desiderare, e lo ha ricevuto nel momento storico in cui ottenerlo era relativamente semplice.

E adesso stiamo qui, nel 2026, a piangerci addosso come se avessero rubato l’oro di Fort Knox.

Hanno avuto il posto fisso. Oh, che orrore. Poveri noi.

Uno entrava in fabbrica a 18 anni e a 60 gli davano un orologio d’oro e la pensione. Che bastardi. Dovevano almeno lasciarti la possibilità di fare sei mesi di stage non retribuito a 35 anni, sennò che razza di formazione del carattere è?

Hanno comprato casa con due stipendi. Due. Non venti. Non con il mutuo a tasso variabile firmato sotto ricatto emotivo della fidanzata. Due stipendi e ti ritrovi le chiavi in mano.

Scandaloso. Oggi invece siamo evoluti: aspetti i 40 anni, preghi l’algoritmo di MutuiOnline e se va bene ti fanno entrare in un monolocale dove senti i vicini sc***re e piangere contemporaneamente.

E le pensioni. Le pensioni!

Quelle cose mitologiche che ti permettevano di smettere di lavorare mentre avevi ancora i denti tuoi. Adesso invece ti dicono “lavorerai fino a 71 anni” con la stessa faccia con cui ti dicono “è un’opportunità di crescita”.

Un’opportunità di crescere la barba bianca mentre ancora firmi il timesheet.

Il bello è che quelli lì hanno pure avuto il coraggio di chiamarsi “generazione del sacrificio”. Il sacrificio. Hanno fatto la ricostruzione, d’accordo. Ma poi hanno passato trent’anni a mangiare e a farci le prediche. “Ai miei tempi si facevano sacrifici”.

Sì, ai tuoi tempi il sacrificio consisteva nel non poterti permettere la seconda Alfa Romeo. Che dramma esistenziale.

E noi? Noi siamo quelli che devono essere flessibili, resilienti, proattivi, e se possibile anche un po’ depressi, perché sennò non sei autentico.

Cambi tre lavori in tre anni e ti guardano come se avessi un problema psichiatrico. Loro ne cambiavano tre in trent’anni e si chiamava “carriera brillante”.

Ma la verità, quella che di solito omettono i pezzi seri da dieci pagine, è che ci siamo pure auto-sabotati da soli. Genova 2001, il G8.

Quella fu la nostra personale Caporetto.

Siamo andati là convinti di cambiare il mondo a suon di corteo e molotov intellettuali, abbiamo preso una batosta storica, e da lì non ci siamo più rialzati. Ci siamo tagliati le gambe da soli, con il fiocco.

Dopo quella figuraccia collettiva abbiamo passato i vent’anni successivi a fare gli alternativi su internet e a lamentarci che il posto fisso non ce lo davano più.

Complimenti!

Alla fine il concetto è questo: hanno avuto la fortuna di nascere quando il mondo andava ancora in salita, e adesso ci guardano dall’alto della loro pensione mentre noi discutiamo se il sushi del discount sia etico.

E il peggio è che qualcuno nel 2026 si mette ancora a scrivere pezzi da dieci pagine per spiegarcelo con la faccia seria.

Cioè... come se non ci bastasse già questa dannata vita!"

🥸 [ Di Mematore Universale & Planet Waves | Da un'idea di Roberto Donati ] 🥸

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