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The Bob Dylan Blog + Bob Dylan Studio Album
17/06/2026

The Bob Dylan Blog + Bob Dylan Studio Album

C’è un aspetto che rende un artista come Bob Dylan il più grande di tutti. La storia dei suoi lavori minori (o presunti tali).

Under the Red Sky, stupendo titolo per il suo 27esimo disco in studio, fa parte di questa categoria. Probabilmente la sua Arkengemma, il Graal dei lavori minori, che li condensa e li giustifica tutti. Le motivazioni che andremo ad analizzare in questo post sono molteplici.

Innanzitutto un breve passo indietro sembra doveroso arrivati a questo punto della vicenda artistica del cantautore americano. Gli anni Ottanta, come abbiamo detto nei post precedenti sono stati una fase di luci e ombre. Malgrado ciò, Dylan si era saputo sottrarre dal baratro con un notevole, poderoso colpo di coda.

Si scrive capolavoro, ma si legge Oh, Mercy, album del 1989 registrato a New Orleans e prodotto dal mago Daniel Lanois.
Un lavoro di breve durata (appena 39 minuti) da cui restano però fuori autentici gioielli come Dignity, Series of dreams, Born in time e God Knows.

Qualsiasi artista non avrebbe rinunciato a questo materiale e lo avrebbe incluso subito nel disco che conclude un decennio, nella migliore delle ipotesi, travagliato e difficile per il Nostro.

Eppure Dylan lascerà fuori perfino dal disco successivo, questo Under the Red Sky, due delle migliori canzoni inedite che non avevano trovato spazio su Oh, Mercy. Si tratta di Dignity e di Series of Dreams. Per fortuna recuperare però Born in Time e God Knows, brani che assieme alla title track e ad altre 2-3 cose, sono i pezzi migliori del disco con cui il cantautore apre la sua quarta decade di attività discografica.

Stavolta l’autore che ha cantato, inciso e scritto i brani è davvero un uomo maturo e come tale andrebbe giudicato e analizzato. Tuttavia stiamo sempre parlando di Dylan, dove la somma delle parti non darà mai il risultato sperato.

Alcuni brani e soprattutto certi testi, vengono giudicati nonsense, banali, quasi delle filastrocche per bambini. Ecco svelato l’arcano: Bob Dylan ha avuto da poco tempo una figlia dalla moglie segreta, Carolyn Dennis, sua corista dal tour mondiale del 1978, che collaborato a Slow Train Coming, Saved ed Empire Burlesque.

Le canzoni banali che suonano quasi come filastrocche, sono in realtà un pregevole easter egg che il papà dedica alla propria bimba.

Una giustificazione tardiva per la sciatteria del nuovo canzoniere dylaniano? Assolutamente no. Nel tempo chi scrive e segue Dylan ha imparato che tutto ciò che vale per altri artisti e compositori, non può essere applicato per il principe dei cantautori nordamericani.

E Dylan è nuovamente nei guai. Dopo appena un anno dal grande ritorno con canzoni e testi davvero significativi, la critica torna all’assalto. Per obiettività bisogna dire che anche stavolta, come era già avvenuto durante il decennio passato, né l’autore né l’etichetta fanno niente per parare i colpi.

Stavolta contribuiscono al "disastro" anche ospiti in studio e produttori del progetto discografico. Si tratta di Don Was, David Was e di un certo Jack Frost. Frost, ma questo lo scopriremo più avanti nel percorso, non è altri che l’ennesimo pseudonimo di Dylan stesso.

Contribuisce a rendere il disco sfigato e meritevole di una stroncatura il fatto che appena due anni prima Dylan abbia preso parte alla superband composta da Tom Petty, George Harrison, Roy Orbison e Jeff Lynne, cioè i Traveling Wilburys.

Under the Red Sky sembra a prima vista una mossa creata ad hoc per cercare di cavalcare hype e successo di questa superband, che all’inizio aveva tentato di nascondere l’identità degli artisti che la componevano.

Nel disco in proprio Dylan si fa accompagnare da una lista di artisti appartenenti a diversi genere e generazioni, passando da Slash dei Guns N’ Roses a David Crosby, da Elton John a George Harrison, da Al Kooper a Stevie Ray Vaughan.

Vi risparmiamo la lista completa che potete trovare, se siete curiosi, consultando la pagina Wikipedia in inglese dedicata al disco.

Questa volta anche i più irriducibili appassionati e sostenitori di Dylan dovranno arrendersi, convenendo con ciò che sostiene la critica musicale, visto che dati alla mano, per ascoltare nuove canzoni scritte da Dylan bisognerà attendere 7 anni.

Le nuove uscite saranno tutte dedicate a materiale non autografo, dato che il Nostro inciderà per la prima volta dei dischi interamente composti da brani tradizionali e cover. Quasi un ritorno dopo trent’anni a quello che era stato il suo esordio discografico: l’eponimo Bob Dylan (1962).

Ma quali sono le ragioni per cui questo disco è considerato un lavoro minore? Fatta esclusione per la title track e per i brani composti in precedenza come Born in Time e God Knows, mancano in questo caso brani davvero degni di nota, capace di resistere al tempo.

Il disco suona volutamente sottotono, un po' dimesso, anche se a distanza di anni si può rivalutarlo proprio perché il suo contenuto è gradevole, non certo memorabile ma con canzoni che si lasciano ascoltare e apprezzare nell'insieme. Naturalmente non bisogna accostare questo disco di transizione a quello che l'ha preceduto (Oh, Mercy) e che lo seguirà (Time Out of Mind).

Gli anni Novanta, tutto sommato, lanciano un primo squillo di tromba per gli appassionati nostalgici di Dylan.

L’artista è tornato o comunque manca poco per vederlo in grande spolvero, come performer e autore di canzoni. La sbornia anni Ottanta sembra essere lontana. Presto arriveranno Grammy e altri premi importanti. E per l’ufficio stampa e il management sono previsti lavori straordinari, come non avveniva da metà anni Settanta.

Ai posteri l’ardua sentenza se questo sia un bene oppure no. Sotto un rosso ridente cielo.

Questa va condivisa!
17/06/2026

Questa va condivisa!

RESE NOTE TRAMITE ANPI LE LINEE GUIDA PER OTTENERE IL PATENTINO ANTIFASCISTA

Finalmente sono state rese pubbliche le condizioni per ottenere l’ambitissimo Patentino Antifascista, documento indispensabile per partecipare a fiere, dibattiti, presentazioni di libri, aperitivi resistenti e riunioni condominiali in zona ZTL.
Per superare l’esame sarà necessario quanto segue:

1) Sottoporsi a intervento preventivo a mano e braccio destro, così da impedire ogni movimento sospetto sopra l’altezza della spalla. Ammesso, in alternativa, certificato medico attestante rigidità permanente.

2) Saper cantare “Bella Ciao” almeno fino alla terza strofa, possibilmente con sguardo commosso e pugno chiuso. Chi sbaglia le parole potrà recuperare intonando “Contessa” o citando a memoria la trama della Corazzata Potëmkin

3) Apostrofare Giorgia Meloni esclusivamente con qualifiche approvate dal Comitato Etico della Superiorità Morale. Valide: “pesciarola”, “carciofara”, “pericolo per la democrazia”, "nanetta". Altri insulti dovranno essere sottoposti al vaglio del comitato. L’insulto personale è tollerato purché pronunciato in nome dell’inclusività.

4) Possedere almeno una bandiera palestinese, una bandiera arcobaleno e una maglietta del Che, anche se acquistata su Amazon con consegna Prime o su Temu. Se qualcuno ricorda che bandiera palestinese e arcobaleno sono incompatibili fare gli gnorri.

5) Condannare con fermezza tutti i dittatori di destra. Su Mao, Stalin, Pol Pot, Castro e compagnia cantante è raccomandato il silenzio meditativo. In caso di imbarazzo, usare la formula: “Sì, però il capitalismo…”.

6) Indignarsi per tutte le guerre del mondo, ma in ordine selettivo. La priorità assoluta va alla Palestina. Le altre milioni di vittime saranno ricordate compatibilmente con l’agenda mediatica, la stagione teatrale e la disponibilità di hashtag.

7) Essere sempre e comunque dalla parte degli immigrati, purché l’accoglienza sia gestita da cooperative rosse, comunque in altri quartieri, con altri soldi e possibilmente lontano dal proprio pianerottolo.

😎 Mostrare disagio davanti alla bandiera italiana, sospetto verso le forze dell’ordine e orticaria immediata alla parola “Patria”. Consentita la parola “Paese”, ma solo se preceduta da “questo povero”.

9) Rivendicare con forza lo Stato laico: niente crocifissi, presepi o simboli cristiani negli edifici pubblici. Naturalmente, negli stessi edifici, vanno previsti spazi di preghiera per i musulmani, perché la laicità è una cosa seria ma elastica.

10) Combattere senza tregua la cultura patriarcale, salvo poi spiegare che certi comportamenti (es. bastonare la moglie), se provengono da culture non occidentali, vanno “contestualizzati”. La donna è sacra, ma il relativismo culturale pure.

11) Odiare gli ebrei e aggredire chiunque esponga la stella di David o porti la kippah
Se qualcuno fa presente che erano i fascisti e i nazisti a odiare gli ebrei rispondere con un generico "gne, gne, gne".

12) Dichiararsi democratici e antifascisti.
sempre, soprattutto quando si chiede di escludere qualcuno da una fiera, da un dibattito o da uno spazio pubblico perché non sufficientemente antifascista.

Superate le prove, il candidato riceverà il Patentino Antifascista provvisorio, valido sei mesi e rinnovabile previa partecipazione ad almeno una marcia, due indignazioni collettive e tre post contro il fascismo immaginario.
Il documento non dà diritto alla verità, ma garantisce l’accesso immediato alla superiorità morale permanente.

Pè Provocà
12/06/2026

Pè Provocà

La deriva terzomondista e politicamente corretta del rock boomer è uno spettacolo costante.

Da Bono Vox che fa il salvatore dell’Africa tra jet privati e ville da multimilionario, a Patti Smith che recita la poetessa rivoluzionaria, passando per Bob Geldof, Peter Gabriel, Brian Eno, Eddie Vedder, Tom Morello e il solito Bruce Springsteen che canta gli operai mentre vive da rockstar miliardaria.

E il copione è sempre lo stesso: prediche progressiste da palcoscenico da parte di artisti ultra-miliardari, spesso distanti decenni dal loro picco creativo.

Ma il campione indiscusso, il più fastidioso del lotto, resta Roger Waters.

Persona scostante, acida e visceralmente antipatica, Waters ha trasformato il litigio patologico in uno stile di vita.

Nemico giurato di David Gilmour da decenni, non perde occasione per attaccarlo, spesso in modo meschino. Musicalmente, dopo il 1984 (The Final Cut) è un deserto creativo: nessuna idea davvero nuova, nessuna ispirazione all’altezza del passato, solo la ripetizione ossessiva del suo catalogo anni ’70 e ’80.

Oggi ha trovato l’ennesima causa alla moda da cavalcare con rabbia: la Palestina. Tipico suo. Senza più arte da offrire, Waters ha fatto della polemica politica il suo vero mestiere.

Un ex genio trasformato in un vecchio rancoroso che usa il palco per regolare conti personali e inseguire consensi da platee ideologiche.

Il rock ha partorito mostri, pochi così deludenti come l'ex leader dei Pink Floyd.

🥸 [ Testo di Mematore Universale ] 🥸

Pè Provocà Music
12/06/2026

Pè Provocà Music

Il rock and roll è nato come un virus anarchico, un gioco erotico e sfrontato, una pernacchia ben assestata al perbenismo dei padri.

Poi, tra fine ’70 e inizio ’80, è arrivata la tragedia: qualcuno ha deciso che per essere “autentici” bisognava smettere di divertirsi, indossare una bandana, sudare come un operaio in fabbrica e trasformare ogni concerto in una messa laica di dolore proletario.

Il Papa indiscusso di questa deriva da santini è Bruce Springsteen.
L’eredità più tossica del Boss è il dogma della serietà obbligatoria.

Prendete Born in the U.S.A.: un martello pneumatico di riff che spara slogan elementari come un comizio di piazza.

Risultato? Quarant’anni di americani (e non solo) che l’hanno ballata sventolando bandiere a stelle e strisce, convinti fosse un inno patriottico.

Quando elimini l’ironia, elimini anche l’intelligenza dell’ascoltatore. Trasformi una canzone in un volantino e il pubblico in un gregge commosso.

E poi sono arrivati gli U2, i maestri della retorica da premio Nobel mancato. Bono sale sul palco con quegli occhiali da messia in cerca di causa e parte con Sunday Bloody Sunday, Pride (In the Name of Love) o One come se stesse annunciando la fine della fame nel mondo tra un bridge e l’altro.

È rock da ONG, con chitarra e coscienza pulita inclusa nel prezzo del biglietto.

A completare il quadro ci hanno pensato Roger Waters e i Pearl Jam. Waters ha trasformato i Pink Floyd in un trattato di geopolitica con la chitarra: The Wall e The Final Cut sono opere grandiose, certo, ma anche monumenti di pomposità solenne, dove ogni nota sembra urlare “guardate quanto sono arrabbiato e profondo mentre denuncio la guerra e il sistema”.

Un muro di retorica che schiaccia qualsiasi tentazione di leggerezza. Poi è arrivato Eddie Vedder, il re del lutto grunge. Con i Pearl Jam ha preso la serietà springsteeniana, l’ha inzuppata nel nichilismo di Seattle e l’ha trasformata in un pianto esistenziale permanente.

Ogni canzone sembra una seduta di terapia di gruppo: abusi, suicidi, critica sociale, tutto urlato con la stessa espressione da “ho visto l’abisso e non mi è piaciuto”.

Il palco non era più un luogo di liberazione, ma un confessionale terapeutico con amplificatori Marshall. Zero sorriso, zero doppio fondo, solo tormento da camicia di flanella.

Persino i grandi vecchi non sono stati immuni. Gli Stones e gli Who, un tempo bandiere di ribellione, eccesso e ironia selvaggia, sono diventati marionette parodie di loro stessi. Replicanti da stadio che ripetono meccanicamente i loro classici come un triste spettacolo di nostalgia a pagamento, con Mick Jagger che fa ancora il galletto a settant’anni suonati e Roger Daltrey che ulula “My Generation” mentre incassa l’ennesimo cachet da pensionato del rock.

Intanto Bob Dylan rideva sotto i baffi, Mark Knopfler seguendo l'esempio di Eric Clapton sparava cinismo con il sorriso sghembo. Elton John trasformava i palchi in uno spettacolo di paillettes, glamour e autoironia, e i Queen trasformavano il palco in un circo glorioso.

Loro sì che avevano capito tutto: il rock può anche parlare di cose serie, ma deve avere il diritto di prendersi per il c**o!

Perché il rock and roll senza ironia diventa solo un’adunata militare con le chitarre distorte: pomposo, ovvio, tragicamente letterale.

Un genere che si è dimenticato che il re è n**o, spesso ubriaco e, soprattutto, ridicolo.

🥸 [ Testo di Mematore Universale ] 🥸

"Fatti crescere dei bei baffi da attore p***o e impara a suonare la chitarra elettrica come ho fatto io e cerca di tener...
11/06/2026

"Fatti crescere dei bei baffi da attore p***o e impara a suonare la chitarra elettrica come ho fatto io e cerca di tener botta fin a quando non avrai compiuto sessant’anni.
Scoprirai che non devi più preoccuparti di quello che dice la gente e, in conseguenza di questo, la tua vita diventerà senz’altro più interessante.
Entrare nei sessanta porta con sé un caldo, confuso senso di libertà e questo grazie alla ridondanza, all’obsolescenza, al viver fuori dai giochi, allo stare all’estremità sbagliata del bastone.
Diventare lo zio picchiatello seduto in un angolo della stanza – con le sue idee sulla libertà di parola, il suo amore per la bellezza, le sue provocazioni e l’oltraggio nei dibattiti, l’adorazione per l’arte senza dogmi prestabiliti (…) – porta con sé un grande e inaspettato sollievo."

🥸 [ Nick Cave risponde a un fan preoccupato di invecchiare ] 🥸

Quando Bob Dylan scrive i nuovi pezzi per quello che sarà il suo 23esimo disco in studio, la cosa che gli sta più a cuor...
11/06/2026

Quando Bob Dylan scrive i nuovi pezzi per quello che sarà il suo 23esimo disco in studio, la cosa che gli sta più a cuore è dimostrare, (a sé stesso) di poter stare sul pezzo ed essere competitivo con la musica che gira intorno.

Un po’ quello che era stato il chiodo fisso della seconda metà dei settanta e che sarà croce e delizia durante uno dei decenni più bui per lui e per le vecchie glorie del rock e del pop. Gli anni ottanta non lasciano scampo, per tutti quelli che non sanno creare roboante musica da stadio. Basti pensare ad artisti come Bruce Springsteen e Joe Cocker, i quali pur riuscendo a produrre grandissima musica, finiranno per snaturarsi, soprattutto in rapporto al pubblico e a quel modo di produrre musica così intimo e speciale del decennio precedente.

E Dylan tenterà di percorrere la stessa strada di tutti gli altri big che avevano iniziato a fare musica a cavallo tra i ‘60 e i ‘70. Per farlo si avvale di uno stuolo di musicisti di altissimo livello. Basti leggere con attenzione i crediti di Empire Burlesque per farci un'idea.
Ci sono elementi importanti di Tom Petty and The Heartbreakers, così come alcuni ex e attuali Rolling Stones, e trovano spazio perfino due membri della E Street Band (ma che poi nel disco non si sentiranno), senza contare i suoi fidati Al Kooper, Jim Keltner, Robbie Shakespeare, e le prime apparizioni di musicisti come Stuart Kimball, Benmont Tench con qui da qui in poi stringerà un sodalizio destinato a durare nel tempo.

Dietro la console c'è anche il mago dei remix dance Arthur Baker, nel tentativo di dare ai suoni un’impronta al passo coi tempi e marcatamente radiofonica. L'idea è quella di mettere assieme del materiale valido per dare seguito al successo, di critica e pubblico, rappresentato dal suo disco precedente: Infidels.

Purtroppo la cosa non riesce, non perché le canzoni siano prive di valore e di impegno, basti pensare che da queste session verrà scartato un pezzo come New Danville Girl, poi recuperato sull'album successivo con un nuovo titolo e un testo leggermente differente. Si tratta del brano Brownsville Girl scritto con Sam Shepard. I testi spesso richiamano a un immaginario filmico, aspetto forse più penalizzante che vincente per il lavoro finale. Non a caso si è sempre detto che Dylan deve fare Dylan, punto. Sarà così? Qui si percepisce l’idea di un album drive-in più che Disco Music, come molti hanno scritto, denigrando il risultato di Empire Burlesque.

Al netto di un'operazione che pubblico e critica in parte rigettano, senza capire né ascoltare con impegno, (ma ci può stare, visto che siamo nei tremendi anni ottanta!) troviamo un tentativo di intercettare quel suono a metà tra rock, pop contemporaneo e soul. Il sound, tolte le diavolerie di tendenza modaiole, si rifà in modo netto al periodo 1979-1981, quel cosiddetto periodo religioso, che la critica ha killerato senza pietà. Eppure ci sono canzoni e suoni che ancora oggi possono dire la loro.

Il valore di brani come I'll Remember You, Emotionally Yours, When the Night Comes Falling from the Sky, della scarna e solitaria Dark Eyes, non si discutono. C'è poi un brano che a nostro parere risulta riuscito e ben calibrato, nel tentativo di rincorrere il suono contemporaneo dell'epoca.

Parliamo di Tight Connection to My Heart (Has Anybody Seen My Love). Uno dei pezzi dove Dylan riesce ad attualizzare e modernizzare il proprio canone, senza snaturarsi troppo, ma centrando l'obiettivo. Empire Burlesque come il precedente Infidels, risente per certi versi della svolta evangelica, in termini testuale.

Don McLeese afferma: "Anche questo lavoro che esce come album laico, nel testo del brano di apertura recita un verso che è un riferimento esplicito al rituale cristiano della comunione. Ci sono altri episodi che riportano alla luce queste cose. Forse non le afferma, ma se ne distacca, di certo le evoca e questo ha un significato. Il soul che sentiamo nei solchi di questo lavoro, con un brano molto bello come Emotionally Yours è il perfetto ponte tra il Dylan tardo settanta e quello di metà anni ottanta.

Un disco complesso ed eclettico, che è stato etichettato e giudicato come scarso, mentre era un audace tentativo di stare al passo. Il tentativo di fare un grande disco, un grande disco di Bob Dylan, con un sound attuale per l'epoca. Un suono che nei migliori episodi è certamente formidabile. O meglio: se tutti brani fossero al livello della prima traccia, di I'll Remember You e di When the Night Comes Falling from the Sky oggi potremmo parlare del riuscito sequel di Infidels.

Così purtroppo non è stato. Bisogna perciò tenere il buono e archiviare i pezzi irrisolti e meno riusciti. Certo, è innegabile come di lì a breve, le canzoni brutte e non riuscite diventeranno tante, per un grande autore come Dylan.

Per Alex Lubet il disco va di pari passo con brani che hanno più cambi di accordi, forme più complesse rispetto al materiale precedente. Certi brani si avvalgono di meravigliose melodie, ottimi cambi di accordi, ma non si sposano perfettamente con i testi. Una complessità musicale che nuoce all’audience dell’album, dove Dylan ci mostra di padroneggiare strumenti di cui la gente non pensava potesse servirsi.

Anche il critico Robert Christgau si distacca dalla lista dei detrattori di questo episodio, affermando che nella migliore delle ipotesi Dylan ha raggiunto la professionalità che ha sempre affermato come suo obiettivo; potendo contare sul talento necessario per inventare un buon gruppo di canzoni. Per chi fosse interessato a recuperare una recensione negativa ma molto divertente, consigliamo quella di Greil Marcus, dal titolo Un’altra rentrée, apparsa su Village Voice il 13 agosto 1985. Stavolta un signorile Marcus non definisce il lavoro rifiuto alimentare organico, ma si limita a definirlo fanghiglia, un disco meglio assemblata rispetto a Street Legal (Sic!).

Ed è un vero peccato che chi applauda al futuro Oh Mercy non abbia apprezzato e compreso a fondo il valore e il senso di Empire Burlesque per il suo autore. Perché senza questi esperimenti e quel desiderio ossessivo di restare sulla breccia, (un fiasco completo) non avremmo in seguito i tour con Tom Petty e la sua band, ma soprattutto non avremmo un disco nel 1989 prodotto da Daniel Lanois.

Se vi sembra poco…

🎸 🎹 [ Scritto da The Bob Dylan Blog ] 🎹🎸

"L’estate del 1994 arrivò come un pugno caldo in faccia. Niente condizionatore, solo il ronzio di un ventilatore moribon...
08/06/2026

"L’estate del 1994 arrivò come un pugno caldo in faccia. Niente condizionatore, solo il ronzio di un ventilatore moribondo e l’odore elettrico dell’ansia da dopo.

A quattordici anni sei un confine ambulante: hai appena superato gli esami di terza media sentendoti Hemingway, hai ritirato un diploma inutile come un gettone del telefono e ti prepari a entrare al liceo scientifico con il terrore di chi sa che la ricreazione è finita per sempre.

Intanto la TV sparava i Mondiali americani, calcio a mezzogiorno sotto un sole che scioglieva persino i sogni solo per far comodo agli europei. Io in quel luglio da forno avevo tre guide spirituali: Freddie Mercury, Arrigo Sacchi e il palinsesto di Italia 1.

La mia iniziazione sentimentale non avvenne sulla spiaggia ma sul muretto dietro la parrocchia, l’unico posto con un filo d’ombra in un raggio di tre chilometri. Lei si chiamava Teresa, occhi enormi, aria di chi ha già capito tutto della vita e un taglio di capelli copiato dalle ragazze di Videomusic.

Io tentavo la carta dell’intellettuale tormentato: giugno l’avevo passato a leggere Il ritratto di Dorian Gray e 1984, sottolineando frasi ciniche da sparare come proiettili di finta profondità. Il problema era la musica.

Per me la storia della musica si era fermata l’11 luglio 1986 a Wembley, Freddie Mercury che camminava su quel palco come un dio in canotta bianca. Avevo consumato la cassetta di A Night at the Opera fino a farla piangere, conoscevo ogni respiro di Bohemian Rhapsody, ogni cambio di tempo, ogni urlo. The Works con quel robot gigante in copertina era il mio Vangelo secondo il Rock.

Teresa era intrisa di flanella, di pioggia di Seattle e di superiorità generazionale. Trentotto gradi all’ombra e lei con la camicia a scacchi aperta sopra una maglietta dei Nirvana. I Queen? Roba da vecchi, musica da aerobica degli anni Ottanta, mi disse una sera sputando un seme di cocomero con precisione chirurgica. La vera musica è sporca, Kurt Cobain, Eddie Vedder, quella roba ti spacca l’anima. Freddie è solo teatro. Fu un calcio nei denti più forte di una bocciatura in matematica.

Avrei dovuto odiarla. Invece per quel tradimento ormonale che nessun libro spiega iniziai a desiderare disperatamente di piacerle, di entrare nel suo mondo di borchie, capelli unti e nichilismo da discount.

Quando il rifiuto di Teresa bruciava troppo correvo a confessarmi davanti al televisore. Italia 1 era il mio confessore, il mio guru, il mio spacciatore di illusioni. Il pomeriggio iniziava con Colpo di Fulmine: studiavo Michelle Hunziker e Walter N**o come un antropologo osserva le tribù amazzoniche. Come c***o fanno a parlare con le ragazze senza citare Orwell o balbettare?

La sera c’era il Festivalbar, campo di battaglia tra la dance da discoteca dei tamarri del quartiere e il grunge che Terry venerava. Io stavo nel mezzo come un soldato senza bandiera. E il lunedì sera era sacro: Mai Dire Gol. La Gialappa’s era l’unica che diceva la verità su quel Mondiale assurdo.

Giocare a calcio alle quattro del pomeriggio nel 1994 era una forma legalizzata di tentato suicidio. Terra battuta, polvere negli occhi, magliette appiccicate come cerotti. Io facevo il finto Baggio: piedi decenti, fiato da fumatore di si*****te immaginarie.

La Nazionale di Sacchi era lo specchio esatto della mia vita: confusa, sudata, sempre sull’orlo del baratro. P***e con l’Irlanda, rischiò di uscire con la Norvegia, si salvò solo grazie a un gol di Baggio all’ultimo respiro contro la Nigeria. Era un calcio brutto, eroico e disperato. Come l’adolescenza.

Il 17 luglio 1994 il tempo si fermò. Finale contro il Brasile, Rose Bowl, centoventi minuti di noia soffocante. Si va ai rigori. Eravamo tutti lì stipati davanti al televisore. Persino Teresa era venuta, camicia a scacchi legata in vita, per una sera senza pose da dura. Baresi alto. Massaro parato.

E poi lui, Roberto Baggio sul dischetto, il Divin Codino, l’uomo che ci aveva tenuto in vita per un mese. Silenzio. Rincorsa. Il pallone vola alto, altissimo, oltre la traversa, scompare nel cielo della California. Baggio fermo, mani sui fianchi, testa bassa. Taffarel in ginocchio che esulta. In quel momento finì tutto. Non ci fu We Are the Champions. Solo il ronzio del televisore e il rumore delle zanzare.

Pochi minuti dopo in bici per le strade buie Teresa mi si affiancò. Vedi? disse piano. La vita è così. Niente assolo perfetto alla fine. Ha ragione Cobain. Tutto fa schifo… e poi perdi ai rigori. Non risposi. Avrei voluto dirle che dentro The Works c’era I Want to Break Free e che era esattamente quello che volevo fare io.

Invece pedalai in silenzio verso settembre, verso il liceo che mi terrorizzava, verso un’adolescenza che proprio come quel Mondiale era iniziata con bandiere al vento e si era chiusa con un pallone perso nel cielo."

⚽️⚽️ 🎼🎸[Fine] 🎼🎸 ⚽️⚽️

Pè Provocà MusicBruce SpringsteenReservoir Dogs
07/06/2026

Pè Provocà Music
Bruce Springsteen
Reservoir Dogs

"Essere, o non essere, questo è il dilemma." (Cit.)

The Bob Dylan Blog + Calciocosenza.it
07/06/2026

The Bob Dylan Blog + Calciocosenza.it

Pugili, ciclisti, piloti e mediani: come Dylan, Dalla, Paul Simon, De Gregori e Manu Chao hanno cantato lo sport per raccontare la fragilità umana.

Da Hurricane di Bob Dylan a La leva calcistica di F. De Gregori: viaggio nella canzone d'autore che ha trasformato il ge...
06/06/2026

Da Hurricane di Bob Dylan a La leva calcistica di F. De Gregori: viaggio nella canzone d'autore che ha trasformato il gesto sportivo in poesia sull'uomo.

Pugili, ciclisti, piloti e mediani: come Dylan, Dalla, Paul Simon, De Gregori e Manu Chao hanno cantato lo sport per raccontare la fragilità umana.

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