19/09/2024
Francesco Guccini, nella Canzone dei dodici mesi, cantava: “settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età”. In qualche modo a settembre ricomincia un ciclo, quello lavorativo, e inizia il declino di un altro, quello delle stagioni. Una lieve malinconia accompagna i nostri giorni settembrini, mentre ci ridefiniamo ancora una volta e nel farlo ripensiamo al passato, a ciò che siamo stati e che vorremmo essere. Mentre ci perdiamo nei ricordi, capita di sorprendersi a vederli sfumare, confondere i loro contorni fino a diventare evanescenti e ci chiediamo se davvero siano stati. Perché, come dice Annie Ernaux, nel suo durissimo libro “L’evento”, “la sola vera memoria è materiale”. Abbiamo bisogno di vedere quella foto di tanti anni fa, in cui indossiamo quel maglione che ci ricordiamo di aver amato, per essere sicuri di quel sentimento. Abbiamo bisogno di toccare la conchiglia sottratta alla spiaggia, per ricordare il sapore di un pomeriggio d’estate. Abbiamo bisogno di possedere ancora un vecchio giocattolo rotto per sapere e sentire con certezza che siamo stati bambini. Abbiamo bisogno di ripercorrere strade, per sapere che ci sono appartenute e visualizzarci proprio lì, in una sera primaverile di tanto tempo fa, seduti sul bordo di una fontana all’ombra di un palazzo rinascimentale, mentre diventavamo adulti e i nostri desideri erano numerosi, confusi e freschi come l’acqua che zampillava alle nostre spalle.
Eppure, i nostri ricordi, che ci definiscono, non coincidono con la realtà. E proprio adesso ne stiamo fabbricando altri: la natura effimera e indeterminata della nostra esistenza.