Filippo

Filippo Design Strategist & Farmer. Mono-tasking, spigoloso, mi annoio e mi distraggo velocemente. Mi appassionano le storie ed i sogni delle persone.

Ogni tanto vado nel futuro, il resto del tempo lo passo a Marchisoro Farm. DISEGNO ROTTE

Lo faccio dal 2008 quando si potevano sponsorizzare i post dei profili personali di Facebook con € 5,14 ed ancora non si parlava di Mobile e siti Responsive. La lingua che si parlava all'epoca era quella di Gowalla e Wishpot, poi siamo arrivati dopo 10 anni a Clubhouse. Nel frattempo sono diventati tutti Gur

u di qualcosa. Oggi è il momento di fare qualche passo indietro e ripartire dalle persone, con un approccio completamente human centered design: in Marketing Toys progettiamo Identità di Marca, psico-analizzando le aziende nel loro Business Model Canvas per scoprire qualcosa di più dei loro Target e Buyer Personas, della loro Customer Journey e Touch Point. Ci facciamo contaminare dalla tecnologia, dai dati, dai futuri che saranno (e sceglieremo di far accadere). Le persone, i loro bisogni, i loro sogni sono tutto per noi. Cerchiamo - parafrasando Anna Handley - di far si che il consumatore diventi l'eroe della storia aziendale. A volte ci riusciamo ;)

UN PANDA ANNOIATONel 2009 Tomas Banišauskas era uno studente di economia a Vilnius, in Lituania. Non aveva investitori, ...
10/03/2026

UN PANDA ANNOIATO

Nel 2009 Tomas Banišauskas era uno studente di economia a Vilnius, in Lituania. Non aveva investitori, non aveva un team, non aveva neanche un vero piano editoriale. Aveva soltanto una curiosità: raccontare storie che trovava interessanti. Storie strane, successi improbabili, piccole meraviglie quotidiane che spesso passano inosservate. Il blog si chiamava Bored Panda e, per molto tempo, è stato esattamente questo: il progetto personale di una sola persona che faceva tutto — scriveva gli articoli, programmava il sito, sceglieva le immagini, gestiva il server. Un lavoro quasi artigianale, fatto più di pazienza che di strategia.

La parte interessante non è che sia cresciuto. Internet è pieno di progetti che crescono. La parte interessante è come. In un’intervista raccontata durante l’evento Vilnius TechFusion, Banišauskas spiegò il principio che aveva guidato il progetto fin dall’inizio: fare dieci volte meno, ma dieci volte meglio dei concorrenti. Nel 2017 Bored Panda diventò il sito più condiviso su Facebook. Pubblicava circa sei articoli al giorno. Altri siti ne pubblicavano migliaia. Sei contro migliaia. E funzionava. Oggi l’azienda conta centinaia di collaboratori distribuiti in decine di paesi, è rimasta indipendente, ha rifiutato offerte di acquisizione molto generose e continua a crescere senza aver mai tradito quell’intuizione iniziale.

Ma ciò che colpisce davvero non sono i numeri. È la scelta. Bored Panda ha deciso di non competere sul volume. Ha scelto la cura, la community, la creatività condivisa. In un ecosistema digitale costruito sull’indignazione, sul clickbait e sulla velocità, ha provato a costruire uno spazio diverso. Un luogo dove fotografi, illustratori e artisti possono trovare visibilità senza dover urlare più forte degli altri. Qualche anno fa Wired lo descrisse come un ritorno a quando internet era meno dipendenza e più scoperta.

Forse è proprio qui la parte più interessante della storia. Viviamo in un’economia dell’attenzione in cui quasi tutti producono di più per contare di meno. Il rumore è diventato strategia, la velocità una misura di valore. Eppure ogni tanto una storia come questa ricorda qualcosa di semplice. La qualità non è un lusso. È una posizione. E forse il vero vantaggio competitivo oggi non è fare di più, ma avere il coraggio — molto più difficile — di fare molto, molto meno.

Un panda annoiato, buona lettura www.boredpanda.com

Sta circolando ovunque un articolo sull’AI che viene presentato come una rivelazione. “Something big is happening”.L’ho ...
17/02/2026

Sta circolando ovunque un articolo sull’AI che viene presentato come una rivelazione. “Something big is happening”.

L’ho letto aspettandomi un punto di svolta, qualcosa che spiegasse davvero cosa sta cambiando. In realtà descrive una situazione già visibile, già discussa, già esperita da chiunque lavori o viva dentro il digitale.

La cosa più interessante non è il contenuto, ma la reazione.
Persone, giornalisti, colleghi ne parlano come se qualcuno avesse finalmente aperto gli occhi al mondo.

Poi ho riletto, quasi in parallelo, il saggio di Dario Amodei — cofondatore di Anthropic — sull’“adolescenza della tecnologia”. Ed è lì che la prospettiva cambia completamente.

Non è un testo virale, non ha il tono dell’allarme emotivo, non promette rivelazioni. È scritto da chi sta costruendo questi sistemi e prova a ragionare su cosa significa consegnare a una civiltà strumenti di potenza senza precedenti prima di aver sviluppato la maturità per governarli.

Se il primo articolo dice “sta succedendo qualcosa di grande”, il secondo dice: non è un evento improvviso, è un passaggio evolutivo potenzialmente instabile.

Come un adolescente con forza da adulto e giudizio ancora incompleto.

Messo così, cambia anche la domanda. Non “quando arriverà l’AI?”, ma cosa succede a una società quando capacità enormi diventano diffuse, economiche e difficili da controllare. Non solo lavoro, ma potere, sicurezza, conoscenza, disinformazione, biologia, identità.

Il paradosso è che il testo più condiviso è quello che semplifica la sensazione, mentre quello più inquietante è quello che prova a nominarne le implicazioni reali.

Forse perché è più facile reagire a un allarme che abitare una complessità.

E forse ciò che sembra una rivelazione tecnologica è in realtà una rivelazione psicologica: molte persone stanno percependo solo ora qualcosa che era già in corso da tempo, mentre chi è dentro questi processi parla già di fasi successive, di rischi sistemici, di governance, di equilibri globali.

Non stiamo assistendo a un fulmine a ciel sereno.
Stiamo assistendo al momento in cui diventa impossibile continuare a considerarlo meteo lontano.

Il punto non è decidere se essere ottimisti o pessimisti.
Il punto è accorgersi che non esistono più luoghi davvero esterni a ciò che sta accadendo.

“Something Big Is Happening” By Matt Shumer
https://shumer.dev/something-big-is-happening

“The Adolescence of Technology” - Dario Amodei
https://www.darioamodei.com/essay/the-adolescence-of-technology

IL LAVORO INVISIBILESe dovessi misurare la mia professionalità in base a quanto mi sposto, a quante persone vedo, a quan...
02/02/2026

IL LAVORO INVISIBILE

Se dovessi misurare la mia professionalità in base a quanto mi sposto, a quante persone vedo, a quanti eventi partecipo, quanti aperitivi faccio o quante ore sto davanti al computer, sarei quasi inutile. Il lavoro che faccio sarebbe quasi inutile.

Eppure è esattamente così che molti immaginano ancora la produttività. Movimento, presenza, rumore. Come se il valore si misurasse in chilometri percorsi o in strette di mano.

Ho passato anni a credere che essere professionali significasse essere ovunque, sempre visibili, sempre reperibili. Poi qualcosa si è rotto. O forse si è aggiustato. Ho capito che il mio lavoro vero — quello che produce impatto, quello che cambia qualcosa — avviene spesso nel silenzio. Mentre leggo qualcosa che non c'entra niente con il progetto in corso. Mentre cammino senza meta. Mentre guardo fuori dalla finestra e lascio che i pensieri si connettano da soli.

Viviamo in un'epoca ossessionata dalla misurazione. KPI, analytics, dashboard in tempo reale. Ma il pensiero strategico non si misura in ore-lavoro. L'intuizione non ha un timestamp. Le connessioni più importanti tra idee nascono in spazi che nessun software può tracciare.

Non sto facendo l'elogio della pigrizia, anche se un po' pigro lo sono davvero. Sto dicendo che abbiamo costruito un sistema che premia il fare e ignora il pensare, che celebra la presenza fisica e sottovaluta quella mentale. Un sistema che confonde l'agitazione con l'efficacia.

Mi torna in mente una riflessione di Brunello Cucinelli sui "granai dello spirito" — quei luoghi interiori dove accumuliamo parole, storie, esperienze che ci tengono vivi quando il mondo sembra svuotarsi. Ecco, credo che anche il lavoro abbia bisogno dei suoi granai invisibili. Spazi di accumulo lento che poi, nei momenti giusti, nutrono tutto il resto.

La verità è che alcune delle decisioni più importanti che ho preso sono nate in momenti che, visti da fuori, sembravano vuoto. E forse è proprio lì che il lavoro vero accade: negli interstizi, nelle pause, nel tempo apparentemente improduttivo che poi si rivela essere l'unico davvero generativo.

Scopri la lettera di Brunello Cucinelli realizzata in occasione della nuova Campagna Istituzionale AI25.

Negli ultimi anni il futuro ha smesso di essere un orizzonte lontano.È entrato nelle aziende, nei territori, nelle organ...
09/01/2026

Negli ultimi anni il futuro ha smesso di essere un orizzonte lontano.
È entrato nelle aziende, nei territori, nelle organizzazioni senza chiedere permesso.
Sotto forma di crisi improvvise, accelerazioni tecnologiche, cambiamenti culturali, nuove fragilità e nuove possibilità.

E spesso ci siamo trovati a reagire. Velocemente. Bene, magari. Ma sempre un passo dopo.

“FUTURES READY – Navigare l’incertezza, costruire impatto” nasce da lì.

È una guida firmata da Marketing Toys, frutto di anni di lavoro sul campo con PMI, organizzazioni e territori che vivono quotidianamente la complessità.
Un lavoro arricchito dal contributo di Serena Tonus - Future Designer, che attraversa il libro come un controcampo necessario: uno sguardo attento all’umano, al senso, alla relazione tra immaginazione e responsabilità.

Questa non è una guida per spiegare “come andranno le cose”.
È un invito a cambiare postura.
A smettere di inseguire il futuro e iniziare a frequentarlo con più consapevolezza.

Pagina dopo pagina, FUTURES READY accompagna in un passaggio delicato ma decisivo: dallo sguardo corto allo sguardo lungo, dalla reazione all’orientamento, dall’idea di futuro come minaccia all’idea di futuro come spazio di progetto condiviso.

Dentro ci sono esperienze reali, strumenti pratici, esercizi di immaginazione concreta.
Non per rendere il futuro più controllabile — perché non lo è — ma per renderlo più abitabile.
Più discutibile. Più umano.

È una guida pensata per chi lavora oggi sapendo che le decisioni non finiscono nel trimestre, ma mettono radici nel tempo.
Per chi sente che l’impatto non è solo una metrica, ma una responsabilità.
Per chi ha capito che il futuro non si aspetta: si prepara, insieme.

“FUTURES READY – Navigare l’incertezza, costruire impatto” è ora disponibile su Amazon, in formato digitale e cartaceo: https://amzn.to/4547Lwk

Se il futuro è già entrato nel tuo lavoro quotidiano, forse è il momento di smettere di subirlo e iniziare a parlarci davvero.

C’è una sensazione sottile che mi accompagna sempre più spesso quando ascolto certi discorsi sul futuro. Non è rabbia, n...
31/12/2025

C’è una sensazione sottile che mi accompagna sempre più spesso quando ascolto certi discorsi sul futuro. Non è rabbia, non è neppure disillusione piena. È qualcosa di più strano. Una specie di stanchezza cognitiva. Come quando senti una musica troppo levigata, tecnicamente perfetta, ma senza attrito, senza silenzi, senza sbavature. Dopo un po’ non la senti più.

Readings for No One · Episode

C’è una colonizzazione in corso.Non fa rumore. Non alza bandiere.È una colonizzazione lenta, asiatica — soprattutto cine...
17/12/2025

C’è una colonizzazione in corso.
Non fa rumore. Non alza bandiere.

È una colonizzazione lenta, asiatica — soprattutto cinese.
Passa dai prodotti, dalle auto, dal know-how.

All’inizio erano copie economiche.
Poi sono diventati alternative credibili.
Oggi sono ecosistemi completi: hardware, software, filiere, infrastrutture.

L’auto elettrica è l’esempio perfetto.
Non è più solo un’auto: è batteria, codice, supply chain, velocità decisionale.
E su questi terreni l’Europa arriva spesso dopo.

Non ci stanno “invadendo”.
Ci stanno sostituendo, pezzo dopo pezzo, dove abbiamo smesso di investire visione.

La differenza è sottile ma decisiva: l’Occidente ha esportato valori e storytelling, la Cina esporta efficienza e dipendenza funzionale.

Quando te ne accorgi, non c’è un nemico da combattere.
C’è una filiera che non controlli più.

La vera domanda non è se questa colonizzazione esista.
È: che cosa stiamo ancora costruendo, come sistema, non come nostalgia?

Indirizzo

San Piero A Sieve
50038

Orario di apertura

Lunedì 10:00 - 19:00
Martedì 10:00 - 19:00
Mercoledì 10:00 - 19:00
Giovedì 10:00 - 19:00
Venerdì 10:00 - 19:00
Sabato 10:00 - 14:00

Telefono

+393479176590

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