17/06/2026
The Bob Dylan Blog + Bob Dylan Studio Album
C’è un aspetto che rende un artista come Bob Dylan il più grande di tutti. La storia dei suoi lavori minori (o presunti tali).
Under the Red Sky, stupendo titolo per il suo 27esimo disco in studio, fa parte di questa categoria. Probabilmente la sua Arkengemma, il Graal dei lavori minori, che li condensa e li giustifica tutti. Le motivazioni che andremo ad analizzare in questo post sono molteplici.
Innanzitutto un breve passo indietro sembra doveroso arrivati a questo punto della vicenda artistica del cantautore americano. Gli anni Ottanta, come abbiamo detto nei post precedenti sono stati una fase di luci e ombre. Malgrado ciò, Dylan si era saputo sottrarre dal baratro con un notevole, poderoso colpo di coda.
Si scrive capolavoro, ma si legge Oh, Mercy, album del 1989 registrato a New Orleans e prodotto dal mago Daniel Lanois.
Un lavoro di breve durata (appena 39 minuti) da cui restano però fuori autentici gioielli come Dignity, Series of dreams, Born in time e God Knows.
Qualsiasi artista non avrebbe rinunciato a questo materiale e lo avrebbe incluso subito nel disco che conclude un decennio, nella migliore delle ipotesi, travagliato e difficile per il Nostro.
Eppure Dylan lascerà fuori perfino dal disco successivo, questo Under the Red Sky, due delle migliori canzoni inedite che non avevano trovato spazio su Oh, Mercy. Si tratta di Dignity e di Series of Dreams. Per fortuna recuperare però Born in Time e God Knows, brani che assieme alla title track e ad altre 2-3 cose, sono i pezzi migliori del disco con cui il cantautore apre la sua quarta decade di attività discografica.
Stavolta l’autore che ha cantato, inciso e scritto i brani è davvero un uomo maturo e come tale andrebbe giudicato e analizzato. Tuttavia stiamo sempre parlando di Dylan, dove la somma delle parti non darà mai il risultato sperato.
Alcuni brani e soprattutto certi testi, vengono giudicati nonsense, banali, quasi delle filastrocche per bambini. Ecco svelato l’arcano: Bob Dylan ha avuto da poco tempo una figlia dalla moglie segreta, Carolyn Dennis, sua corista dal tour mondiale del 1978, che collaborato a Slow Train Coming, Saved ed Empire Burlesque.
Le canzoni banali che suonano quasi come filastrocche, sono in realtà un pregevole easter egg che il papà dedica alla propria bimba.
Una giustificazione tardiva per la sciatteria del nuovo canzoniere dylaniano? Assolutamente no. Nel tempo chi scrive e segue Dylan ha imparato che tutto ciò che vale per altri artisti e compositori, non può essere applicato per il principe dei cantautori nordamericani.
E Dylan è nuovamente nei guai. Dopo appena un anno dal grande ritorno con canzoni e testi davvero significativi, la critica torna all’assalto. Per obiettività bisogna dire che anche stavolta, come era già avvenuto durante il decennio passato, né l’autore né l’etichetta fanno niente per parare i colpi.
Stavolta contribuiscono al "disastro" anche ospiti in studio e produttori del progetto discografico. Si tratta di Don Was, David Was e di un certo Jack Frost. Frost, ma questo lo scopriremo più avanti nel percorso, non è altri che l’ennesimo pseudonimo di Dylan stesso.
Contribuisce a rendere il disco sfigato e meritevole di una stroncatura il fatto che appena due anni prima Dylan abbia preso parte alla superband composta da Tom Petty, George Harrison, Roy Orbison e Jeff Lynne, cioè i Traveling Wilburys.
Under the Red Sky sembra a prima vista una mossa creata ad hoc per cercare di cavalcare hype e successo di questa superband, che all’inizio aveva tentato di nascondere l’identità degli artisti che la componevano.
Nel disco in proprio Dylan si fa accompagnare da una lista di artisti appartenenti a diversi genere e generazioni, passando da Slash dei Guns N’ Roses a David Crosby, da Elton John a George Harrison, da Al Kooper a Stevie Ray Vaughan.
Vi risparmiamo la lista completa che potete trovare, se siete curiosi, consultando la pagina Wikipedia in inglese dedicata al disco.
Questa volta anche i più irriducibili appassionati e sostenitori di Dylan dovranno arrendersi, convenendo con ciò che sostiene la critica musicale, visto che dati alla mano, per ascoltare nuove canzoni scritte da Dylan bisognerà attendere 7 anni.
Le nuove uscite saranno tutte dedicate a materiale non autografo, dato che il Nostro inciderà per la prima volta dei dischi interamente composti da brani tradizionali e cover. Quasi un ritorno dopo trent’anni a quello che era stato il suo esordio discografico: l’eponimo Bob Dylan (1962).
Ma quali sono le ragioni per cui questo disco è considerato un lavoro minore? Fatta esclusione per la title track e per i brani composti in precedenza come Born in Time e God Knows, mancano in questo caso brani davvero degni di nota, capace di resistere al tempo.
Il disco suona volutamente sottotono, un po' dimesso, anche se a distanza di anni si può rivalutarlo proprio perché il suo contenuto è gradevole, non certo memorabile ma con canzoni che si lasciano ascoltare e apprezzare nell'insieme. Naturalmente non bisogna accostare questo disco di transizione a quello che l'ha preceduto (Oh, Mercy) e che lo seguirà (Time Out of Mind).
Gli anni Novanta, tutto sommato, lanciano un primo squillo di tromba per gli appassionati nostalgici di Dylan.
L’artista è tornato o comunque manca poco per vederlo in grande spolvero, come performer e autore di canzoni. La sbornia anni Ottanta sembra essere lontana. Presto arriveranno Grammy e altri premi importanti. E per l’ufficio stampa e il management sono previsti lavori straordinari, come non avveniva da metà anni Settanta.
Ai posteri l’ardua sentenza se questo sia un bene oppure no. Sotto un rosso ridente cielo.