25/11/2022
Si è concluso un ciclo di presentazioni promosse dall’Istituto Cervantes di Roma “ Tiempo presente y literatura” che mercoledì sera ha scelto di incoraggiare la riflessione sugli universi narrativi che compongono l’attuale letteratura venezuelana, in un innesto con la spinosa argomentazione della narrazione del totalitarismo.
Così nel tardo pomeriggio dopo una corsa per il centro della capitale consapevole del mio ritardo e “percependo” un’atmosfera nei dintorni di Palazzo Montecitorio di partigianeria e provocazione poco rassicurante, sono arrivata, trafelata all’Istituto culturale Cervantes.
Lo scrittore protagonista era Juan Carlos Chirinos, una rivelazione per me, raccontava ragioni ideologiche e culturali che ispirano la sua letteratura, originario del Venezuela vive attualmente in Spagna. L’autore si è addentrato, grazie anche alla presenza del prof. Arsillo (di nome e di materia grigia) dell’Università Orientale di Napoli sulle modalità, soprattutto oggi, latenti ma altrettanto protagoniste della letteratura di adattarsi alle nuove forme di totalitarismo politico.
Il problema di non cogliere del tutto le parole, seppur perfettamente scandite di Chirinos , la traduzione simultanea ahimè infatti non era dedicata al pubblico ma alla moderatrice grave errore per una presentazione pubblica, non mi ha permesso di godere come avrei voluto degli interventi dell’autore ma il salvifico prof. Arsillo, introducendo spunti argomentativi riccamente carichi di pregnanza letteraria del centro e sudAmerica commiste con la sua materia, letteratura lusitana e brasiliana, ha lasciato che il pubblico si sentisse concretamente trasportato nell’universo emotivo, mai retorico, dello scrittore Chirinos.
L’ idea di letteratura politica dell’autore e al contempo di stereotipo e aspettative che la letteratura sud americana, anzi venezuelana è spesso costretta a rispettare, “Io originario di Caracas non avrei potuto sottrarmi dal racconto anche politico della mia Città” prima e dopo la crisi dei rifugiati venezuelani ma che rifiuta qualsiasi retorica sui temi nativi sono state nitidamente descritte.
Aiutate anche da un’eloquenza addirittura fisica di Chirinos che ha approfondito una lunga genesi inizialmente romantica e poi definitivamente sintetica del suo romanzo “Los cielos de curumo” uscito, nel 2019
La presentazione di Carlos mi ha avvolta in una specie di diplomazia letteraria, grazie al viatico offerto dal prof Arsillo la sfaccettatura della scrittura chiamiamola venezuelana che ancora tanto ha da raccontarci, sembrava immersa in quei borghi arroccati e nel melting pot di origini ispaniche, africane e native, mai dimentica del ruolo dell’Italia da Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, alla stessa etimologia di Venezuela, “piccola Venezia”.
Si è parlato di scrittura tout court, del potere politico che possiede la alta letteratura la sua forza dirompente grazie anche ai sentimenti descritti nei libri di Carlos ch caricano ancor più di significato la nostra attualità, tanto distopica da far scomodare la contemporaneità di Lang in Metropolis per incorniciare la “gentrificazione” urbana del romanzo.
Appena conclusa la presentazione ho subito pensato a quella provocazione lungo le strade del centro politico della nostra capitale, a quel gruppo di politicanti di “corte” appena usciti da qualche summit dei loro capi, troppo carichi di esaltazione e voglia di provocazione da strada, come in un delirio alcolico e desiderio di visibilità negativa che non mi hanno per niente rassicurata sul nostro “tiempo presente”.