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Pè Provocà Music Club
26/05/2026

Pè Provocà Music Club

Riascoltare Innuendo nel 2026, a trentacinque anni dalla sua pubblicazione ufficiale del febbraio 1991, è un’esperienza che sorprende per intensità e lucidità. Non tanto per la carica emotiva, che era prevedibile, quanto per la tenuta complessiva del disco sul piano musicale, sonoro e concettuale. È un album che non chiede attenuanti storiche né indulgenza nostalgica: semplicemente funziona ancora, con una potenza e una credibilità che resistono al tempo, ai cambi di gusto e perfino alle simpatie personali.

Lo dico da ascoltatore che per lunghi anni ha tenuto i Queen ai margini del proprio percorso musicale e che Innuendo non lo riascoltava seriamente da quasi venticinque anni. Tornarci oggi significa scoprire un lavoro che non vive di rendita, non si appoggia solo al mito di Freddie Mercury e non sopravvive grazie a due o tre brani iconici. Al contrario, emerge come uno degli album più complessi, stratificati e coerenti dell’intera discografia dei Queen, probabilmente il loro vero testamento artistico compiuto, più ancora di Made in Heaven.

Fin dall’apertura, la title track Innuendo chiarisce che non siamo di fronte a un disco ordinario. È una composizione ambiziosa, lunga, articolata, che mescola rock, suggestioni progressive, momenti quasi operistici e un celebre intermezzo flamenco affidato alla chitarra di Steve Howe degli Yes. Il parallelo con Bohemian Rhapsody è inevitabile, ma sarebbe riduttivo: Innuendo non guarda indietro con nostalgia, piuttosto sintetizza quarant’anni di musica popolare occidentale in un unico flusso narrativo. È una dichiarazione di poetica, una canzone che parla di resistenza, di caos, di ostinazione umana di fronte a un mondo che sembra perdere senso.

Il contesto in cui il disco nasce è noto e inevitabilmente pesa sull’ascolto, ma Innuendo non è un album “sulla morte”. È un disco sulla vita osservata con lucidità estrema. Freddie Mercury, già gravemente malato, canta con una forza e una disciplina vocale impressionanti, evitando ogni compiacimento melodrammatico. Brani come Headlong e The Hitman dimostrano che i Queen non hanno perso il gusto per il rock fisico, diretto, muscolare, mentre I’m Going Slightly Mad utilizza l’ironia come strumento di difesa, trasformando la fragilità in intelligenza artistica.

Uno degli aspetti che colpiscono di più oggi è l’equilibrio tra leggerezza e gravità. Delilah, dedicata al gatto di Mercury, può sembrare fuori posto a un primo ascolto, ma inserita nel contesto del disco assume il valore di una pausa umana, quasi domestica, che rende ancora più forti i momenti di maggiore intensità emotiva. Don’t Try So Hard, con il suo falsetto fragile e controllato, è uno dei brani più sottovalutati dell’album, un esempio di come i Queen sappiano ancora lavorare sulla dinamica, sulla crescita graduale, sulla tensione emotiva senza mai scadere nel manierismo.

Il cuore emotivo del disco resta però concentrato nelle ultime tracce. These Are the Days of Our Lives è una canzone disarmante per semplicità e sincerità, costruita su pochi elementi essenziali e su un testo che parla di memoria, tempo e consapevolezza senza bisogno di grandi metafore. È uno dei rari casi in cui la musica pop riesce a essere universale senza diventare generica. Il celebre video, con Mercury visibilmente provato, ha contribuito a fissarne il significato nell’immaginario collettivo, ma la canzone regge perfettamente anche senza immagini, solo attraverso la sua struttura emotiva.

The Show Must Go On chiude l’album in modo definitivo e quasi spietato. Non è solo una delle migliori canzoni dei Queen, ma uno dei grandi brani della musica popolare del Novecento. La sua forza non risiede nella complessità tecnica, bensì nella capacità di trasformare una situazione personale estrema in un messaggio universale di resistenza. Sapere che Mercury incise la parte vocale in condizioni fisiche drammatiche aggiunge peso emotivo, ma non è questo a renderla memorabile: è la qualità della scrittura, la costruzione del climax, la chiarezza del messaggio.

Riascoltato oggi, Innuendo colpisce anche per la qualità della produzione e del suono. È un disco che non suona datato, nonostante appartenga pienamente ai primi anni Novanta. Gli arrangiamenti sono curati, le chitarre di Brian May mantengono una riconoscibilità assoluta, la sezione ritmica è solida e mai invadente, le tastiere sono usate con intelligenza, senza eccessi. È un album che dimostra come i Queen, arrivati a un punto critico della loro storia, sapessero ancora governare il proprio linguaggio musicale con lucidità e controllo.

Innuendo non è solo un grande album dei Queen: è un grande disco in senso assoluto. Non chiede di essere amato per compassione né celebrato per dovere storico.

Sta in piedi da solo, con una forza che attraversa il tempo e parla ancora oggi con chiarezza. Per chi, come chi scrive, è tornato ad ascoltarlo dopo decenni, la sorpresa è stata constatare che non era cambiato il disco: eravamo cambiati noi. E Innuendo, semplicemente, ci stava ancora aspettando.

🎸🎼 [ Scritto da Street-Legal ] 🎸🎼

Springsteeniani DemocraticiPè Provocà Music
25/05/2026

Springsteeniani Democratici
Pè Provocà Music

Ah, il Boss. L’unico essere umano capace di far piangere di commozione interi stadi di gente che ha speso 450 euro (più 87 di Ticketmaster, perché la lotta di classe costa) cantando la tragedia dei disoccupati del New Jersey.

C’è qualcosa di biblico, quasi mistico, nel vedere Bruce Springsteen, salire sul palco con la solita camicia di jeans flanellata da operaio del 1978, maniche arrotolate a mostrare i bicipiti del «duro lavoro manuale» (che in realtà fa dal personal trainer di Malibu).

Poi, con quella voce che sembra abbia mangiato ghiaia e rimpianti, si autoproclama Working Class Hero del secolo. Roba da far piangere pure Marx, ma di risate.

È un’estetica sublime. Bruce canta da cinquant’anni per gli ultimi, i dimenticati, i reietti delle autostrade arrugginite. Peccato che gli ultimi veri, oggi, ascoltino Sfera Ebbasta, Shiva o un neomelodico napoletano e di questo nonno miliardario che urla contro il crepuscolo della civiltà industriale se ne freghino alla grande.

Mentre lui suda sette camicie evocando lo spettro romantico della catena di montaggio, il metalmeccanico vero è a casa spompato dal turno di notte, guarda il soffitto e se sente «Born to Run» pensa solo alla fretta di timbrare il cartellino prima che gli taglino un’ora di paga.

Il divario è così comico che dovrebbe essere inserito nei manuali di sociologia come «effetto Springsteen»: la sinistra ZTL che va in estasi per il Boss e il proletariato reale che invece sogna il condizionatore a rate e il pollo al girarrosto della Lidl.

Due mondi che si sfiorano solo quando il semaforo è rosso. Pensate al testo della sua hit Badlands, ad esempio:

- Qui Bruce condensa tutta la sua filosofia in un verso geniale: «Il povero vuole diventare ricco, il ricco vuole diventare re e il re non è soddisfatto finché non domina su ogni cosa».

Grazie, Karl Marx con bandana e Telecaster!

Peccato che tu, Bruce, abbia completato il videogioco a tutti i livelli: sei partito dal basso, sei diventato straricco, ti sei incoronato Boss (versione folk e democratica di Re), e ora, dal tuo trono di platino con vista sull’oceano, circondato da bodyguard e fiscalisti, ci spieghi quanto sia dura la vita dell’operaio.

È un cortocircuito umoristico da standing ovation: un miliardario che non timbra un cartellino dal 1974 che fa il nostalgico della fabbrica è come un vegano che apre una catena di steakhouse e poi piange sul destino delle mucche.

La sua vicinanza al popolo si esprime in ballate epiche di sei minuti e mezzo con assolo di sax da far ve**re l’ansia al rider di Deliveroo che deve consegnare in 12 minuti o gli abbassano il rating.

L’estetica della sofferenza di Springsteen è diventata un lusso estremo: il feticcio perfetto per cinquantenni radical-chic che vogliono sentirsi rivoluzionari pagando 800 euro per il pacchetto VIP con meet & greet.

Il Re non è soddisfatto finché non domina su ogni cosa, cantava lui. E infatti domina: sulle classifiche, sui nostri cuori boomer, e soprattutto sui nostri portafogli. Autentico eroe della classe operaia, vero? Ma con jet privato, villa da far schifo, e l’anima ancora sporca di grasso di catena di montaggio.
Ma sì, certo.

E in questo gioco delle parti io chi dovrei essere? Il nuovo Che Guevara che suona la batteria nei Coldplay? Dico bene!

🎭 🤹‍♂️🥇[Di Mematore Universale] 🎭 🤹‍♂️🥇

Un saggio su Bob Dylan che esplora il rapporto tra creatività e mito, ripercorrendo le tappe fondamentali di una carrier...
24/05/2026

Un saggio su Bob Dylan che esplora il rapporto tra creatività e mito, ripercorrendo le tappe fondamentali di una carriera unica. Dalla rivoluzione degli anni Sessanta al Nobel per la Letteratura, il testo indaga l’influenza esercitata su musica, scrittura, cinema e arte contemporanea, restituendo il ritratto di un artista capace di trasformare il proprio tempo e di ispirare generazioni oltre confini culturali.

Un saggio su Bob Dylan che esplora il rapporto tra creatività e mito, ripercorrendo le tappe fondamentali di una carriera unica. Dalla rivol...

Il silenzio del terzo: polarizzazione binaria nel dibattito pubblico contemporaneo. di Planet Waves
22/05/2026

Il silenzio del terzo: polarizzazione binaria nel dibattito pubblico contemporaneo.

di Planet Waves

Il dibattito pubblico nell'era dei social media soffre di una patologia infantile e violenta: l’obbligo della tifoseria.

Quella che Carl Schmitt teorizzò come la categoria suprema della politica – la distinzione netta tra amico (amicus) e nemico (hostis) – è stata brutalmente banalizzata dalle piattaforme digitali e ridotta a una "dittatura della dicotomia per imbecilli".

Oggi la complessità non è più una virtù, ma un difetto; il dubbio non è un segno di intelligenza, ma un sintomo di tradimento.

Chiunque rifiuti la logica binaria del "con noi o contro di noi" viene immediatamente linciato o arruolato a forza nella fazione opposta: criticare Israele significa essere bollati come apologeti di Hamas, così come evidenziare l'inconsistenza della sinistra equivale a essere etichettati come fascisti.

Questa struttura mentale, tanto povera quanto fottutamente efficace, si impone attraverso tre precisi vettori sociologici.

Il primo pilastro di questa regressione intellettuale risiede nella psicologia cognitiva applicata alle masse digitali. Come già evidenziato da Gustave Le Bon e, in tempi più recenti, dagli studi di Daniel Kahneman sul "Pensiero Vento e Pensiero Lento", il cervello umano tende costituzionalmente al risparmio energetico. L'analisi della complessità – che richiede la validazione di dati contrastanti, l'accettazione dell'ambiguità e la gestione del conflitto interiore – comporta un costo cognitivo elevatissimo.

Lo slogan social offre una scorciatoia perfetta. Esso mappa il mondo in bianco e nero, eliminando il peso del dubbio. In un ecosistema informativo saturo, aderire a una fazione non è un atto di riflessione politica, ma un meccanismo di riduzione dell'ansia. Lo scontro binario (es. "se critichi Israele sei con Hamas") fornisce una gratificazione identitaria immediata e a basso costo.

L'individuo non ha più bisogno di studiare la storia; gli basta esibire il simbolo della propria tribù per sentirsi moralmente integro e socialmente approvato.

All'interno delle tribù digitali, la logica binaria si radicalizza attraverso la richiesta di una totale purezza ideologica. Nella sociologia delle comunità chiuse, il pericolo maggiore non è rappresentato dal nemico esterno, chiaramente identificabile, ma dal "traditore" interno. Chi introduce la sfumatura, chi fa notare le incongruenze della propria parte, mina la coesione del gruppo.

In questo contesto, la critica interna viene immediatamente etichettata come apostasia. Se un soggetto critica l'inconsistenza politica della sinistra, la tribù di riferimento non risponde nel merito, ma lo espelle categorizzandolo come "fascista". La sfumatura diventa un reato. Questo meccanismo genera un perverso effetto di autocensura: le voci più lucide e moderate preferiscono il silenzio pur di non subire il linciaggio mediatico o l'esilio sociale. Il dibattito si svuota così dei suoi elementi razionali, lasciando il campo esclusivamente agli estremisti di entrambe le fazioni.

Il terzo e più allarmante vettore è la scomparsa dello spazio geopolitico e culturale del "Terzo Escluso" (tertium non datur). Nella dialettica contemporanea, la neutralità analitica non è contemplata. Chi tenta di mantenere una postura di osservazione critica e distaccata viene attivamente schiacciato dalla polarizzazione.

Il rifiuto di schierarsi non viene interpretato come un segno di rigore intellettuale, bensì come una complicità sotterranea con il nemico. "Chi non è con noi è contro di noi" diventa il dogma assoluto.

Se si condannano i bombardamenti sui civili a Gaza senza per questo idolatrare la Sumud Flotilla, si finisce per essere attaccati da entrambi i fronti. La polarizzazione estorce il consenso con la forza: o si accetta il pacchetto ideologico preconfezionato di una fazione, o si viene cancellati dal dibattito. Il testimone lucido, figura centrale per la tenuta democratica, viene trasformato in un paria.

In conclusione: la riduzione del dibattito pubblico a scontro tra tifoserie non è un semplice difetto di comunicazione, ma un'involuzione antropologica. Quando la complessità viene percepita come un difetto e la semplificazione emotiva come un valore, la democrazia perde la sua linfa vitale: il compromesso razionale e il confronto delle idee.

La "dittatura della dicotomia" funziona perché è strutturalmente elementare ed emotivamente appagante. Tuttavia, una società incapace di abitare le zone grigie e di accettare il conflitto interiore è una società che ha smesso di pensare.

Per spezzare questa catena, è necessario rivendicare il diritto alla complessità e, soprattutto, il coraggio della solitudine intellettuale di fronte alla folla che acclama o condanna.

(Da un'idea di Ilio Maresciallo)

Nel panorama della sociologia dei consumi culturali, la figura dell’ascoltatore musicale si è polarizzata tra l’esplorat...
22/05/2026

Nel panorama della sociologia dei consumi culturali, la figura dell’ascoltatore musicale si è polarizzata tra l’esploratore critico e il consumatore seriale di classici.

Pè Provocà Music

Nel panorama della sociologia dei consumi culturali, la figura dell’ascoltatore musicale si è polarizzata tra l’esploratore critico e il consumatore seriale di classici.

Quest’ultimo non si limita a subire passivamente la musica di flusso: aderisce consapevolmente a un canone cristallizzato, un pantheon ristretto di divinità sicure che funge da rifugio cognitivo ed emotivo.

La sequenza che unisce artisti apparentemente eterogenei – dagli AC/DC ai Dire Straits, passando per l’esistenzialismo pop dei The Doors, il monumentalismo degli U2 e l’epica operaia di Bruce Springsteen – non descrive una semplice preferenza di genere, ma un preciso modello antropologico.

Al centro di questo modello vi è il rifiuto della scoperta a favore della rassicurazione: la musica cessa di essere esperienza di ricerca per trasformarsi in bene di consumo funzionale e feticcio identitario. Il meccanismo psicologico che sorregge questo comportamento è ben noto: l’effetto di mera esposizione combinato con la riduzione del rischio culturale. In un mercato saturo di stimoli, dove le piattaforme di streaming generano paralisi da scelta, il consumatore privo di pulsione critica si rifugia nei «brand» transgenerazionali.

I dieci nomi sacri che costituiscono il canone tipico di questo ascoltatore sono i seguenti:

10 ) AC/DC
9 ) The Doors
8 ) Bruce Springsteen
7 ) Madonna
6 ) Guns N’ Roses
5 ) Pink Floyd
4 ) Bon Jovi
3 ) ABBA
2 ) U2
1 ) Dire Straits

Ascoltare questi artisti non richiede sforzo di decodifica: sono marchi riconosciuti, approvati dalla critica storica e trasmessi per osmosi familiare. Si genera così una forma di nostalgia vicaria: anche i più giovani consumano il catalogo vintage per appropriarsi di un’epica mai vissuta, ma socialmente spendibile come certificato di «vera musica».

Il paniere di questi dieci nomi diventa un passaporto di competenza culturale minima: consente di proclamarsi amanti del rock o della grande musica senza dover mai affrontare l’underground, la psichedelia meno digeribile o le derive contemporanee.

Questa pigrizia intellettuale trova la sua architettura commerciale ideale in due dispositivi: la Sindrome del Greatest Hits e l’ipertrofia dello spettacolo stadiato. L’antologia rappresenta la negazione stessa dell’opera d’arte come insieme organico. Compilation come ABBA Gold o The Immaculate Collection hanno sostituito le discografie originali, estraendo il brano dal suo contesto per ridurlo a pura commodity. L’ascoltatore casuale non esplora gli album profondi né le sperimentazioni: consuma la hit radiofonica, mantenuta in eterna rotazione dalle emittenti Classic Rock, che anestetizza progressivamente la capacità di ascolto attento.

A completare il dispositivo interviene la liturgia dello stadio: il mega-evento che trasforma il consumo musicale in rito di aggregazione di massa. Acquistando un biglietto per Bon Jovi, AC/DC o per l’ennesima reincarnazione dei Pink Floyd, il consumatore non compra una performance musicale, ma l’accesso temporaneo a uno status symbol. Lo stadio, elevato a astronave multimediale da band come gli U2, soddisfa perfettamente la domanda contemporanea di spettacolarizzazione.

Il concerto diventa esperienza catartica in cui l’individuo si dissolve nella folla, celebrando non tanto la musica quanto il mito stesso e, soprattutto, la propria partecipazione al mito («c’ero anch’io»).

Così si chiude il cerchio del consumo rassicurato: non c’è bisogno di cercare nuove sonorità nei piccoli club quando l’industria dell’intrattenimento fornisce periodicamente, su scala monumentale, la giusta dose di adrenalina, ribellione controllata e commozione pop. La gerarchia culturale si dissolve in una bolla atemporale, dove il passato si rigenera all’infinito per tranquillizzare un pubblico che ha smesso di cercare.

😎 [A cura di Planet Waves] 😎

       Pè Provocà Cinema
21/05/2026




Pè Provocà Cinema

A piedi nudi nel parco (1967) di Gene Saks, visto oggi, è un reperto archeologico imbarazzante: una capsula del tempo sigillata nella bambagia di una borghesia che fingeva di non sentire l’odore di na**lm e di rivoluzione.

Uscito nel giugno 1967, mentre la guerra in Vietnam diventava un mattatoio quotidiano e l’America si preparava ai traumi del ’68, il film decide di barricarsi in un appartamento e fare finta che fuori non stia succedendo niente.

Neil Simon consegna una New York di cartapesta: niente controcultura, niente Greenwich Village vero, solo una farsa zuccherina impermeabile alla realtà come un Tupperware.

Il peccato originale è strutturale: non è cinema, è teatro trascinato a forza sul grande schermo senza alcuna vera traduzione visiva. Gene Saks gira come se avesse ancora davanti la platea. La macchina da presa è catatonica, il montaggio inesistente.

Gli attori, costretti a compensare il vuoto visivo, recitano in modalità “iperbole nevrotica”: urlano, gesticolano e corrono su e giù per le scale come in una farsa di Feydeau sotto anfetamine.

Il patto di realtà cinematografico va a pezzi ogni dieci minuti.

Operai che fingono agonie epiche per due rampe di scale, una richiesta di divorzio dopo sei giorni trattata come un capriccio da asilo, e soprattutto la sequenza cult del lucernario rotto: Redford che preferisce morire assiderato con l’ombrello aperto piuttosto che spostare il divano di due metri. In platea forse ridevano. Sullo schermo è semplicemente cretino.

Il titolo è una truffa bella e buona. Chi si aspetta una commedia urbana ariosa si ritrova ostaggio di un microcosmo claustrofobico da incubo.

Il vero protagonista non è la coppia, ma l’appartamento stesso: un congegno geometrico sadico in cui l’intimità viene sistematicamente violata. Con uno slittamento quasi horror, i due “giovani sposi” si ritrovano assediati dalla vecchiaia giudicante. La madre irrompe dalla porta come un’inquisizione anni ’50, mentre il vicino Victor Velasco usa la finestra della camera da letto come scorciatoia personale.

L’inquilino del terzo piano di Polański, ma in versione commedia borghese: al posto del terrore esistenziale, solo pantofole e rimproveri.

A rendere tutto ancora più grottesco ci pensa il cast. Sulla carta Paul e Corie sono due ventenni immaturi. Nella realtà abbiamo Robert Redford e Jane Fonda, già trentenni con facce vissute, che giocano a fare gli adolescenti capricciosi.

Redford, che aveva già interpretato il ruolo a teatro per anni e non nascondeva il suo fastidio per il personaggio del bacchettone conservatore, consegna una performance da compitino dignitoso, priva di scintilla.

Il finto ribaltamento dei ruoli («la mogliettina moderna che comanda») si rivela alla fine il solito trucco reazionario: la ragazza viene domata, l’ordine patriarcale ripristinato, sipario. Molto progressista, davvero!

Se all’epoca l’ingenuità di un pubblico ancora ancorato ai miti di progresso kennediani decretò lo strepitoso successo commerciale e di critica, il verdetto del tempo è stato spietato.

A piedi nudi nel parco fallisce proprio nella sua scena madre, quella corsa a piedi nudi a Central Park, girata malissimo e priva di qualsiasi naturalezza, dimostrando che l’ossigeno del cinema non può essere sostituito dalle sole battute fulminanti di Neil Simon.

Dobbiamo dirlo chiaramente: nonostante i grandi incassi del 1967, questo film rientra tra quelli degli anni Sessanta che sono invecchiati peggio. Un’opera-museo ingessata, polverosa e irrimediabilmente innocua, priva della febbrile verità metropolitana che Bob Dylan catturava nello stesso periodo con Blonde on Blonde.

Mentre fuori dal set il mondo bruciava e cambiava pelle, Simon e Saks restavano chiusi in un appartamento a scrivere battute. Il risultato è una commedia oggi quasi commovente nella sua volontaria cecità.

Un classico? Sì. Come può esserlo una tappezzeria a fiori degli anni Sessanta: storicamente significativa, esteticamente insopportabile.

🥸 [A cura di Planet Waves] 🥸

Il nuovo progetto di Nolan su Putin.Pè Provocà.
19/05/2026

Il nuovo progetto di Nolan su Putin.

Pè Provocà.

"Sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci". Pè Provocà
19/05/2026

"Sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci".

Pè Provocà

"Sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci".

Mai frase è stata più abusata, ma mai frase è stata così tragicamente profetica come nell'arena tossica dei social network.

Scrivere online non è più un atto di condivisione, ma un lancio nel vuoto sopra una fossa di leoni analfabeti funzionali. Esiste una fauna digitale dotata di una dote paranormale: la capacità di trascendere il testo, di andare oltre la singola frase, riuscendo nella miracolosa impresa di non capire assolutamente nulla del focus centrale. Non è distrazione; è una precisa, scientifica volontà di travisare per poter sputare la propria dose quotidiana di bile.
La dinamica è ormai un copione standardizzato e grottesco.
Pubblichi una foto di un piatto di pasta al pomodoro esaltandone la semplicità?
State certi che il genio di turno commenterà indignato: "Sì, ma allora chi è celiaco deve morire di fame? Vergognati!". Scrivi che preferisci il mare alla montagna? Qualcuno vi accuserà di discriminare i residenti delle vette alpine e di ignorare il dramma dello scioglimento dei ghiacciai.
Questa non è libertà d'opinione, questa è demenza digitale elevata a sistema. Il lettore medio non legge per capire; legge per trovare il pretesto per offendersi, per proiettare le proprie frustrazioni esistenziali e per salire su una cattedra di cartone a fare la morale a chiunque.
Il cuore del tema trattato viene sistematicamente sventrato.

L'intenzione dell'autore non conta più nulla, annientata dal narcisismo patologico di chi commenta. Il post originale diventa solo un parassita su cui innestare un monologo sterile, dove l'importante non è discutere del merito, ma dimostrare di essere più puri, più intelligenti, più politicamente corretti o semplicemente più arrabbiati. Si assiste alla morte del contesto e al trionfo del vittimismo preventivo. Ogni sfumatura viene criminalizzata, ogni sintesi viene marchiata come un'omissione dolosa.

Siamo arrivati al punto in cui, per non scatenare un linciaggio virtuale, bisognerebbe corredare ogni singola frase di tre pagine di note legali e disclaimer.

Ma se vogliamo davvero salvare la comunicazione dal collasso, serve un atto di totale onestà intellettuale. Prima di cercare a tutti i costi il messaggio nascosto per iniziare una guerra santa, prima di saltare a conclusioni fantasiose dettate dal proprio ego, bisognerebbe fermarsi, fare un respiro e riscoprire l'umiltà dell'ascolto letterale.

Basterebbe porsi una sola, semplicissima domanda di autocontrollo: "Cosa sta dicendo davvero questa persona?". Solo così si può salvare il cuore di un discorso. Altrimenti, se manca anche questa minima capacità di decodificare un testo senza vederci complotti o offese personali, la soluzione è una sola: posate lo smartphone e tornate a studiare.

Scritto da Don Casciotte.

MIDSOMMAR - IL VILLAGGIO DEI DANNATI
18/05/2026

MIDSOMMAR - IL VILLAGGIO DEI DANNATI

"Midsommar - Il villaggio dei dannati"
film del 2019 diretto da Ari Aster

Trama: Una rompicoglioni in fase premestruale, pialla la uallera al suo ragazzo e ai suoi amici per tutto il viaggio fino ad arrivare alla meta, uno strano villaggio vacanze in Puglia nella zona di Punta Prosciutto. Tra frequentatori bislacchi, animatori cacacazzi che ti propongono giochi dimmerda, e un turbinio di cocktail B-52 mischiati con Angelo Azzurro e polverine che "sembrano talco ma non è, serve a darti allegria", la vacanza non finirà proprio bene ma diciamo ammerda. 😀👍🏻

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