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La parabola artistica di Tom Waits rappresenta uno dei percorsi più affascinanti, eccentrici e radicali della musica con...
27/10/2026

La parabola artistica di Tom Waits rappresenta uno dei percorsi più affascinanti, eccentrici e radicali della musica contemporanea, una metamorfosi continua capace di ridefinire costantemente i confini del cantautorato americano.

Il suo cammino discografico prende il via nei primi anni Settanta presso la Asylum Records, un debutto che lo consacra immediatamente come il bardo dei marciapiedi e dei piano-bar fumosi. In questa prima stagione, Waits incarna il mito del poeta beat decadente, muovendosi tra le suggestioni del jazz, del blues e della letteratura di Charles Bukowski e Jack Kerouac.

L'esordio avviene nel 1973 con Closing Time, un disco folk-jazz intimo, acustico e intriso di una malinconia notturna, dove spiccano ballate cristalline come Ol' '55 e Martha. L'esplorazione della vita notturna prosegue l'anno successivo con The Heart of Saturday Night, un lavoro caldo e avvolgente che introduce i primi esperimenti di recitato su tappeti jazz, consolidando la sua figura di cronista degli ultimi.

Verso la fine del decennio, tuttavia, questa atmosfera confidenziale comincia a incupirsi: Blue Valentine, pubblicato nel 1978, sposta il baricentro verso un blues rallentato e dalle tinte noir, in cui la voce inizia a graffiare con un'inedita e profonda ruvidezza. Il punto di rottura di questo primo stile arriva nel 1980 con Heartattack and Vine, un album spoglio, distorto e rabbioso, celebre sia per la devastante potenza elettrica della title-track sia per la dolcezza malinconica di Jersey Girl, poi trasformata in un classico da Bruce Springsteen.

Con l'inizio degli anni Ottanta si consuma il vero e proprio spartiacque della sua carriera. Il passaggio alla Island Records e l'inizio della collaborazione con la moglie e co-autrice Kathleen Brennan segnano l'abbandono definitivo delle strutture tradizionali della ballata al pianoforte.

Waits si immerge in un teatro espressionista fatto di percussioni industriali, marimbe, contrabbassi sbilenchi e rumori metallici, mutando la sua stessa voce in quella abrasiva di un imbonitore da circo. Il manifesto di questa rivoluzione è Swordfishtrombones del 1983, un carnevale sonoro surreale che frantuma ogni cliché romantico.

Questa nuova estetica trova il suo culmine nel 1985 con Rain Dogs, considerato unanimemente il suo capolavoro assoluto: un affresco epico ed evocativo di una New York popolata da pirati, derelitti e sognatori, trascinato da pezzi immortali come Downtown Train, Jockey Full of Bourbon e Time.

A chiudere questo ciclo d'avanguardia interviene nel 1987 Franks Wild Years, nato originariamente come colonna sonora per un'opera teatrale, caratterizzato da atmosfere leggermente più liriche e melodiche ma altrettanto bizzarre, contenente la celebre Innocent When You Dream.

Negli anni Novanta, il percorso di Waits si spinge ancora più oltre, estremizzando lo sperimentalismo rumorista ma riscoprendo al contempo le radici più primitive del blues rurale e del gospel. Nel 1992 pubblica Bone Machine, un album scarno, ossessivo e spettrale che tratta i temi della mortalità e della fine del mondo attraverso arrangiamenti ridotti all'osso e percussioni ricavate da ferro vecchio e ossa, un lavoro radicale che gli vale il Grammy Award come miglior album di musica alternativa.

Dopo sette anni di relativo silenzio, questa lunga evoluzione si compie magistralmente nel 1999 con Mule Variations, pubblicato per l'etichetta indipendente Anti- Records. Il disco, premiato anch'esso con un Grammy, non è un semplice ritorno, ma una sintesi totale e matura di una vita intera passata a fare musica.

Al suo interno convivono finalmente, senza alcuna contraddizione, le due anime di Tom Waits: quella tenera e melodica delle origini, rappresentata dalla ballata straziante Hold On, e quella legata alle sperimentazioni industriali più viscerali, incarnata dall'energia primordiale di Big In Japan.

C'è un nesso tra il cinema di Joel ed Ethan Coen e Bob Dylan? A prima vista, il collegamento può sembrare un gioco di co...
26/10/2026

C'è un nesso tra il cinema di Joel ed Ethan Coen e Bob Dylan? A prima vista, il collegamento può sembrare un gioco di coincidenze, riferimenti nascosti e suggestioni cinefile.

Eppure, attraversando la filmografia dei due registi, emerge un filo conduttore che riguarda la musica americana, la costruzione dei miti e soprattutto la ricerca dell'autenticità.

Netflix Italia |

C'è un nesso tra il cinema di Joel ed Ethan Coen e Bob Dylan? A prima vista, il collegamento può sembrare un gioco di coincidenze, riferimenti nascosti e suggestioni cinefile.

Eppure, attraversando la filmografia dei due registi, emerge un filo conduttore che riguarda la musica americana, la costruzione dei miti e soprattutto la ricerca dell'autenticità.

Tutto comincia con Fargo. Ambientato nel Minnesota, la terra natale di Dylan, ma anche di Fitzgerald e Schulz, il film dissemina situazioni, personaggi e dialoghi che sembrano usciti direttamente dal canzoniere dylaniano.

Una truffa che sfugge di mano, ambizioni fragili che crollano sotto il peso del caso. È impossibile non sentire l'eco di Subterranean Homesick Blues: l'autostrada è per i giocatori d'azzardo, meglio usare il cervello e tenere stretto ciò che si è accumulato per puro caso.

Con Il grande Lebowski il legame si fa più evidente. Il Dude di Jeff Bridges è un relitto glorioso degli anni Sessanta, fedele a ideali che il mondo ha già dimenticato. Ama i Creedence, detesta gli Eagles, considera i Metallica una banda di stronzi.

La sua ostinazione ha qualcosa dell'anticonformismo di Dylan: una fedeltà a un passato musicale e politico che non trova più corrispondenza nella realtà. Tutto il caos del film ruota attorno a un tappeto rovinato, mentre sullo sfondo si scontrano generazioni, ideologie e visioni opposte di cosa sia davvero «musica americana».

Il discorso si fa ancora più denso con Fratello, dove sei?. Qui i Coen mescolano Odissea omerica, mitologia americana e bluegrass degli anni Trenta. L'America che ritraggono è un paese di politici disonesti, predicatori ambigui, rapinatori e uomini del Ku Klux Klan.

La musica popolare diventa il veicolo di un immaginario collettivo che custodisce il fascino di un'età dell'oro mai realmente esistita. È una ricostruzione ironica e deformata delle radici culturali americane, in cui la tradizione si trasforma in mito. Una sensibilità che Dylan ha sempre condiviso: prendere il patrimonio del passato e farne materia viva, presente, personale.

Il crocevia di Robert Johnson e il patto col diavolo, evocato anche in No Direction Home di Scorsese, rafforzano questa corrispondenza.

Ma è con Inside Llewyn Davis che il dialogo diventa più intimo e complesso. Ambientato nella scena folk del Greenwich Village dei primi anni Sessanta, il film segue un cantante talentuoso e tormentato, ispirato a Dave Van Ronk, che non riesce a trovare equilibrio tra ambizione artistica e semplice sopravvivenza.

Il Gaslight Cafe, un locale frequentato anche dal giovane Dylan, diventa il simbolo di una stagione in cui la musica folk cercava ancora una propria identità.

Tra Fratello, dove sei? e Inside Llewyn Davis c'è un paradosso bellissimo. Nel primo film un gruppo di bugiardi e ciarlatani usa musica autentica per ottenere denaro e potere.

Nel secondo, un uomo che cerca disperatamente di essere autentico non riesce a trasformare il talento in affermazione. Da una parte persone false che interpretano musica vera; dall'altra un uomo che cerca di essere autentico e non trova posto nel mondo.

È qui che il cinema dei Coen e Bob Dylan si toccano nel punto più profondo. Anche Dylan è stato accusato di appropriarsi di melodie, testi e tradizioni altrui. Eppure le sue canzoni portano un'impronta inconfondibile.

La sua autenticità nasce proprio dalla capacità di cambiare pelle, di assumere nuove identità, di rimettere continuamente in discussione l'immagine pubblica che gli altri gli avevano cucito addosso.

Nel finale di Inside Llewyn Davis, possiamo ascoltare il brano di Dylan Farewell: un addio a un mondo bohémien sul punto di essere travolto dalla canzone di protesta e dalla British Invasion.

Ma è anche il congedo da un'idea romantica di restare «puri» mentre si rischia di perdere ogni possibilità di successo.

Llewyn Davis è Bob Dylan? Bob Dylan è un personaggio dei Coen?

Il parallelismo non è biografico. È una chiave di lettura.

Entrambi incarnano il camaleontismo, il conflitto tra arte e mercato, la difficoltà di affermarsi alle proprie condizioni in un panorama culturale spesso indifferente.

La loro ricerca dell'autenticità resta aperta, contraddittoria, quasi beffarda.

Proprio come in una partita a poker: a volte bisogna bluffare, costruire e ricostruire la propria identità artistica, anche quando si ha in mano una carta vincente.

Questo post merita di essere condiviso e rilanciato. Pè Provocà
24/10/2026

Questo post merita di essere condiviso e rilanciato.

Pè Provocà

Solo una cosa non ho capito. La protagonista Parthenope rappresenta Napoli, ed è una versione moderna del mito della sirena. Fin qui tutto comprensibile. Poi però questo personaggio (che rappresenta il mito e la città) si trasferisce a Trento, dove diventa docente universitaria. E va pure bene. Lì non ha praticamente più contatti con gli uomini, e va pure bene.
Poi torna a Napoli, durante i festeggiamenti del terzo scudetto. E qui casca l'asino. Perché il Napoli calcio lo scudetto l'ha vinto a 250 chilometri da Trento.
Caro Paolo Sorrentino, ti mancano le basi per saper raccontare una storia. Il tuo film, fa letteralmente acqua, da tutte le parti. E noi siamo fatti di acqua e sale. Almeno mettici la canzone di Adriano, e facciamola completa, sta pizza quattro stagioni, Reginella e Margherita. Prese singolarmente ci sono molte scene davvero forti, di impatto, emozionanti e coinvolgenti, ma nell'insieme non saprei. Vedo molti spunti, ma non vedo un film. Per me è qualcosa di diverso. E ora qualcosa di completamente diverso, grottesco e Kitsch, parafrasando i Monty Phyton.

Febbre a 90

ELOGIO DELLA LENTEZZA | Netflix Italia
23/10/2026

ELOGIO DELLA LENTEZZA | Netflix Italia

ELOGIO DELLA LENTEZZA • di Nicola Gervasini

E’ un po’ un male dei nostri tempi e della generazione degli over 40 (ma ormai anche over 30) quella di fare paragoni continui con il passato. Il cinema non è più quello di una volta, la musica figuriamoci, e ormai anche le serie TV di moderna concezione hanno uno storico il cui confronto pare impietoso.

Ho visto The Wire solo il mese scorso con più di vent’anni di ritardo, è una serie ideata da David Simon durata cinque stagioni tra il 2002 e il 2008, che da sempre vedevo in alto nelle classifiche di gradimento , sempre dopo Breaking Bad e Lost ovviamente.

Era ora di affrontarla e capirla, perché se leggete il plot vi parrà la trama di un qualunque film poliziesco di media tacca, nulla che un telefilm classico alla Starsky e Hutch non abbia già trattato.

Ma ecco arriva il paragone: le serie di vent’anni fa avevano tempi più lunghi, ritmi più blandi, e soprattutto non avevano la frenesia di impressionare lo spettatore dopo 20 minuti per evitare che abbandonasse la serie. Oggi leggo che molti che provano a vedere The Wire si annoiano dopo un paio di puntate.

Normale con i rimi odierni richiesti alle serie, perché The Wire è un continuo crescendo di personaggi che si intrecciano, senza un solo protagonista, ma con almeno venti figure perfettamente caratterizzate nel corso di un racconto lungo più di sessanta ore.

The Wire usa il poliziesco per fare un trattato di costruzione psicologica dei personaggi, e per farlo aveva bisogno oltre che uno scenario urbano decadente di spazi lunghi e tempi dilatati.

Un lusso che neppure la musica può più concedersi, e che invece dovremmo recuperare.

LA MOSTRA DELLE ATROCITA'  | Di Predatore memetico. La mostra delle atrocità è una mappa sensoriale che legge la storia ...
20/10/2026

LA MOSTRA DELLE ATROCITA' | Di Predatore memetico.

La mostra delle atrocità è una mappa sensoriale che legge la storia della modernità attraverso le copertine dei dischi.

È una teca visiva suddivisa in quattro griglie, pensate come i capitoli frammentari di un romanzo di J.G. Ballard. Un percorso psicologico e sociale che parte dall’illusione e arriva al collasso.

Ogni griglia è un blocco autonomo e, allo stesso tempo, una tappa verso la disgregazione di ogni armonia.

La prima griglia si apre su uno sfondo caldo e luminoso. Small Faces (Ogdens’ Nut Gone Flake), Beach Boys (Smiley Smile), Zombies (Odessey and Oracle), Cream, Jimi Hendrix, Donovan, Incredible String Band e Lil Nas X costruiscono un muro di colori acidi, fiori e promesse di liberazione.

È il volto ottimista degli anni Sessanta, il mito della controcultura prima del trauma. In chiave ballardiana rappresenta l’illusione collettiva: un paesaggio interiore ancora intatto, saturo di immagini che annunciano un nuovo inizio. La geometria è leggibile, i colori dialogano, l’occhio si lascia sedurre.
Da questo paradiso artificiale si passa gradualmente a un’altra temperatura.

Lo sfondo vira al giallo deserto e le tonalità si fanno più calde, quasi spaziali. Van Morrison, Herbie Hancock (Crossings, Sextant), le tre copertine degli Osibisa firmate da Roger Dean, Santana, Miles Davis (Bi***es Brew) e Buddy Miles prendono il posto del psichedelismo floreale.

L’estetica afro-futurista e spirituale introduce mitologie africane, geometrie cosmiche e figure sciamaniche. La musica diventa manifesto visivo. È il passaggio verso una coscienza diversa, in cui la cultura nera e le sue contaminazioni propongono un’alternativa alla crisi occidentale.

Ballard avrebbe riconosciuto qui una forma di tecnologia mitologica. Il tono cambia ancora, in modo più netto ma senza rottura improvvisa.

Su uno sfondo azzurro-argilla prende forma uno zoo surreale: il procione di J.J. Cale, il gufo di Rush, il cammello di Franco Battiato, i gatti di Wilco e di Gil Scott-Heron, l’aquila di Mogwai, il fenicottero dei Melvins e l’uccello di Van Morrison. Gli animali non sono più natura.

Diventano totem antropomorfi e maschere della società dei consumi. Ballard usava spesso la fauna come specchio deformato dell’uomo contemporaneo: creature catturate, stilizzate, trasformate in segnale pubblicitario o in incubo domestico. Lo sguardo del gatto di Secrets e l’aquila di The Hawk Is Howling creano una tensione psicologica precisa. La natura viene esposta, catalogata, resa merce.

Questa etologia urbana e surreale prepara il terreno a ciò che segue. L’ultima griglia chiude il percorso nel nero pece.

Slayer (Hell Awaits), Iron Maiden (Dance of Death), Pantera, Santana III, Aphrodite’s Child, Steely Dan, Gong (Acid Motherhood), Chumbawamba ed Elio e le Storie Tese portano in scena il brutto, il bizzarro e il perturbante.

Horror splatter-religioso, kitsch grottesco, nudità destrutturate, satira feroce. Ogni criterio di armonia cromatica e geometrica delle griglie precedenti viene demolito.

Qui "la Mostra delle Atrocità" prende davvero forma: corpo, tecnologia, violenza mediatica e delirio pop si fondono in un’unica immagine multipla. Il trauma diventa spettacolo, l’orrore merce, il disagio icona.

Il percorso intero funziona come un romanzo a blocchi. Non procede in linea retta, ma per accumuli e cortocircuiti. Lo sguardo passa dall’illusione alla mutazione, dall’etologia simbolica al collasso.

Le copertine non sono celebrate: vengono usate come materiale clinico. Sono radiografie della psiche collettiva, frammenti di un’autopsia della modernità.

Alla fine resta una sola domanda: una volta entrati nella mostra delle atrocità, è ancora possibile uscirne?

🧐 🎭 🎼 🎹

  of   &
19/10/2026

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Ammetto di essermi ispirato a un post visto su un gruppo di appassionati, ma nella versione originale mancavano quelli c...
18/10/2026

Ammetto di essermi ispirato a un post visto su un gruppo di appassionati, ma nella versione originale mancavano quelli che, a mio avviso, sono alcuni dei migliori doppi album della storia del rock.

Tra questi l'Illustre Assente era proprio The River di Bruce Springsteen. Disco di cui ho più volte scritto e parlato negli anni anche su questo blog.

Un'occasione in più per postare questa griglia è data dal fatto che ieri è stato l'anniversario della sua pubblicazione, il 17 ottobre 1980.

Spero vi piaccia la mia selezione, dove ho inserito, tra gli altri, quello che ritengo essere uno dei migliori doppi album di sempre.

It's Too Late to Stop Now di Van Morrison, uscito nel 1974 e contenente alcune delle sue migliori versioni dal vivo del periodo in cui vennero immortalate.

Il resto sono classici intramontabili come Layla, Electric Ladyland, Tommy, Exile on Main Street, Blonde on Blonde e Song in the Key of Life di Stevie Wonder.

Godeteveli!

Ci siamo prestati anche noi a questo gioco del MY9ALBUMS.La cosa però c'è sfuggita un tantino di mano. Vi proponiamo qui...
13/10/2026

Ci siamo prestati anche noi a questo gioco del MY9ALBUMS.
La cosa però c'è sfuggita un tantino di mano.

Vi proponiamo quindi i nostri 34 dischi preferiti di sempre.

Ogni tavola ha una motivazione un tema, ma tocca a voi scoprirlo.
Così Pè Provocà!

By Netflix Italia
13/10/2026

By Netflix Italia

Situazionismo DylanianoFebbre a 90Pè Provocà
12/10/2026

Situazionismo Dylaniano
Febbre a 90
Pè Provocà


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