14/12/2025
C'è stata parecchia agitazione mediatica questi giorni per il ritiro di uno studio pubblicato nel 2000 sul glifosato, firmato da Williams e colleghi. Dopo 25 anni, la rivista ha deciso di ritirarlo non perché i dati fossero falsificati o le conclusioni scientificamente sbagliate, ma per questioni di conflitto di interessi e trasparenza sui finanziamenti dell'industria. Ed è scoppiato il finimondo, con titoli di diverse testate che suggeriscono "Ecco la prova che il glifosato è pericolosissimo e ce l'hanno nascosto!".
Ma fermiamoci un attimo. Perché questa storia ci offre l'occasione perfetta per capire come funziona davvero la valutazione scientifica di un rischio, e perché la ritrattazione di un singolo paper, per quanto citato, non fa crollare decenni di ricerca tossicologica.
Pensateci: se voleste sapere se una sostanza è pericolosa, vi fidereste di un unico studio? Anche se fosse il più prestigioso del mondo? Sarebbe come decidere se comprare casa guardando una sola foto dell'esterno.
Le agenzie regolatorie come l'EFSA europea, l'EPA americana, o le equivalenti in Canada e Australia, lavorano su scale completamente diverse. Parliamo di centinaia di studi su tossicologia acuta e cronica, studi su animali da laboratorio, biomonitoraggio su popolazioni umane, analisi dei residui negli alimenti, studi epidemiologici su lavoratori agricoli esposti per anni. È un puzzle gigantesco dove ogni tessera viene pesata, valutata, confrontata con le altre.
Se una tessera si rivela difettosa o poco affidabile, la sostituisci o la togli, ma il quadro generale non scompare.
Lo studio di Williams et al. era uno dei tanti utilizzati per valutare la tossicologia del glifosato.
Era citato spesso? Sì.
Era l'unico? Assolutamente no.
La sua ritrattazione è importante perché ci ricorda che la trasparenza sui finanziamenti è importante, e che gli studi sponsorizzati dall'industria vanno scrutinati con particolare attenzione. Ma la ritrattazione riguarda la mancata dichiarazione del coinvolgimento dell'industria nella stesura del lavoro, non la falsificazione dei dati o errori metodologici gravi. Ciò non significa che le conclusioni finora raggiunte dalle autorità sanitarie, basate su migliaia di altri studi, siano automaticamente errate. Sarebbe come dire che se uno dei testimoni di un processo si rivela poco affidabile, allora tutte le altre testimonianze e prove spariscono nel nulla.
Ora guardiamo i dati reali di esposizione, quelli che emergono dagli studi di biomonitoraggio più recenti pubblicati su riviste peer-reviewed. Una meta-analisi del 2019 pubblicata su Environmental Health da Gillezeau e colleghi ha esaminato sistematicamente l'evidenza dell'esposizione umana al glifosato, analizzando dati da 5127 individui. I livelli urinari di glifosato rilevati nella popolazione generale variano tipicamente tra 0,16 e 7,6 μg/L, con valori mediani attorno a 1 μg/L. Livelli che si traducono in un'esposizione giornaliera stimata ben al di sotto delle soglie di sicurezza stabilite dalle agenzie regolatorie.
Qui entra in gioco (come al solito) una distinzione fondamentale che spesso viene ignorata nel dibattito pubblico: la differenza tra "pericolo" e "rischio".
Vi faccio un esempio pratico: l'acqua può essere pericolosa, se ne bevete 10 litri in un'ora potete avere un'intossicazione che può essere letale. Questo rende l'acqua un pericolo? Tecnicamente sì. Ma rappresenta un rischio reale nella vita quotidiana? No, perché nessuno beve 10 litri d'acqua in un'ora per sbaglio.
L'International Agency for Research on Cancer (IARC) nel 2015 ha classificato il glifosato come "probabilmente cancerogeno per l'uomo" (Gruppo 2A). Questa classificazione valuta il pericolo intrinseco, cioè se una sostanza può TEORICAMENTE causare il cancro in determinate condizioni, ma non quantifica il rischio reale legato all'esposizione effettiva della popolazione.
La presenza di residui misurabili negli alimenti quindi non equivale automaticamente a un rischio per la salute, se l'esposizione rimane largamente al di sotto delle soglie tossicologiche.
La Agricultural Health Study, uno dei più grandi studi prospettici su oltre 54.000 applicatori di pesticidi negli Stati Uniti seguiti per oltre 20 anni, ha pubblicato nel 2018 su Journal of the National Cancer Institute un'analisi specifica sul glifosato. I risultati non hanno mostrato associazioni statisticamente significative tra l'uso di glifosato e l'incidenza complessiva di tumori, inclusi linfoma non-Hodgkin, leucemia e altri tumori solidi, anche nei lavoratori con esposizioni cumulative elevate nel corso di decenni. Stiamo parlando di lavoratori che maneggiavano direttamente il prodotto, con esposizioni immensamente superiori a quelle di chi mangia una mela che può avere tracce di residui.
Ciò non significa che dobbiamo ignorare le preoccupazioni. Una meta-analisi del 2019 pubblicata su Mutation Research da Zhang e colleghi ha trovato un'associazione tra alte esposizioni al glifosato e un aumento del rischio di linfoma non-Hodgkin del 41%. Tuttavia, la meta-analisi in questione è stata criticata dalla comunità scientifica per diverse limitazioni metodologiche, e soprattutto riguardava esposizioni occupazionali intense, non l'esposizione alimentare della popolazione generale. È come confrontare chi lavora in una raffineria respirando vapori di benzene tutto il giorno con chi fa benzina una volta a settimana.
L'EFSA, nella sua rivalutazione del 2023, ha esaminato oltre 1500 studi, concludendo che "i livelli di esposizione alimentare attualmente stimati per tutte le popolazioni europee non destano preoccupazione per la salute dei consumatori". Una conclusione che si basa non su un singolo studio, ma su un corpus massiccio di evidenze tossicologiche, epidemiologiche e di biomonitoraggio. Millecinquecento studi. Non uno!
Ora, mettiamo tutto questo in prospettiva confrontandolo con altri fattori di rischio ben documentati, perché è qui che la percezione pubblica del rischio diventa davvero interessante. Il tabacco, cancerogeno certo (Gruppo 1 IARC), causa circa 8 milioni di morti all'anno nel mondo secondo l'OMS, ed è responsabile del 22% di tutti i decessi per cancro. Parliamo di dati solidi, replicati, verificati in decine di paesi e centinaia di studi.
Il particolato fine PM2.5 dell'inquinamento atmosferico, anch'esso Gruppo 1, causa secondo uno studio del 2018 pubblicato su PNAS da Burnett e colleghi circa 4,2 milioni di morti premature all'anno globalmente. Respirate aria inquinata ogni giorno se vivete in città, ma quante volte vi preoccupate davvero di questo quando uscite di casa?
L'obesità e il sovrappeso, secondo il rapporto 2018 del World Cancer Research Fund, sono fattori di rischio accertati per almeno 13 tipi di cancro diversi: esofago, stomaco, pancreas, cistifellea, fegato, colon-retto, mammella post-menopausa, endometrio, ovaio, rene, meningioma, tiroide e mieloma multiplo. Negli Stati Uniti, secondo il National Cancer Institute, circa il 40% dei tumori diagnosticati è attribuibile a fattori di rischio modificabili, con il fumo di tabacco, l'eccesso ponderale e il consumo di alcol ai primi posti.
La sedentarietà è un altro fattore spesso sottovalutato. Una meta-analisi del 2016 su The Lancet che ha analizzato dati di oltre un milione di persone ha dimostrato che l'inattività fisica è associata a un aumento significativo del rischio di morte prematura, indipendentemente dal peso corporeo. Stare seduti per ore ogni giorno aumenta il rischio di morte prematura in modo misurabile e statisticamente significativo.
Questo confronto non serve a minimizzare eventuali rischi del glifosato, ma a contestualizzarli razionalmente. La percezione pubblica del rischio funziona spesso in modo paradossale: tracce infinitesimali di un pesticida negli alimenti generano allarme mediatico e petizioni con milioni di firme, mentre fattori di rischio enormemente più rilevanti e ben documentati vengono ampiamente accettati o ignorati nella vita quotidiana. Quante persone hanno smesso di mangiare cereali per paura del glifosato ma continuano a fumare, bere alcolici regolarmente, o vivere una vita sedentaria?
Le criticità ambientali del glifosato sono un discorso separato e importante, certo, ma vanno inquadrate senza perdere il contatto con i dati reali. Spesso si cita lo studio pubblicato nel 2018 su PNAS da Motta e colleghi, quello che mostrava alterazioni del microbiota intestinale delle api mellifere dopo l'esposizione al glifosato. È un lavoro interessante, ma bisogna leggerlo con attenzione: le dosi somministrate in laboratorio erano pari a 5 e 10 mg/L di glifosato in una soluzione zuccherata. Concentrazioni che in realtà si avvicinano a quelle riscontrabili nel nettare di colza geneticamente modificata per essere resistente al glifosato, ma restano comunque superiori e, soprattutto, rappresentano un'ipotesi estrema: il cosiddetto worst case scenario, quello in cui le api bottinano esclusivamente su un campo di colza trattato e su nient'altro. Scenari di questo tipo sono utili per capire il potenziale rischio, ma non descrivono ciò che succede realmente in natura.
Gli effetti sulla biodiversità restano una questione da approfondire, ma vanno discussi partendo dai numeri, non da scenari di laboratorio che simulano esposizioni più alte e monotone di quanto avvenga davvero nella realtà.
Il ritiro dello studio di Williams dopo 25 anni è dunque una notizia importante, ma più che altro perché sottolinea la necessità di trasparenza assoluta sui conflitti di interesse nella ricerca scientifica. È giusto che se ne parli, è giusto che faccia discutere. Ma la scienza non funziona come la politica o il gossip, dove uno scandalo può far crollare tutto in un giorno. Funziona per accumulo di evidenze, per confronto continuo, per revisione critica. È un processo imperfetto, fatto da esseri umani con i loro bias e i loro conflitti di interesse, ma è anche l'unico strumento affidabile che abbiamo per separare i rischi reali dalle paure infondate.
La trasparenza sui finanziamenti è fondamentale e va pretesa sempre. Gli studi sponsorizzati dall'industria vanno valutati con occhio critico supplementare. Ma questo vale per tutte le industrie. Vale per l'industria dei farmaci, per l'industria del biologico che fattura miliardi in tutto il mondo con prodotti che vengono spesso venduti come intrinsecamente più sicuri senza evidenze solide che lo dimostrino, per i produttori di integratori alimentari che secondo Grand View Research rappresentano un mercato globale di oltre 150 miliardi di dollari, spesso con evidenze scientifiche di efficacia molto deboli o inesistenti.
Quello che dovremmo imparare da questa vicenda non è "non fidatevi della scienza" ma esattamente il contrario: fidatevi del metodo scientifico, che è fatto anche di ritrattazioni quando emergono problemi, di autocorrezione, di miglioramento continuo. È proprio tale capacità di correggere gli errori, di rivedere le conclusioni quando emergono nuove evidenze o problemi metodologici, che rende la scienza affidabile nel lungo periodo. La ritrattazione dello studio di Williams per mancata trasparenza sui conflitti di interesse è proprio un esempio di come il sistema funzioni: quando emergono problemi, anche dopo 25 anni, la comunità scientifica interviene.
Nel frattempo, mentre ci preoccupiamo di parti per miliardo di glifosato nei cereali, ricordiamoci di guardare ai fattori di rischio che la ricerca epidemiologica ha identificato come realmente rilevanti per la salute pubblica: il fumo, l'alcol, l'inquinamento atmosferico, la sedentarietà, l'eccesso di peso. Questi sono i fattori per cui abbiamo evidenze solide, replicabili, e soprattutto dimensioni di rischio misurabili e significative.
La gestione razionale del rischio richiede di guardare i numeri, non i titoli sensazionalistici. E i numeri, al momento, ci dicono che l'esposizione alimentare al glifosato per il consumatore medio è ordini di grandezza al di sotto dei limiti di sicurezza stabiliti dalle agenzie regolatorie dopo revisioni di centinaia di studi, mentre esistono fattori di rischio con evidenze molto più solide che meriterebbero maggiore attenzione pubblica e mediatica.
Alla fine, la domanda da porsi non è "c'è o non c'è glifosato negli alimenti?" ma "l'esposizione effettiva rappresenta un rischio reale per la salute umana sulla base delle evidenze disponibili?". E la risposta della comunità scientifica, nonostante la ritrattazione di questo studio per questioni di trasparenza, rimane sostanzialmente invariata: l'esposizione alimentare al glifosato nella popolazione generale è BEN AL DI SOTTO dei livelli di preoccupazione tossicologica.
Fonti principali ⤵️
• Gillezeau C. et al., "The evidence of human exposure to glyphosate: a review", Environmental Health (2019), 18:2
• Time trend (2001 to 2015) of human exposure to a widely used herbicide", International Journal of Hygiene and Environmental Health (2017), 220(1):8-16
• IARC Monographs Volume 112: "Evaluation of five organophosphate insecticides and herbicides" (2015)
• Andreotti G. et al., "Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study", Journal of the National Cancer Institute (2018), 110(5):509-516
• Zhang L. et al., "Exposure to glyphosate-based herbicides and risk for non-Hodgkin lymphoma: A meta-analysis and supporting evidence", Mutation Research (2019), 781:186-206
• European Food Safety Authority (EFSA), "Peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate" (2023)
• World Health Organization, "WHO report on the global to***co epidemic" (2021)
• Burnett R. et al., "Global estimates of mortality associated with long-term exposure to outdoor fine particulate matter", PNAS (2018), 115(38):9592-9597
• World Cancer Research Fund/American Institute for Cancer Research, "Diet, Nutrition, Physical Activity and Cancer: a Global Perspective" (2018)
• Ekelund U. et al., "Does physical activity attenuate, or even eliminate, the detrimental association of sitting time with mortality?", The Lancet (2016), 388(10051):1302-1310
• Motta EVS et al., "Glyphosate perturbs the gut microbiota of honey bees", PNAS (2018), 115(41):10305-10310
• Van Bruggen AHC et al., "Environmental and health effects of the herbicide glyphosate", Science of The Total Environment (2018), 616-617:255-268