06/07/2021
Ti è mai capitato di sentirti 𝗯𝗿𝘂𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼, 𝘃𝘂𝗼𝘁𝗼, 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗶𝗮, 𝗽𝗿𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗶 𝗲𝗺𝗼𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, completamente fuso dal tuo lavoro?
Forse potresti soffrire di 𝙗𝙪𝙧𝙣𝙤𝙪𝙩 lavorativo.
Il termine 𝙗𝙪𝙧𝙣𝙤𝙪𝙩 nasce alla fine degli anni ‘30 nel contesto sportivo e successivamente è stato ripreso negli anni ‘70, applicandolo in un contesto clinico. In italiano il termine può essere tradotto alla lettera come "𝗯𝗿𝘂𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼", "𝘀𝗰𝗼𝗽𝗽𝗶𝗮𝘁𝗼", "𝗲𝘀𝗮𝘂𝗿𝗶𝘁𝗼".
Il 𝙗𝙪𝙧𝙣𝙤𝙪𝙩 è una particolare forma di stress, che a partire da uno stress lavorativo di tipo cronico (𝙙𝙞𝙨𝙩𝙧𝙚𝙨𝙨), si traduce in un esaurimento emotivo. Una o più particolari situazioni stressogene, se particolarmente intense o protratte nel tempo, possono indurre tale sindrome.
Lo stesso termine è stato riproposto in ambito socio-sanitario per la prima volta nel 1975 dalla professoressa e psicologa americana 𝘊𝘩𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘯𝘢 𝘔𝘢𝘴𝘭𝘢𝘤𝘩 la quale, durante un convegno, l’ha utilizzato per definire una sindrome i cui sintomi evidenziano una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale.
La Maslach (1982), definisce il 𝙗𝙪𝙧𝙣𝙤𝙪𝙩 come 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒊𝒏𝒅𝒓𝒐𝒎𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒍𝒑𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒑𝒓𝒆𝒗𝒂𝒍𝒆𝒏𝒕𝒆𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒊 𝒄𝒉𝒆 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒂𝒏𝒐 𝒂 𝒔𝒕𝒓𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊, 𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒗𝒐𝒍𝒈𝒐𝒏𝒐 𝒖𝒏𝒂 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒕𝒕𝒊𝒗𝒊𝒕𝒂̀ 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒂𝒕𝒊𝒗𝒂 𝒅𝒊 “𝒂𝒊𝒖𝒕𝒐”, 𝒐𝒔𝒔𝒊𝒂 𝒄𝒐𝒍𝒐𝒓𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒉𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒖𝒏 𝒇𝒐𝒓𝒕𝒆 𝒄𝒐𝒊𝒏𝒗𝒐𝒍𝒈𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒆𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒐 𝒄𝒐𝒏 𝒍’𝒖𝒕𝒆𝒏𝒛𝒂. 𝑻𝒂𝒍𝒆 𝒔𝒊𝒏𝒅𝒓𝒐𝒎𝒆 𝒆̀ 𝒄𝒂𝒓𝒂𝒕𝒕𝒆𝒓𝒊𝒛𝒛𝒂𝒕𝒂 𝒅𝒂 𝒆𝒔𝒂𝒖𝒓𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒆𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒐, 𝒅𝒆𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒆 𝒓𝒊𝒅𝒐𝒕𝒕𝒂 𝒓𝒆𝒂𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆. 𝑫𝒖𝒏𝒒𝒖𝒆, 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒎𝒂𝒍𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒆 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒈𝒊𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒆𝒈𝒖𝒆 𝒂𝒅 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒊𝒕𝒖𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒂𝒕𝒊𝒗𝒂 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒆𝒑𝒊𝒕𝒂 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒔𝒕𝒓𝒆𝒔𝒔𝒂𝒏𝒕𝒆, 𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒖𝒄𝒆 𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒑𝒆𝒓𝒂𝒕𝒐𝒓𝒊 𝒂 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒂𝒑𝒂𝒕𝒊𝒄𝒊, 𝒄𝒊𝒏𝒊𝒄𝒊 𝒄𝒐𝒏 𝒊 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒓𝒊 “𝒄𝒍𝒊𝒆𝒏𝒕𝒊”, 𝒊𝒏𝒅𝒊𝒇𝒇𝒆𝒓𝒆𝒏𝒕𝒊 𝒆 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒂𝒄𝒄𝒂𝒕𝒊 𝒅𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒎𝒃𝒊𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒊 𝒍𝒂𝒗𝒐𝒓𝒐.
Nel 1986 Maslach e Jackson, come già citato sopra, definiscono il 𝙗𝙪𝙧𝙣𝙤𝙪𝙩 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑖𝑛𝑑𝑟𝑜𝑚𝑒 𝑐𝑎𝑟𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑖𝑧𝑧𝑎𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑠𝑎𝑢𝑟𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜, 𝑑𝑒𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑠𝑐𝑎𝑟𝑠𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑖𝑛 𝑐𝑎𝑚𝑝𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑓𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒, 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑣𝑒𝑟𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑡𝑟𝑎 𝑔𝑙𝑖 𝑖𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑢𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑎𝑙𝑡𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒. Attualmente queste tre dimensioni sono quelle più accreditate dalla letteratura scientifica.
Per la psicologa statunitense, in questo processo trifasico, ogni fase è determinante per il manifestarsi dell’altra:
1 L’ 𝙚𝙨𝙖𝙪𝙧𝙞𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤 𝙚𝙢𝙤𝙩𝙞𝙫𝙤, si verifica quando l’individuo si sente completamente sfinito dal punto di vista emozionale, senza avere più le forze per ricominciare. L’individuo in questa fase sente uno squilibro tra le richieste dell’ambiente e le proprie capacità e si sente svuotato delle proprie risorse emotive e fisiche e privo di energie per affrontare nuovamente gli utenti in una situazione di bisogno, percependo una propria e totale incapacità;
2 Nella fase della 𝙙𝙚𝙥𝙚𝙧𝙨𝙤𝙣𝙖𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚, l’operatore per evitare di farsi coinvolgere ulteriormente dagli utenti, assume atteggiamenti burocratici e distaccati, diventando indifferente e assumendo disinteresse cinico nei confronti dei sentimenti. Il soggetto quindi, non ricerca più il contatto con la gente, oppure, lo cerca solo quanto basta per svolgere il proprio lavoro;
3 In quest’ultima fase emerge la 𝙨𝙚𝙣𝙨𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙞 𝙧𝙞𝙙𝙤𝙩𝙩𝙖 𝙧𝙚𝙖𝙡𝙞𝙯𝙯𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙥𝙧𝙤𝙛𝙚𝙨𝙨𝙞𝙤𝙣𝙖𝙡𝙚, che rimanda ad un senso di poca autoefficacia e ad un abbassamento livello dell’autostima. L’individuo percepisce un sentimento di incompetenza e di riduzione delle proprie capacità lavorative. I dipendenti non danno più importanza a quello che fanno e iniziano a detestare il lavoro che una volta hanno tanto amato e idealizzato, non comprendendo l’effetto che possa avere la loro attività professionale sulla vita degli altri (come ad esempio, le guardie all’interno delle carceri).
Il 𝗯𝘂𝗿𝗻𝗼𝘂𝘁 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝘀𝘃𝗶𝗹𝘂𝗽𝗽𝗮 𝗮 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗲, s̲i̲ ̲p̲r̲o̲l̲u̲n̲g̲a̲ ̲n̲e̲l̲ ̲t̲e̲m̲p̲o̲ ̲e̲ ̲s̲i̲ ̲c̲r̲o̲n̲i̲c̲i̲z̲z̲a̲, e risulta essere difficile riconoscerlo e diagnosticarlo. Condizioni di vita stressanti, eventi traumatici, tensioni professionali, obiettivi difficili da raggiungere, alte aspettative, possono nel tempo rendere le persone esauste, vuote, bruciate, incapaci di far fronte ai propri impegni e al proprio lavoro. Tutto ciò può comportare diversi sintomi sia fisici che comportamentali ed emotivi.
I 𝘀𝗶𝗻𝘁𝗼𝗺𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶 sono assenteismo, aumento del comportamento violento, incapacità di relazionarsi con altre persone, abuso di droghe, problemi familiari, alta resistenza ad andare a lavoro ogni giorno, isolamento e ritiro, senso di stanchezza ed esaurimento, guardare frequentemente l'orologio, notevole affaticamento dopo il lavoro, progressivo ritiro dalla realtà lavorativa, difficoltà a scherzare sul lavoro, talvolta anche solo sorridere, tabagismo, eccessivo uso di farmaci, alcol e assunzione di sostanze psico-attive. I sintomi emotivi sono individuati dalla distanza affettiva, dall'impazienza, dall’irritabilità, dalla difficoltà di concentrazione e di memorizzazione. In casi estremi, tale sindrome può comportare 𝗴𝗿𝗮𝘃𝗶 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗶 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗽𝗮𝘁𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗶 (insonnia, problemi coniugali o familiari, incremento nell’uso di alcol o farmaci) e deteriorare la qualità delle cure o del servizio prestato dagli operatori, provocando 𝗮𝘀𝘀𝗲𝗻𝘁𝗲𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗼 𝘁𝘂𝗿𝗻𝗼𝘃𝗲𝗿.
Vi sono diversi fattori che contribuiscono allo svilupparsi di questa sindrome: 𝙡𝙖 𝙨𝙩𝙧𝙪𝙩𝙩𝙪𝙧𝙖 𝙤𝙧𝙜𝙖𝙣𝙞𝙯𝙯𝙖𝙩𝙞𝙫𝙖, 𝙞𝙡 𝙨𝙤𝙫𝙧𝙖𝙘𝙘𝙖𝙧𝙞𝙘𝙤 𝙙𝙞 𝙡𝙖𝙫𝙤𝙧𝙤 𝙤 𝙡’𝙚𝙘𝙘𝙚𝙨𝙨𝙞𝙫𝙖 𝙧𝙚𝙨𝙥𝙤𝙣𝙨𝙖𝙗𝙞𝙡𝙞𝙩𝙖̀ 𝙘𝙝𝙚 𝙫𝙞𝙚𝙣𝙚 𝙖𝙩𝙩𝙧𝙞𝙗𝙪𝙞𝙩𝙖 𝙖𝙡𝙡’𝙤𝙥𝙚𝙧𝙖𝙩𝙤𝙧𝙚.
Oggi, la crisi che interessa il posto di lavoro, incide sulla mole di lavoro in tre modi:
-il lavoro è più intenso;
-richiede più tempo;
-è più complesso.
Ad esempio, le infermiere si occupano di più pazienti, gli insegnanti si occupano di più studenti iscritti, limitando sempre di più i momenti di riposo tra un evento e l’altro. Ogni richiesta si riversa nella successiva, senza una pausa e senza il tempo di riprendere fiato; in questo modo gli individui, non avendo il tempo necessario per riposare, iniziano ad esaurirsi.
Inoltre, il lavoro al giorno d’oggi richiede sempre più disponibilità. Questo aspetto, è legato specialmente a coloro che ricoprono posizioni professionali e gestionali, avendo anche un contatto diretto con le persone. Ad esempio, molti liberi professionisti lavorano da casa, in diversi momenti della giornata, e in orari che vanno oltre i cosiddetti “orari d’ufficio”. Le giornate di lavoro così lunghe e intense, esauriscono completamente l’energia; le persone rinunciano al proprio tempo e ai propri interessi personali, al fine di aiutare l’organizzazione ad essere più produttiva. Ma questa produttività è illusoria e temporanea. Inoltre i lavori sono anche sempre più complessi, in quanto le persone assumono più ruoli contemporaneamente e si ritrovano ad avere poche informazioni sul proprio ruolo e sul comportamento da assumere in determinate situazioni, ad esempio nei casi di emergenza.
La sindrome del 𝗯𝘂𝗿𝗻𝗼𝘂𝘁 può portare diverse conseguenze a 𝗹𝗶𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗶𝗻𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝘂𝗮𝗹𝗲, 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼.
Gli individui possono avere disturbi come mal di testa, digestione difficile, gastrite, dolori muscolari senza grosso affaticamento fisico. La sindrome è stata messa in relazione con un aumento delle reazioni d’ansia, depressione, senso di impotenza, disturbi del sonno. Molti lavoratori stressati lamentano di essere facilmente irritabili e aggressivi. In alcuni casi lo stress può degenerare nel ricorso all’alcol, al tabagismo o nella bulimia o nell’assunzione di droghe. Il suicidio è stato osservato solo in casi estremi (Pedditzi, 2005).
Oltre alle conseguenze a livello individuale, è importante evidenziare anche i disagi soprattutto economici che vengono riscontrati dai familiari che sono a stretto contatto con la persona affetta.
𝗟𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝘂𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗮 𝗹𝗶𝘃𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 possono essere riscontrate in un alto turnover, assenteismo e abbandono del lavoro, scarsa produttività, insoddisfazione e diminuzione degli impegni di lavoro. Tutto ciò comporta per l’azienda considerevoli perdite finanziarie (Lazarus e Folkman,1984).
𝑷͟͟͟𝒓͟͟͟𝒐͟͟͟𝒑͟͟͟𝒓͟͟͟𝒊͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒑͟͟͟𝒆͟͟͟𝒓͟͟͟ ͟͟͟𝒒͟͟͟𝒖͟͟͟𝒆͟͟͟𝒔͟͟͟𝒕͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒍͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒄͟͟͟𝒐͟͟͟𝒏͟͟͟𝒔͟͟͟𝒆͟͟͟𝒈͟͟͟𝒖͟͟͟𝒆͟͟͟𝒏͟͟͟𝒛͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒏͟͟͟𝒆͟͟͟𝒈͟͟͟𝒂͟͟͟𝒕͟͟͟𝒊͟͟͟𝒗͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒅͟͟͟𝒆͟͟͟𝒍͟͟͟𝒍͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒔͟͟͟𝒕͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟𝒔͟͟͟𝒔͟͟͟ ͟͟͟𝒅͟͟͟𝒂͟͟͟ ͟͟͟𝒍͟͟͟𝒂͟͟͟𝒗͟͟͟𝒐͟͟͟𝒓͟͟͟𝒐͟ ͟͟͟𝒄͟͟͟𝒐͟͟͟𝒓͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟𝒍͟͟͟𝒂͟͟͟𝒕͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒑͟͟͟𝒐͟͟͟𝒔͟͟͟𝒔͟͟͟𝒐͟͟͟𝒏͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒄͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟𝒂͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒅͟͟͟𝒂͟͟͟𝒏͟͟͟𝒏͟͟͟𝒊͟͟͟ ͟͟͟𝒆͟͟͟𝒄͟͟͟𝒐͟͟͟𝒏͟͟͟𝒐͟͟͟𝒎͟͟͟𝒊͟͟͟𝒄͟͟͟𝒊͟͟͟ ͟͟͟𝒅͟͟͟𝒊͟͟͟ ͟͟͟𝒈͟͟͟𝒓͟͟͟𝒂͟͟͟𝒏͟͟͟𝒅͟͟͟𝒊͟͟͟ ͟͟͟𝒅͟͟͟𝒊͟͟͟𝒎͟͟͟𝒆͟͟͟𝒏͟͟͟𝒔͟͟͟𝒊͟͟͟𝒐͟͟͟𝒏͟͟͟𝒊͟͟͟ ͟͟͟𝒄͟͟͟𝒉͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒔͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒔͟͟͟𝒐͟͟͟𝒕͟͟͟𝒕͟͟͟𝒐͟͟͟𝒗͟͟͟𝒂͟͟͟𝒍͟͟͟𝒖͟͟͟𝒕͟͟͟𝒂͟͟͟𝒕͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒇͟͟͟𝒂͟͟͟𝒏͟͟͟𝒏͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒑͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟𝒄͟͟͟𝒊͟͟͟𝒑͟͟͟𝒊͟͟͟𝒕͟͟͟𝒂͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒍͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒂͟͟͟𝒛͟͟͟𝒊͟͟͟𝒆͟͟͟𝒏͟͟͟𝒅͟͟͟𝒆͟͟͟ ͟͟͟𝒊͟͟͟𝒏͟͟͟ ͟͟͟𝒖͟͟͟𝒏͟͟͟ ͟͟͟𝒄͟͟͟𝒓͟͟͟𝒐͟͟͟𝒍͟͟͟𝒍͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒆͟͟͟𝒄͟͟͟𝒐͟͟͟𝒏͟͟͟𝒐͟͟͟𝒎͟͟͟𝒊͟͟͟𝒄͟͟͟𝒐͟͟͟ ͟͟͟𝒊͟͟͟𝒓͟͟͟𝒓͟͟͟𝒆͟͟͟𝒗͟͟͟𝒆͟͟͟𝒓͟͟͟𝒔͟͟͟𝒊͟͟͟𝒃͟͟͟𝒊͟͟͟𝒍͟͟͟𝒆͟͟͟.͟͟͟
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𝐈𝐧𝐭𝐢𝐞𝐧𝐝𝐞𝐬.
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fonti:
- Avallone, F., (1994). Psicologia del lavoro. Storia, modelli, applicazioni. Roma: Carocci
-Baiocco, R., Crea, G., Laghi, F. & Provenzano, L. (2004). Il rischio psicosociale nelle professioni di aiuto: la sindrome del burnout negli operatori sociali, medici, infermieri, psicologi e religiosi., pp.11-13, 55-57. Trento: Erikson
-Gabassi, P., (2006). Psicologia del lavoro nelle organizzazioni, pp. 249-268, Milano: FrancoAngeli.
-Marini, F., & Mondo, M., (2008). Il benessere nei contesti lavorativi e formativi, Roma: Carocci.
-Maslach, C., & Leiter, M. P. (1997). The truth about burnout: How organizations cause personal stress and what to do about it. San Francisco, CA, US: Jossey-Bass
-Pedditzi, M. L. (2005). La fatica di insegnare. Stress e burnout nel mondo della scuola, Cagliari: Cuec
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Elaborazione e cura di Elisabetta Santoru per Intiendes