Filippo

Filippo Design Strategist & Farmer. Mono-tasking, spigoloso, mi annoio e mi distraggo velocemente. Mi appassionano le storie ed i sogni delle persone.

Ogni tanto vado nel futuro, il resto del tempo lo passo a Marchisoro Farm. DISEGNO ROTTE

Lo faccio dal 2008 quando si potevano sponsorizzare i post dei profili personali di Facebook con € 5,14 ed ancora non si parlava di Mobile e siti Responsive. La lingua che si parlava all'epoca era quella di Gowalla e Wishpot, poi siamo arrivati dopo 10 anni a Clubhouse. Nel frattempo sono diventati tutti Gur

u di qualcosa. Oggi è il momento di fare qualche passo indietro e ripartire dalle persone, con un approccio completamente human centered design: in Marketing Toys progettiamo Identità di Marca, psico-analizzando le aziende nel loro Business Model Canvas per scoprire qualcosa di più dei loro Target e Buyer Personas, della loro Customer Journey e Touch Point. Ci facciamo contaminare dalla tecnologia, dai dati, dai futuri che saranno (e sceglieremo di far accadere). Le persone, i loro bisogni, i loro sogni sono tutto per noi. Cerchiamo - parafrasando Anna Handley - di far si che il consumatore diventi l'eroe della storia aziendale. A volte ci riusciamo ;)

UN PANDA ANNOIATONel 2009 Tomas Banišauskas era uno studente di economia a Vilnius, in Lituania. Non aveva investitori, ...
10/03/2026

UN PANDA ANNOIATO

Nel 2009 Tomas Banišauskas era uno studente di economia a Vilnius, in Lituania. Non aveva investitori, non aveva un team, non aveva neanche un vero piano editoriale. Aveva soltanto una curiosità: raccontare storie che trovava interessanti. Storie strane, successi improbabili, piccole meraviglie quotidiane che spesso passano inosservate. Il blog si chiamava Bored Panda e, per molto tempo, è stato esattamente questo: il progetto personale di una sola persona che faceva tutto — scriveva gli articoli, programmava il sito, sceglieva le immagini, gestiva il server. Un lavoro quasi artigianale, fatto più di pazienza che di strategia.

La parte interessante non è che sia cresciuto. Internet è pieno di progetti che crescono. La parte interessante è come. In un’intervista raccontata durante l’evento Vilnius TechFusion, Banišauskas spiegò il principio che aveva guidato il progetto fin dall’inizio: fare dieci volte meno, ma dieci volte meglio dei concorrenti. Nel 2017 Bored Panda diventò il sito più condiviso su Facebook. Pubblicava circa sei articoli al giorno. Altri siti ne pubblicavano migliaia. Sei contro migliaia. E funzionava. Oggi l’azienda conta centinaia di collaboratori distribuiti in decine di paesi, è rimasta indipendente, ha rifiutato offerte di acquisizione molto generose e continua a crescere senza aver mai tradito quell’intuizione iniziale.

Ma ciò che colpisce davvero non sono i numeri. È la scelta. Bored Panda ha deciso di non competere sul volume. Ha scelto la cura, la community, la creatività condivisa. In un ecosistema digitale costruito sull’indignazione, sul clickbait e sulla velocità, ha provato a costruire uno spazio diverso. Un luogo dove fotografi, illustratori e artisti possono trovare visibilità senza dover urlare più forte degli altri. Qualche anno fa Wired lo descrisse come un ritorno a quando internet era meno dipendenza e più scoperta.

Forse è proprio qui la parte più interessante della storia. Viviamo in un’economia dell’attenzione in cui quasi tutti producono di più per contare di meno. Il rumore è diventato strategia, la velocità una misura di valore. Eppure ogni tanto una storia come questa ricorda qualcosa di semplice. La qualità non è un lusso. È una posizione. E forse il vero vantaggio competitivo oggi non è fare di più, ma avere il coraggio — molto più difficile — di fare molto, molto meno.

Un panda annoiato, buona lettura www.boredpanda.com

Sta circolando ovunque un articolo sull’AI che viene presentato come una rivelazione. “Something big is happening”.L’ho ...
17/02/2026

Sta circolando ovunque un articolo sull’AI che viene presentato come una rivelazione. “Something big is happening”.

L’ho letto aspettandomi un punto di svolta, qualcosa che spiegasse davvero cosa sta cambiando. In realtà descrive una situazione già visibile, già discussa, già esperita da chiunque lavori o viva dentro il digitale.

La cosa più interessante non è il contenuto, ma la reazione.
Persone, giornalisti, colleghi ne parlano come se qualcuno avesse finalmente aperto gli occhi al mondo.

Poi ho riletto, quasi in parallelo, il saggio di Dario Amodei — cofondatore di Anthropic — sull’“adolescenza della tecnologia”. Ed è lì che la prospettiva cambia completamente.

Non è un testo virale, non ha il tono dell’allarme emotivo, non promette rivelazioni. È scritto da chi sta costruendo questi sistemi e prova a ragionare su cosa significa consegnare a una civiltà strumenti di potenza senza precedenti prima di aver sviluppato la maturità per governarli.

Se il primo articolo dice “sta succedendo qualcosa di grande”, il secondo dice: non è un evento improvviso, è un passaggio evolutivo potenzialmente instabile.

Come un adolescente con forza da adulto e giudizio ancora incompleto.

Messo così, cambia anche la domanda. Non “quando arriverà l’AI?”, ma cosa succede a una società quando capacità enormi diventano diffuse, economiche e difficili da controllare. Non solo lavoro, ma potere, sicurezza, conoscenza, disinformazione, biologia, identità.

Il paradosso è che il testo più condiviso è quello che semplifica la sensazione, mentre quello più inquietante è quello che prova a nominarne le implicazioni reali.

Forse perché è più facile reagire a un allarme che abitare una complessità.

E forse ciò che sembra una rivelazione tecnologica è in realtà una rivelazione psicologica: molte persone stanno percependo solo ora qualcosa che era già in corso da tempo, mentre chi è dentro questi processi parla già di fasi successive, di rischi sistemici, di governance, di equilibri globali.

Non stiamo assistendo a un fulmine a ciel sereno.
Stiamo assistendo al momento in cui diventa impossibile continuare a considerarlo meteo lontano.

Il punto non è decidere se essere ottimisti o pessimisti.
Il punto è accorgersi che non esistono più luoghi davvero esterni a ciò che sta accadendo.

“Something Big Is Happening” By Matt Shumer
https://shumer.dev/something-big-is-happening

“The Adolescence of Technology” - Dario Amodei
https://www.darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology

IL LAVORO INVISIBILESe dovessi misurare la mia professionalità in base a quanto mi sposto, a quante persone vedo, a quan...
02/02/2026

IL LAVORO INVISIBILE

Se dovessi misurare la mia professionalità in base a quanto mi sposto, a quante persone vedo, a quanti eventi partecipo, quanti aperitivi faccio o quante ore sto davanti al computer, sarei quasi inutile. Il lavoro che faccio sarebbe quasi inutile.

Eppure è esattamente così che molti immaginano ancora la produttività. Movimento, presenza, rumore. Come se il valore si misurasse in chilometri percorsi o in strette di mano.

Ho passato anni a credere che essere professionali significasse essere ovunque, sempre visibili, sempre reperibili. Poi qualcosa si è rotto. O forse si è aggiustato. Ho capito che il mio lavoro vero — quello che produce impatto, quello che cambia qualcosa — avviene spesso nel silenzio. Mentre leggo qualcosa che non c'entra niente con il progetto in corso. Mentre cammino senza meta. Mentre guardo fuori dalla finestra e lascio che i pensieri si connettano da soli.

Viviamo in un'epoca ossessionata dalla misurazione. KPI, analytics, dashboard in tempo reale. Ma il pensiero strategico non si misura in ore-lavoro. L'intuizione non ha un timestamp. Le connessioni più importanti tra idee nascono in spazi che nessun software può tracciare.

Non sto facendo l'elogio della pigrizia, anche se un po' pigro lo sono davvero. Sto dicendo che abbiamo costruito un sistema che premia il fare e ignora il pensare, che celebra la presenza fisica e sottovaluta quella mentale. Un sistema che confonde l'agitazione con l'efficacia.

Mi torna in mente una riflessione di Brunello Cucinelli sui "granai dello spirito" — quei luoghi interiori dove accumuliamo parole, storie, esperienze che ci tengono vivi quando il mondo sembra svuotarsi. Ecco, credo che anche il lavoro abbia bisogno dei suoi granai invisibili. Spazi di accumulo lento che poi, nei momenti giusti, nutrono tutto il resto.

La verità è che alcune delle decisioni più importanti che ho preso sono nate in momenti che, visti da fuori, sembravano vuoto. E forse è proprio lì che il lavoro vero accade: negli interstizi, nelle pause, nel tempo apparentemente improduttivo che poi si rivela essere l'unico davvero generativo.

Scopri la lettera di Brunello Cucinelli realizzata in occasione della nuova Campagna Istituzionale AI25.

Negli ultimi anni il futuro ha smesso di essere un orizzonte lontano.È entrato nelle aziende, nei territori, nelle organ...
09/01/2026

Negli ultimi anni il futuro ha smesso di essere un orizzonte lontano.
È entrato nelle aziende, nei territori, nelle organizzazioni senza chiedere permesso.
Sotto forma di crisi improvvise, accelerazioni tecnologiche, cambiamenti culturali, nuove fragilità e nuove possibilità.

E spesso ci siamo trovati a reagire. Velocemente. Bene, magari. Ma sempre un passo dopo.

“FUTURES READY – Navigare l’incertezza, costruire impatto” nasce da lì.

È una guida firmata da Marketing Toys, frutto di anni di lavoro sul campo con PMI, organizzazioni e territori che vivono quotidianamente la complessità.
Un lavoro arricchito dal contributo di Serena Tonus - Future Designer, che attraversa il libro come un controcampo necessario: uno sguardo attento all’umano, al senso, alla relazione tra immaginazione e responsabilità.

Questa non è una guida per spiegare “come andranno le cose”.
È un invito a cambiare postura.
A smettere di inseguire il futuro e iniziare a frequentarlo con più consapevolezza.

Pagina dopo pagina, FUTURES READY accompagna in un passaggio delicato ma decisivo: dallo sguardo corto allo sguardo lungo, dalla reazione all’orientamento, dall’idea di futuro come minaccia all’idea di futuro come spazio di progetto condiviso.

Dentro ci sono esperienze reali, strumenti pratici, esercizi di immaginazione concreta.
Non per rendere il futuro più controllabile — perché non lo è — ma per renderlo più abitabile.
Più discutibile. Più umano.

È una guida pensata per chi lavora oggi sapendo che le decisioni non finiscono nel trimestre, ma mettono radici nel tempo.
Per chi sente che l’impatto non è solo una metrica, ma una responsabilità.
Per chi ha capito che il futuro non si aspetta: si prepara, insieme.

“FUTURES READY – Navigare l’incertezza, costruire impatto” è ora disponibile su Amazon, in formato digitale e cartaceo: https://amzn.to/4547Lwk

Se il futuro è già entrato nel tuo lavoro quotidiano, forse è il momento di smettere di subirlo e iniziare a parlarci davvero.

C’è una sensazione sottile che mi accompagna sempre più spesso quando ascolto certi discorsi sul futuro. Non è rabbia, n...
31/12/2025

C’è una sensazione sottile che mi accompagna sempre più spesso quando ascolto certi discorsi sul futuro. Non è rabbia, non è neppure disillusione piena. È qualcosa di più strano. Una specie di stanchezza cognitiva. Come quando senti una musica troppo levigata, tecnicamente perfetta, ma senza attrito, senza silenzi, senza sbavature. Dopo un po’ non la senti più.

Readings for No One · Episode

C’è una colonizzazione in corso.Non fa rumore. Non alza bandiere.È una colonizzazione lenta, asiatica — soprattutto cine...
17/12/2025

C’è una colonizzazione in corso.
Non fa rumore. Non alza bandiere.

È una colonizzazione lenta, asiatica — soprattutto cinese.
Passa dai prodotti, dalle auto, dal know-how.

All’inizio erano copie economiche.
Poi sono diventati alternative credibili.
Oggi sono ecosistemi completi: hardware, software, filiere, infrastrutture.

L’auto elettrica è l’esempio perfetto.
Non è più solo un’auto: è batteria, codice, supply chain, velocità decisionale.
E su questi terreni l’Europa arriva spesso dopo.

Non ci stanno “invadendo”.
Ci stanno sostituendo, pezzo dopo pezzo, dove abbiamo smesso di investire visione.

La differenza è sottile ma decisiva: l’Occidente ha esportato valori e storytelling, la Cina esporta efficienza e dipendenza funzionale.

Quando te ne accorgi, non c’è un nemico da combattere.
C’è una filiera che non controlli più.

La vera domanda non è se questa colonizzazione esista.
È: che cosa stiamo ancora costruendo, come sistema, non come nostalgia?

Perché se la produttività misura il passato — ciò che è già stato fatto — l’immaginazione misura la possibilità: ciò che...
14/10/2025

Perché se la produttività misura il passato — ciò che è già stato fatto — l’immaginazione misura la possibilità: ciò che potrebbe accadere.

C’è una domanda che mi ha attraversato come una scossa, qualche sera fa, mentre leggevo un bellissimo testo di Julian Bleecker del Near…

FIBONACCI, LA STATISTICA E IL SENSO DEI NUMERICi sono numeri che non sono solo numeri. Hanno dentro una storia, un ritmo...
10/09/2025

FIBONACCI, LA STATISTICA E IL SENSO DEI NUMERI

Ci sono numeri che non sono solo numeri. Hanno dentro una storia, un ritmo, un respiro. La successione di Fibonacci è uno di quei racconti che si ripetono all’infinito: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21… Una sequenza che sembra quasi una filastrocca, e che invece è capace di descrivere la crescita delle conchiglie, la disposizione dei semi di un girasole, le spirali delle galassie.

Quando studiavo Statistica, mi colpiva l’idea che dietro l’apparente disordine dei dati esistano pattern che attendono solo di essere scoperti. La media, la varianza, la distribuzione: sono strumenti che provano a catturare un equilibrio sottostante. Ma la successione di Fibonacci aggiunge qualcosa di diverso: non è un indice di sintesi, ma un ritmo naturale, un principio di crescita che si svela nel tempo.

Se la statistica cerca regolarità nel caos, Fibonacci è un inno alla proporzione che emerge spontanea. Nei numeri della serie, rapportati tra loro, si avvicina la sezione aurea: 1,618… una costante che attraversa arte e architettura, finanza e biologia. In un certo senso, è una legge probabilistica della bellezza: non dice cosa accadrà, ma suggerisce che certi rapporti hanno più probabilità di resistere, di funzionare, di risultare armonici.

Nella mia pratica quotidiana di design strategist mi accorgo spesso che anche i processi creativi seguono logiche simili: si parte dal piccolo, si somma l’esperienza precedente, e lentamente si costruisce una curva che non è lineare, ma spirale. La stessa dinamica che in statistica osserviamo quando un campione cresce e si avvicina alla popolazione: passo dopo passo, il quadro diventa più chiaro, più stabile, più proporzionato.

Ecco perché trovo affascinante mettere in dialogo Fibonacci e la statistica: entrambi ci insegnano a guardare ai dati non solo come numeri, ma come forme di vita. Ci ricordano che dietro la fredda aritmetica si nasconde un’estetica, e che comprendere il mondo significa riconoscere queste strutture invisibili che legano natura, arte, economia e persino le scelte umane.

Forse il compito del futuro sarà proprio questo: imparare a muoverci tra successioni e distribuzioni, tra spirali e curve gaussiane, senza vedere contraddizioni ma connessioni. Perché ogni volta che sommiamo il passato al presente, stiamo già generando il prossimo numero della nostra sequenza.

CURVE TEMPORALI (E ALTRE POSSIBILITÀ DI FUTURO)Ogni tanto mi perdo in pensieri che non servono a nulla.Non risolvono pro...
29/08/2025

CURVE TEMPORALI (E ALTRE POSSIBILITÀ DI FUTURO)

Ogni tanto mi perdo in pensieri che non servono a nulla.
Non risolvono problemi, non portano risultati immediati, non fanno crescere il fatturato.
Sono pensieri apparentemente inutili.

Eppure sono proprio quelli che aprono spiragli.

Uno di questi, di recente, mi ha portato a pensare alle curve temporali chiuse.
Secondo la fisica teorica, esistono traiettorie che si ripiegano su se stesse e che, se percorse, ti riporterebbero indietro nel tuo stesso passato.
Un loop.
Un anello.
Un viaggio che, andando avanti, ti riporta indietro.

La scienza ci dice che probabilmente non funzionerà mai. Che restano eleganti soluzioni matematiche.
Ma l’immaginazione non ha bisogno di conferme. L’immaginazione piega il tempo, lo curva, lo rende terreno fertile per domande nuove.

E così ho iniziato a chiedermi: davvero abbiamo bisogno di una macchina del tempo per viaggiare?
O forse lo facciamo già, ogni giorno, senza rendercene conto?

Ogni scelta che facciamo è, in fondo, una curva temporale.
Pensa a quando decidi con chi lavorare: non è mai solo un atto del presente. Dentro quella scelta c’è il tuo passato, ci sono le esperienze che ti hanno reso chi sei, e c’è il tuo futuro, quello che immagini di costruire.
Anche una decisione piccola — una mail, una telefonata, un incontro — non è mai isolata. Porta con sé un’eco di ieri e un’ipotesi di domani.

Il futuro non è qualcosa che “accadrà” da qualche parte, lontano da qui.
Il futuro è già dentro al presente.
Ogni gesto lo piega, lo modella, lo annoda.

Quando penso al mio lavoro con le strategie, la vedo così. Non come uno schema rigido fatto di grafici e numeri, ma come un modo per disegnare loop di futuro.
Tracce che oggi sembrano invisibili e domani torneranno indietro sotto forma di impatti concreti, relazioni, trasformazioni.

Viviamo in un tempo che ci spinge sempre in avanti.
Corri, innova, cresci, accelera.
Ma forse abbiamo bisogno di rallentare, di guardare il tempo non come una linea retta ma come una trama.

Il tempo è fatto di rimandi, di ritorni, di possibilità che si ripiegano.
Non è una strada che ti porta dal punto A al punto B, ma un tessuto che intreccia passato, presente e futuro.

E in questo tessuto, ognuno di noi tiene in mano un filo.
Un filo che può annodare il presente al domani.
Un filo che può legare un’esperienza passata a un gesto che ancora deve accadere.

Forse il vero viaggio nel tempo è questo.
Non tornare indietro per cambiare ciò che è stato.
Non proiettarsi in avanti per sapere come andrà a finire.
Ma riconoscere che ogni momento contiene già passato e futuro insieme.

Ogni volta che immaginiamo qualcosa e iniziamo a lavorarci, stiamo piegando il tempo.
Ogni volta che un’idea germoglia e ritorna come cambiamento concreto, stiamo già viaggiando.
Ogni volta che scegliamo con responsabilità, creiamo una memoria che diventa futuro.

Forse non ci serviranno mai wormhole o buchi neri per viaggiare nel tempo.
Forse il viaggio è già dentro le nostre giornate.
Dentro la trama invisibile che lega chi siamo stati, chi siamo e chi stiamo diventando.

Il resto — le equazioni, i modelli, le ipotesi — è fisica teorica.
Interessante, certo, ma non necessaria.

Perché il viaggio nel tempo, in fondo, lo facciamo già.
Ogni volta che decidiamo di vivere con immaginazione, ogni volta che scegliamo con consapevolezza, ogni volta che diamo forma a un’idea che sembrava impossibile.

E allora, forse, la domanda non è più: “si può viaggiare nel tempo?”
Ma: “che uso facciamo del tempo che abbiamo già tra le mani?”

C’è un momento, nel lavoro e nella vita, in cui tutto sembra troppo.Troppe opzioni, troppi layer, troppe interfacce, tro...
21/07/2025

C’è un momento, nel lavoro e nella vita, in cui tutto sembra troppo.

Troppe opzioni, troppi layer, troppe interfacce, troppe riunioni per decidere come fare una cosa che poi non si fa. Troppe strategie che si dimenticano l’essenziale.

È lì che, ogni volta, mi torna in mente questo piccolo libro dalla copertina sobria e dai contenuti lucidissimi: Le leggi della semplicità di John Maeda.

Non è una lettura “nuova”, anzi. Ma ha la forza di quelle idee che invecchiano bene. Che diventano sempre più vere ogni volta che il mondo si complica un po’ di più. E che ti riportano al centro, al perché delle cose. Al cuore dei progetti.

Maeda non parla solo a designer o innovatori. Parla a chiunque si interroghi su come migliorare l’esperienza di qualcosa – un prodotto, un servizio, una relazione. E lo fa con un linguaggio semplice ma non semplicistico, essenziale ma non superficiale.

Una frase, tra le tante, mi accompagna da anni:

> "La semplicità consiste nel sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo."

Non è minimalismo estetico: è una forma di responsabilità.
Un atto di cura verso chi dovrà abitare, usare, comprendere ciò che progettiamo.

Leggendo (e rileggendo) questo libro, mi rendo conto che ogni scelta che facciamo – nei nostri brand, nei nostri processi, nelle nostre proposte – può diventare più leggibile, più gentile, più umana. Ma non per magia. Serve intenzione. Serve un pensiero che taglia, non per impoverire, ma per rivelare.

Nel nostro lavoro con Marketing Toys, questa tensione alla semplicità è diventata quasi un’ossessione. Perché è lì che si gioca la differenza tra un’esperienza che confonde e una che orienta. Tra un contenuto che intrattiene e uno che risuona. Tra un progetto che somiglia a tutti gli altri e uno che ha senso.

Se non l’hai mai letto, te lo consiglio.
Se l’hai già letto, rileggilo.
E poi prova a disegnare, scrivere, parlare, facilitare… come se la semplicità fosse davvero una legge. Una legge buona. Che funziona.

Negli ultimi anni ho sviluppato un certo fastidio epidermico per la parola “trend”. Non tanto per il concetto in sé — l’...
17/07/2025

Negli ultimi anni ho sviluppato un certo fastidio epidermico per la parola “trend”. Non tanto per il concetto in sé — l’idea di intercettare segnali, scorgere mutamenti, annusare l’aria prima della tempesta — quanto per il modo in cui questa parola viene spesso travestita da oracolo infallibile, da pozione miracolosa buona per ogni stagione.

Leggendo un bellissimo testo pubblicato da TFSX — “Trends, Damned Trends, and Statistics” — ho sentito un’eco familiare. L’immagine del venditore ambulante, con il suo carro pieno di elisir e promesse, che agita bottigliette di “novità” distillate dalle stesse logiche che hanno generato il problema. Il mondo della previsione si trasforma così in spettacolo: si confonde l’analisi con il marketing, la complessità con l’aneddoto, il futuro con la decorazione del presente.

Il punto non è tanto se i trend siano veri o falsi, utili o fuorvianti. Il punto è: da dove arrivano questi trend? A quale futuro si collegano? Alla possibilità viva, in divenire, che si nutre di relazioni, contraddizioni, desideri? O a quell’“Ufficio del Futuro” — come lo definisce TFSX — che continua a vendere solo versioni migliorate dello status quo, etichettate con nomi nuovi per suonare innovativi?

Molti report oggi ci parlano di “cambiamenti epocali” con lo stesso lessico usato per lanciare un nuovo gusto di gelato. Eppure il cambiamento vero, quello che cura davvero, spesso non ha una grafica patinata, né metriche esatte. È più vicino alla terra che ai dati. Più simile a un processo che a una previsione.

Nel racconto di TFSX c’è anche un dettaglio che vale la pena riportare. L’origine del termine snake oil salesman. Clark Stanley, fine Ottocento: bottigliette di presunto olio di serpente vendute come panacea. Non era vero. Era grasso di manzo. Ma prima ancora, i lavoratori cinesi delle ferrovie usavano veri oli curativi, estratti dal serpente d’acqua, per alleviare dolori e infiammazioni. La medicina reale era già lì, ma è stata cancellata, esotizzata, riscritta. Come molti futuri alternativi che non trovano voce nelle narrazioni dominanti.

Per questo forse non ci serve un altro “trend report”. Ci serve un altro modo di guardare. Di stare in ascolto. Di stare nel tempo. Di riscrivere insieme la grammatica del possibile.

Ecco perché, ogni volta che sento qualcuno parlare di “cosa verrà”, mi chiedo: ma da dove stai guardando?

🔗 Grazie Frank W. Spencer IV per la condivisione: https://tinyurl.com/58muenus
🖼️ Immagine “The Snake Oil Salesman” by Morgan Weistling

Indirizzo

San Piero A Sieve
50038

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 19:00
Martedì 10:00 - 19:00
Mercoledì 10:00 - 19:00
Giovedì 10:00 - 19:00
Venerdì 10:00 - 19:00
Sabato 10:00 - 14:00

Telefono

+393479176590

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Filippo pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi