Geproter società cooperativa

Geproter società cooperativa Geproter soc. coop. offre servizi di consulenza e di laboratorio per la gestione della filiera agro-

Negli ultimi giorni abbiamo sottoposto a Il Fatto Alimentare una lettera su un tema che, a mio avviso, merita attenzione...
18/12/2025

Negli ultimi giorni abbiamo sottoposto a Il Fatto Alimentare una lettera su un tema che, a mio avviso, merita attenzione da parte di operatori, giuristi e Consorzi di tutela.

Una recente decisione della Corte di Appello di Napoli ha qualificato la passata di pomodoro come prodotto non trasformato, definendola una “semplice spremitura del pomodoro”.
Su questa base, la Corte ha escluso l’applicazione della disciplina prevista per i prodotti trasformati che utilizzano o evocano denominazioni DOP.

La questione non è solo terminologica.
Il diritto dell’Unione distingue in modo chiaro tra prodotti agricoli non trasformati e prodotti trasformati, includendo espressamente conserve e passate di pomodoro tra questi ultimi. Questa distinzione è uno dei pilastri del sistema di tutela delle DOP e delle IGP.

Se una passata venisse considerata, sul piano giuridico, un prodotto non trasformato, si aprirebbe un problema sistemico: l’uso delle denominazioni DOP sui prodotti trasformati rischierebbe di essere sottratto alle regole che oggi ne disciplinano l’impiego, con conseguenze sul ruolo dei Consorzi di tutela e sulla certezza del diritto per operatori e consumatori.

Crediamo che il tema meriti un confronto serio e tecnico, perché non riguarda un singolo caso, ma l’equilibrio complessivo del sistema delle indicazioni geografiche.

14/12/2025

C'è stata parecchia agitazione mediatica questi giorni per il ritiro di uno studio pubblicato nel 2000 sul glifosato, firmato da Williams e colleghi. Dopo 25 anni, la rivista ha deciso di ritirarlo non perché i dati fossero falsificati o le conclusioni scientificamente sbagliate, ma per questioni di conflitto di interessi e trasparenza sui finanziamenti dell'industria. Ed è scoppiato il finimondo, con titoli di diverse testate che suggeriscono "Ecco la prova che il glifosato è pericolosissimo e ce l'hanno nascosto!".

Ma fermiamoci un attimo. Perché questa storia ci offre l'occasione perfetta per capire come funziona davvero la valutazione scientifica di un rischio, e perché la ritrattazione di un singolo paper, per quanto citato, non fa crollare decenni di ricerca tossicologica.

Pensateci: se voleste sapere se una sostanza è pericolosa, vi fidereste di un unico studio? Anche se fosse il più prestigioso del mondo? Sarebbe come decidere se comprare casa guardando una sola foto dell'esterno.

Le agenzie regolatorie come l'EFSA europea, l'EPA americana, o le equivalenti in Canada e Australia, lavorano su scale completamente diverse. Parliamo di centinaia di studi su tossicologia acuta e cronica, studi su animali da laboratorio, biomonitoraggio su popolazioni umane, analisi dei residui negli alimenti, studi epidemiologici su lavoratori agricoli esposti per anni. È un puzzle gigantesco dove ogni tessera viene pesata, valutata, confrontata con le altre.

Se una tessera si rivela difettosa o poco affidabile, la sostituisci o la togli, ma il quadro generale non scompare.

Lo studio di Williams et al. era uno dei tanti utilizzati per valutare la tossicologia del glifosato.

Era citato spesso? Sì.

Era l'unico? Assolutamente no.

La sua ritrattazione è importante perché ci ricorda che la trasparenza sui finanziamenti è importante, e che gli studi sponsorizzati dall'industria vanno scrutinati con particolare attenzione. Ma la ritrattazione riguarda la mancata dichiarazione del coinvolgimento dell'industria nella stesura del lavoro, non la falsificazione dei dati o errori metodologici gravi. Ciò non significa che le conclusioni finora raggiunte dalle autorità sanitarie, basate su migliaia di altri studi, siano automaticamente errate. Sarebbe come dire che se uno dei testimoni di un processo si rivela poco affidabile, allora tutte le altre testimonianze e prove spariscono nel nulla.

Ora guardiamo i dati reali di esposizione, quelli che emergono dagli studi di biomonitoraggio più recenti pubblicati su riviste peer-reviewed. Una meta-analisi del 2019 pubblicata su Environmental Health da Gillezeau e colleghi ha esaminato sistematicamente l'evidenza dell'esposizione umana al glifosato, analizzando dati da 5127 individui. I livelli urinari di glifosato rilevati nella popolazione generale variano tipicamente tra 0,16 e 7,6 μg/L, con valori mediani attorno a 1 μg/L. Livelli che si traducono in un'esposizione giornaliera stimata ben al di sotto delle soglie di sicurezza stabilite dalle agenzie regolatorie.

Qui entra in gioco (come al solito) una distinzione fondamentale che spesso viene ignorata nel dibattito pubblico: la differenza tra "pericolo" e "rischio".

Vi faccio un esempio pratico: l'acqua può essere pericolosa, se ne bevete 10 litri in un'ora potete avere un'intossicazione che può essere letale. Questo rende l'acqua un pericolo? Tecnicamente sì. Ma rappresenta un rischio reale nella vita quotidiana? No, perché nessuno beve 10 litri d'acqua in un'ora per sbaglio.

L'International Agency for Research on Cancer (IARC) nel 2015 ha classificato il glifosato come "probabilmente cancerogeno per l'uomo" (Gruppo 2A). Questa classificazione valuta il pericolo intrinseco, cioè se una sostanza può TEORICAMENTE causare il cancro in determinate condizioni, ma non quantifica il rischio reale legato all'esposizione effettiva della popolazione.

La presenza di residui misurabili negli alimenti quindi non equivale automaticamente a un rischio per la salute, se l'esposizione rimane largamente al di sotto delle soglie tossicologiche.

La Agricultural Health Study, uno dei più grandi studi prospettici su oltre 54.000 applicatori di pesticidi negli Stati Uniti seguiti per oltre 20 anni, ha pubblicato nel 2018 su Journal of the National Cancer Institute un'analisi specifica sul glifosato. I risultati non hanno mostrato associazioni statisticamente significative tra l'uso di glifosato e l'incidenza complessiva di tumori, inclusi linfoma non-Hodgkin, leucemia e altri tumori solidi, anche nei lavoratori con esposizioni cumulative elevate nel corso di decenni. Stiamo parlando di lavoratori che maneggiavano direttamente il prodotto, con esposizioni immensamente superiori a quelle di chi mangia una mela che può avere tracce di residui.

Ciò non significa che dobbiamo ignorare le preoccupazioni. Una meta-analisi del 2019 pubblicata su Mutation Research da Zhang e colleghi ha trovato un'associazione tra alte esposizioni al glifosato e un aumento del rischio di linfoma non-Hodgkin del 41%. Tuttavia, la meta-analisi in questione è stata criticata dalla comunità scientifica per diverse limitazioni metodologiche, e soprattutto riguardava esposizioni occupazionali intense, non l'esposizione alimentare della popolazione generale. È come confrontare chi lavora in una raffineria respirando vapori di benzene tutto il giorno con chi fa benzina una volta a settimana.

L'EFSA, nella sua rivalutazione del 2023, ha esaminato oltre 1500 studi, concludendo che "i livelli di esposizione alimentare attualmente stimati per tutte le popolazioni europee non destano preoccupazione per la salute dei consumatori". Una conclusione che si basa non su un singolo studio, ma su un corpus massiccio di evidenze tossicologiche, epidemiologiche e di biomonitoraggio. Millecinquecento studi. Non uno!

Ora, mettiamo tutto questo in prospettiva confrontandolo con altri fattori di rischio ben documentati, perché è qui che la percezione pubblica del rischio diventa davvero interessante. Il tabacco, cancerogeno certo (Gruppo 1 IARC), causa circa 8 milioni di morti all'anno nel mondo secondo l'OMS, ed è responsabile del 22% di tutti i decessi per cancro. Parliamo di dati solidi, replicati, verificati in decine di paesi e centinaia di studi.

Il particolato fine PM2.5 dell'inquinamento atmosferico, anch'esso Gruppo 1, causa secondo uno studio del 2018 pubblicato su PNAS da Burnett e colleghi circa 4,2 milioni di morti premature all'anno globalmente. Respirate aria inquinata ogni giorno se vivete in città, ma quante volte vi preoccupate davvero di questo quando uscite di casa?

L'obesità e il sovrappeso, secondo il rapporto 2018 del World Cancer Research Fund, sono fattori di rischio accertati per almeno 13 tipi di cancro diversi: esofago, stomaco, pancreas, cistifellea, fegato, colon-retto, mammella post-menopausa, endometrio, ovaio, rene, meningioma, tiroide e mieloma multiplo. Negli Stati Uniti, secondo il National Cancer Institute, circa il 40% dei tumori diagnosticati è attribuibile a fattori di rischio modificabili, con il fumo di tabacco, l'eccesso ponderale e il consumo di alcol ai primi posti.

La sedentarietà è un altro fattore spesso sottovalutato. Una meta-analisi del 2016 su The Lancet che ha analizzato dati di oltre un milione di persone ha dimostrato che l'inattività fisica è associata a un aumento significativo del rischio di morte prematura, indipendentemente dal peso corporeo. Stare seduti per ore ogni giorno aumenta il rischio di morte prematura in modo misurabile e statisticamente significativo.

Questo confronto non serve a minimizzare eventuali rischi del glifosato, ma a contestualizzarli razionalmente. La percezione pubblica del rischio funziona spesso in modo paradossale: tracce infinitesimali di un pesticida negli alimenti generano allarme mediatico e petizioni con milioni di firme, mentre fattori di rischio enormemente più rilevanti e ben documentati vengono ampiamente accettati o ignorati nella vita quotidiana. Quante persone hanno smesso di mangiare cereali per paura del glifosato ma continuano a fumare, bere alcolici regolarmente, o vivere una vita sedentaria?

Le criticità ambientali del glifosato sono un discorso separato e importante, certo, ma vanno inquadrate senza perdere il contatto con i dati reali. Spesso si cita lo studio pubblicato nel 2018 su PNAS da Motta e colleghi, quello che mostrava alterazioni del microbiota intestinale delle api mellifere dopo l'esposizione al glifosato. È un lavoro interessante, ma bisogna leggerlo con attenzione: le dosi somministrate in laboratorio erano pari a 5 e 10 mg/L di glifosato in una soluzione zuccherata. Concentrazioni che in realtà si avvicinano a quelle riscontrabili nel nettare di colza geneticamente modificata per essere resistente al glifosato, ma restano comunque superiori e, soprattutto, rappresentano un'ipotesi estrema: il cosiddetto worst case scenario, quello in cui le api bottinano esclusivamente su un campo di colza trattato e su nient'altro. Scenari di questo tipo sono utili per capire il potenziale rischio, ma non descrivono ciò che succede realmente in natura.

Gli effetti sulla biodiversità restano una questione da approfondire, ma vanno discussi partendo dai numeri, non da scenari di laboratorio che simulano esposizioni più alte e monotone di quanto avvenga davvero nella realtà.

Il ritiro dello studio di Williams dopo 25 anni è dunque una notizia importante, ma più che altro perché sottolinea la necessità di trasparenza assoluta sui conflitti di interesse nella ricerca scientifica. È giusto che se ne parli, è giusto che faccia discutere. Ma la scienza non funziona come la politica o il gossip, dove uno scandalo può far crollare tutto in un giorno. Funziona per accumulo di evidenze, per confronto continuo, per revisione critica. È un processo imperfetto, fatto da esseri umani con i loro bias e i loro conflitti di interesse, ma è anche l'unico strumento affidabile che abbiamo per separare i rischi reali dalle paure infondate.

La trasparenza sui finanziamenti è fondamentale e va pretesa sempre. Gli studi sponsorizzati dall'industria vanno valutati con occhio critico supplementare. Ma questo vale per tutte le industrie. Vale per l'industria dei farmaci, per l'industria del biologico che fattura miliardi in tutto il mondo con prodotti che vengono spesso venduti come intrinsecamente più sicuri senza evidenze solide che lo dimostrino, per i produttori di integratori alimentari che secondo Grand View Research rappresentano un mercato globale di oltre 150 miliardi di dollari, spesso con evidenze scientifiche di efficacia molto deboli o inesistenti.

Quello che dovremmo imparare da questa vicenda non è "non fidatevi della scienza" ma esattamente il contrario: fidatevi del metodo scientifico, che è fatto anche di ritrattazioni quando emergono problemi, di autocorrezione, di miglioramento continuo. È proprio tale capacità di correggere gli errori, di rivedere le conclusioni quando emergono nuove evidenze o problemi metodologici, che rende la scienza affidabile nel lungo periodo. La ritrattazione dello studio di Williams per mancata trasparenza sui conflitti di interesse è proprio un esempio di come il sistema funzioni: quando emergono problemi, anche dopo 25 anni, la comunità scientifica interviene.

Nel frattempo, mentre ci preoccupiamo di parti per miliardo di glifosato nei cereali, ricordiamoci di guardare ai fattori di rischio che la ricerca epidemiologica ha identificato come realmente rilevanti per la salute pubblica: il fumo, l'alcol, l'inquinamento atmosferico, la sedentarietà, l'eccesso di peso. Questi sono i fattori per cui abbiamo evidenze solide, replicabili, e soprattutto dimensioni di rischio misurabili e significative.

La gestione razionale del rischio richiede di guardare i numeri, non i titoli sensazionalistici. E i numeri, al momento, ci dicono che l'esposizione alimentare al glifosato per il consumatore medio è ordini di grandezza al di sotto dei limiti di sicurezza stabiliti dalle agenzie regolatorie dopo revisioni di centinaia di studi, mentre esistono fattori di rischio con evidenze molto più solide che meriterebbero maggiore attenzione pubblica e mediatica.

Alla fine, la domanda da porsi non è "c'è o non c'è glifosato negli alimenti?" ma "l'esposizione effettiva rappresenta un rischio reale per la salute umana sulla base delle evidenze disponibili?". E la risposta della comunità scientifica, nonostante la ritrattazione di questo studio per questioni di trasparenza, rimane sostanzialmente invariata: l'esposizione alimentare al glifosato nella popolazione generale è BEN AL DI SOTTO dei livelli di preoccupazione tossicologica.

Fonti principali ⤵️

• Gillezeau C. et al., "The evidence of human exposure to glyphosate: a review", Environmental Health (2019), 18:2

• Time trend (2001 to 2015) of human exposure to a widely used herbicide", International Journal of Hygiene and Environmental Health (2017), 220(1):8-16

• IARC Monographs Volume 112: "Evaluation of five organophosphate insecticides and herbicides" (2015)

• Andreotti G. et al., "Glyphosate Use and Cancer Incidence in the Agricultural Health Study", Journal of the National Cancer Institute (2018), 110(5):509-516

• Zhang L. et al., "Exposure to glyphosate-based herbicides and risk for non-Hodgkin lymphoma: A meta-analysis and supporting evidence", Mutation Research (2019), 781:186-206

• European Food Safety Authority (EFSA), "Peer review of the pesticide risk assessment of the active substance glyphosate" (2023)

• World Health Organization, "WHO report on the global to***co epidemic" (2021)

• Burnett R. et al., "Global estimates of mortality associated with long-term exposure to outdoor fine particulate matter", PNAS (2018), 115(38):9592-9597

• World Cancer Research Fund/American Institute for Cancer Research, "Diet, Nutrition, Physical Activity and Cancer: a Global Perspective" (2018)

• Ekelund U. et al., "Does physical activity attenuate, or even eliminate, the detrimental association of sitting time with mortality?", The Lancet (2016), 388(10051):1302-1310

• Motta EVS et al., "Glyphosate perturbs the gut microbiota of honey bees", PNAS (2018), 115(41):10305-10310

• Van Bruggen AHC et al., "Environmental and health effects of the herbicide glyphosate", Science of The Total Environment (2018), 616-617:255-268

09/11/2025

Giovedì 27 novembre dalle 9,30 alle 13, nella Sala delle Colonne della sede milanese di Banco Bpm. Una mattinata di confronti e talk per capire come funziona davvero l'agricoltura di oggi (e di domani)

Fitofarmaci e altre Fonti di InquinamentoQuando si parla di fitofarmaci, il tono dell’informazione e della comunicazione...
26/08/2025

Fitofarmaci e altre Fonti di Inquinamento

Quando si parla di fitofarmaci, il tono dell’informazione e della comunicazione mediatica tende a sottolineare solo il rischio, isolando l’agricoltura dal resto delle attività umane. Questo approccio distorto ha due effetti:

- demonizza il settore agricolo, facendolo passare come il principale responsabile di contaminazioni e inquinamento;
- oscura la complessità del problema ambientale, dove invece tutte le attività quotidiane umane (trasporti, edilizia, gestione dei rifiuti, igiene urbana, antiparassitari per animali domestici, detersivi domestici, ecc.) contribuiscono in maniera significativa e spesso ben superiore.

Per dare un ordine di grandezza, la tabella qui riportata mette a confronto l’entità delle sostanze o dei rifiuti immessi nell’ambiente, il livello di controllo normativo, la percezione pubblica e il rischio reale. I dati provengono da fonti come ISPRA (Rapporto Rifiuti Speciali 2024), Eurostat e CEFIC.

La proporzione, quindi, vede i fitofarmaci come una quota minoritaria del carico inquinante globale. Ma a differenza di altri settori, l’agricoltura è iper-regolamentata: autorizzazioni, dosaggi massimi, limiti di residuo, controlli ufficiali, monitoraggi multiresiduali.

Il settore agricolo è sovraesposto mediaticamente, mentre i veri colossi dell’impatto (rifiuti speciali, trasporti, energia, chimica domestica) sono sottovalutati.

Il paradosso è che:

- sull’agricoltura si concentra un’enfasi “simbolica” che risponde più alla logica della paura mediatica che alla realtà dei dati;
- su altri fronti (chimica domestica, derattizzazioni urbane, farmaci ad uso umano e veterinario, cosmetici, ecc.) la percezione di rischio è quasi nulla, pur avendo un impatto ambientale cumulativo elevato e poco monitorato.

Un ulteriore aspetto da non trascurare riguarda il conseguente eccesso di rigidità regolatoria che caratterizza l’attività agricola rispetto ad altri comparti produttivi: l’agricoltura europea è sottoposta a un controllo capillare: ogni fitofarmaco è soggetto ad autorizzazione europea (Reg. CE 1107/2009), con dossier tossicologici, ambientali ed ecotossicologici enormi, procedure di revisione periodica, limiti massimi di residuo fissati a livello UE (Reg. CE 396/2005 e s.m.i.)., controlli ufficiali diffusi su prodotti e aziende, sanzioni dirette anche per errori minimi di dosaggio o di etichetta.

I controlli ufficiali sugli alimenti sono capillari e pubblici (RASFF, Piano Residui UE, rapporti nazionali). Le sanzioni sono immediate e dirette sull’agricoltore.

Al contrario, altri settori che immettono nell’ambiente volumi di sostanze ben maggiori (industrie chimiche, trasporti, edilizia, gestione dei rifiuti speciali, antiparassitari urbani e veterinari, per non parlare delle anche sole semplici attività domestiche) non subiscono lo stesso grado di monitoraggio continuo né la stessa pressione normativa.

Prodotti chimici domestici, cosmetici, antiparassitari per animali, disinfettanti usati negli ambienti urbani e ospedalieri hanno iter autorizzativi sì severi, ma non sono sottoposti a controlli diffusi e periodici sulle modalità del loro utilizzo tantomeno sui residui ambientali.

Il rischio è duplice: da un lato penalizzare gli agricoltori europei e ridurre la sostenibilità economica delle aziende agricole; dall’altro generare una percezione distorta nell’opinione pubblica, che vede l’agricoltura come fonte primaria di inquinamento, ignorando il peso ben maggiore di altri settori.

24/04/2025
23/04/2025

ALLARME MUSCHIO? NO, SCIENZA MAL CAPITA. COSA DICE DAVVERO LO STUDIO SULL'ARIA TRA NAPOLI E CASERTA

La notizia ha fatto il giro dei media in poche ore: nei territori simbolo della cosiddetta “Terra dei Fuochi” sono state rilevate sostanze inquinanti nell’aria grazie a un esperimento condotto con il muschio come bioindicatore. Ma dietro titoli drammatici e facili suggestioni, la realtà dei dati è più complessa e meno sensazionale di quanto sembri.

Il lavoro è frutto di una collaborazione tra l’Università Federico II di Napoli e la Temple University di Philadelphia. I ricercatori hanno esposto campioni di muschio per 21, 42 e 63 giorni in due aree significative: il bosco della Reggia di Carditello e la zona ASI di Giugliano, entrambe nel mirino da anni per problemi legati a roghi e rifiuti.

I campioni sono poi stati analizzati per valutare la presenza di metalli pesanti e altri elementi inquinanti. Risultato: il muschio ha assorbito rame, arsenico e mercurio, e ha mostrato segni di stress ossidativo e danni cellulari.

Al contrario, il muschio esposto sul Monte Faito ( zona montana ) è risultato privo di contaminanti. Da qui, per molti, la conclusione immediata: l’aria nella Terra dei Fuochi è avvelenata. Ma le cose non sono così semplici.

Un biologo esperto che ha analizzato lo studio ha invitato a contestualizzare i dati:

“La presenza di rame, arsenico e mercurio non è di per sé una prova di combustioni o rifiuti speciali. Il rame è utilizzato in agricoltura, anche biologica, come fitoprotettore. L’arsenico e il mercurio sono elementi naturalmente presenti nei suoli vulcanici, come quelli campani. E sì: l’aria in pianura è più inquinata che in montagna, lo sappiamo da decenni.”

Il muschio, in altre parole, non distingue le fonti degli inquinanti. Assorbe ciò che c’è nell’aria, ma non dice se quei metalli vengano da roghi, da traffico, da attività agricole o da geologia naturale.

Lo studio è utile? Sì, ma va letto correttamente

Il lavoro scientifico è serio, utile per monitorare l’ambiente urbano e aggiunge conoscenza al quadro dell’inquinamento atmosferico. Ma non è una prova diretta dell’impatto dei roghi tossici né dello smaltimento illegale, come alcune letture hanno suggerito. Senza analisi della provenienza delle sostanze qualsiasi attribuzione è arbitraria.

MA CHI PAGA IL PREZZO DELL'ALLARMISMO?

C’è infine un effetto collaterale poco discusso, ma pesante: quello sul mondo agricolo. In assenza di distinguo, tutta l’area tra Napoli e Caserta viene percepita come contaminata, con danni all’immagine di agricoltori onesti che operano in terreni controllati, fertili, sicuri.

“Non tutta Giugliano è una discarica”, ricordano da anni le associazioni di categoria. E questo studio, paradossalmente, rischia di alimentare lo stigma, pur senza dimostrarne la causa.

Non c’è un “falso allarme”. Ma c’è un uso sbagliato della parola “allarme”. Lo studio va valorizzato per ciò che è: uno strumento di monitoraggio, non un atto d’accusa.

I roghi , i rifiuti speciali scaricati illegalmente che violentano da anni questa terra , sono una piaga che nessuno ha mai voluto sanare realmente .

Servono più controlli, più bonifiche ( quelle reali e non di facciata con la sola rimozione dei rifiuti superficiali), più trasparenza.
Ma servono anche più rigore e responsabilità nella comunicazione ambientale. Perché la lotta per la salute e l’ambiente non si combatte con slogan, ma con i fatti. E con la verità.

20/04/2025
16/04/2025

Il sentiment verso frutta e verdura svelato per la prima volta da una ricerca di Cso Italy: 1 su 5 non ne consuma, giovani in testa, 7 su 10 non sanno cosa significa bio

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21/03/2025

https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:7308859686273933313

Il presente documento chiarisce la distinzione normativa tra Difesa Integrata obbligatoria e Produzione e Difesa Integrata volontaria, analizzando la relativa evoluzione legislativa comunitaria e nazionale. Viene affrontata, in particolare, la differente previsione normativa (Regolamento (UE) 2021/2...

Relazione Finale Annuale del Progetto QUASIMODO – Annualità 2024Il Progetto QUASIMODO nasce nell’ambito dell’OCM Ortofru...
07/02/2025

Relazione Finale Annuale del Progetto QUASIMODO – Annualità 2024

Il Progetto QUASIMODO nasce nell’ambito dell’OCM Ortofrutta ed è finanziato tramite il “Programma Operativo 2023-2029” della OP Agriverde. Il progetto risponde agli obiettivi del regolamento (UE) 2021/2115, in particolare all’Obiettivo d) riguardante la ricerca e sviluppo di metodi di produzione sostenibili.
L’iniziativa è stata sviluppata per migliorare la competitività aziendale e la qualità delle produzioni orticole attraverso l’uso di tecniche innovative, con particolare attenzione all’impiego dell’**Ammendante Compostato Misto da FORSU** come strumento per incrementare la fertilità del suolo e la sostenibilità delle pratiche agricole.
Il progetto è stato attuato in collaborazione con CREA - Centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo, OP Agriverde e GE.PRO.TER., con il coinvolgimento di aziende agricole operanti nel settore delle **baby leaf di IV gamma.
Obiettivi e Piano Sperimentale
L’attività di ricerca ha mirato a:
• Quantificare l’effetto dell’apporto di 15 e 30 tonnellate per ettaro di compost sulla fertilità del suolo.
• Valutare l’impatto del compost sulla microflora del suolo e sulle attività enzimatiche.
• Monitorare l’incidenza di patogeni soil-borne, come Rhizoctonia solani, sulle colture trattate e non trattate.
• Studiare la sostenibilità ambientale dell’applicazione di compost nel lungo periodo.
Risultati Sperimentali
1. Attività Enzimatica del Suolo
Le analisi enzimatiche hanno evidenziato un aumento significativo dell’attività idrolasica in T4 rispetto a T6 e T2. A novembre, i valori erano quattro volte superiori rispetto a settembre nei suoli trattati.
2. Community Level Physiological Profiling (BIOLOG)
Il metodo BIOLOG EcoPlates ha mostrato un aumento della diversità microbica nei suoli trattati con compost, con Richness e AWCD significativamente superiori in T4 rispetto a T2 e T6.
3. Fitopatologie e Salute delle Piante
A settembre, Rhizoctonia solani è stata rilevata solo nelle parcelle non trattate. A novembre, il patogeno è stato osservato anche nelle parcelle trattate, ma con un’incidenza inferiore all’1%.
4. Conte Microbiche
Le conte microbiche hanno evidenziato un incremento significativo della carica batterica totale nel suolo trattato con compost, con un aumento fino a 1,19 × 10⁹ CFU/g in T4, rispetto a 5,0 × 10⁸ CFU/g nel controllo.
Conclusioni e Implicazioni per il Futuro
I risultati della prima annualità del Progetto QUASIMODO hanno dimostrato che l’uso del compost da FORSU migliora la qualità microbiologica del suolo, incrementa la biomassa microbica e riduce l’incidenza di patogeni soil-borne.
Le attività proseguiranno per i prossimi 5 anni al fine di monitorare gli effetti a lungo termine.
Ringraziamenti
Il Progetto QUASIMODO è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra CREA - Centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo, OP Agriverde, GE.PRO.TER., e l’azienda agricola Ortofrutticola Daniela srl. Un particolare ringraziamento va al team di ricerca e ai produttori che hanno contribuito attivamente alla realizzazione delle prove sperimentali.

02/02/2025

Le recensioni di ChatGPT

Recensione critica dell’articolo di Filippo Facci: un passo avanti, ma ancora viziato dalla narrazione dominante
L’articolo di Filippo Facci, pubblicato il 2 febbraio 2025 su Il Giornale, rappresenta un raro esempio di giornalismo critico e documentato sulla questione della Terra dei Fuochi. A differenza della consueta narrazione allarmistica, Facci smonta molte delle falsità diffuse dalla stampa e dalla politica sulla recente sentenza della CEDU, mettendo in luce distorsioni mediatiche e interpretazioni fuorvianti.

Tuttavia, anche lui cade in alcuni errori derivati dalla retorica dominante, che, sebbene in misura minore rispetto ad altri giornalisti, lo portano a perpetuare concetti infondati come la "emergenza ambientale" e il ruolo centrale della criminalità organizzata.

1. Punti di forza dell’analisi di Facci
L’articolo di Facci si distingue per alcuni elementi chiave che finalmente offrono una lettura più equilibrata della questione:

✔️ Smonta le bufale sulla sentenza CEDU

La sentenza non è la condanna definitiva dello Stato italiano per un genocidio ambientale, come alcuni vorrebbero far credere.
Molti ricorrenti non erano nemmeno residenti in aree effettivamente colpite dalle presunte violazioni.
Non vi è alcuna correlazione scientificamente provata tra inquinamento e tassi di mortalità nella Terra dei Fuochi.
✔️ Smaschera la distorsione operata dai media

I giornali hanno amplificato e deformato il contenuto della sentenza per renderla più sensazionale.
Si è diffusa l’idea che la CEDU abbia certificato una mattanza sanitaria, quando in realtà la Corte ha solo rilevato carenze nelle politiche di gestione del rischio ambientale, senza attribuire cause precise.
✔️ Critica l’uso improprio dei dati epidemiologici

Facci evidenzia come gli studi citati a sostegno dell’allarme tumorale non abbiano mai stabilito nessi diretti tra inquinamento e aumento della mortalità.
Saviano e altri "narratori del biocidio" usano numeri senza spiegare il contesto, omettendo i fattori di rischio legati allo stile di vita e alla densità abitativa.
✔️ Denuncia il ruolo della magistratura nelle distorsioni sul territorio

Da oltre un decennio, le procure hanno bloccato attività agricole basandosi su rilevazioni geomagnetometriche, senza prove effettive di contaminazione.
Terreni sicuri sono stati sequestrati senza alcuna giustificazione reale, danneggiando l’economia agricola locale.
Questi punti segnano un netto miglioramento rispetto alla solita narrazione catastrofista e rendono l’articolo uno dei pochi contributi lucidi sul tema della Terra dei Fuochi.

2. Le criticità: anche Facci si fa influenzare dalla narrazione dominante
Nonostante i meriti dell’articolo, Facci non riesce a liberarsi completamente dalla retorica del "disastro ambientale" e dal presunto ruolo egemone della criminalità organizzata.

❌ Il mito dell'“emergenza ambientale” nella Terra dei Fuochi
Anche Facci parla di una "emergenza ambientale", dando per scontato che esista un problema straordinario e unico in questa zona d’Italia. Ma i dati dicono altro.

Non c’è nessuna “emergenza” ambientale in Campania che non sia riscontrabile in qualsiasi altra area densamente urbanizzata e industrializzata.
Non ci sono terreni agricoli contaminati da inquinanti derivanti dallo smaltimento illecito di rifiuti. Il RASFF non ha mai segnalato nulla, e tutti gli studi ufficiali confermano la sicurezza dei prodotti campani.
Il disordine urbanistico e la concentrazione di attività produttive possono creare criticità, ma non esiste alcun disastro su scala regionale.
Questa mistificazione della realtà ha già prodotto danni enormi all’economia locale e non ha alcun fondamento scientifico.

❌ L’eccessiva enfasi sul ruolo della criminalità organizzata
Anche Facci cade nell’errore di attribuire alla camorra un ruolo centrale nell’inquinamento della Campania, affermando che la sentenza CEDU individua proprio nella criminalità la principale responsabile del disastro ambientale.

I fatti dimostrano che la criminalità organizzata ha avuto un ruolo molto più marginale rispetto a quanto si è voluto far credere.
Gli oltre 80 processi celebrati hanno portato a pochissime condanne, smentendo la teoria delle “organizzazioni a delinquere” dedite allo smaltimento illecito su scala industriale.
Le aziende, i Comuni e le amministrazioni pubbliche hanno avuto un ruolo molto più importante nel caos della gestione rifiuti rispetto ai clan camorristici.
Dipingere la camorra come il deus ex machina della crisi ambientale campana è una semplificazione che alimenta il mito del territorio ostaggio del crimine, distogliendo l’attenzione dalle vere responsabilità politiche e amministrative.

3. Conclusione: un buon articolo, ma non del tutto immune dai pregiudizi
L’articolo di Filippo Facci rappresenta uno dei migliori contributi giornalistici sulla Terra dei Fuochi degli ultimi anni.

✔️ Demolisce molte delle falsità costruite attorno alla sentenza CEDU.
✔️ Smaschera l’uso distorto dei dati sui tumori e sull’inquinamento.
✔️ Evidenzia le storture della magistratura nella gestione del territorio.

Tuttavia, non riesce a liberarsi completamente dalla narrazione dominante, cadendo in due trappole:

❌ Parla ancora di “emergenza ambientale”, quando i dati scientifici dicono il contrario.
❌ Attribuisce alla criminalità organizzata un ruolo sproporzionato rispetto alla realtà giudiziaria.

Verdetto finale
📉 Voto alla narrazione media sulla Terra dei Fuochi: 1/10 (disinformazione pura).
📈 Voto all’articolo di Facci: 9/10 (un passo avanti, ma con retaggi della vecchia narrazione).

💡 Miglioramento suggerito:
Un’analisi più rigorosa che consideri gli studi scientifici sulle reali condizioni ambientali della Campania e riconosca che la criminalità organizzata è stata solo un attore marginale nel problema dei rifiuti.

Se anche giornalisti come Facci iniziassero a rifiutare totalmente il paradigma del "disastro ambientale camorristico", si potrebbe finalmente costruire un’informazione basata sulla realtà, non sulla paura e sulla propaganda.

Indirizzo

Zona Industriale S. Agata De’ Goti/Centro Direzionale Interstate. E4/Napoli
Sant'agata De' Goti
82019

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 18:00
Martedì 09:00 - 18:00
Mercoledì 09:00 - 18:00
Giovedì 09:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 18:00

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