14/07/2026
La guerra che alza i tassi
Gli investitori ieri sono scappati dal rischio e non hanno trovato il rifugio: azioni vendute, Treasury venduti, e l’unico prezzo in forte rialzo era quello della causa di tutto, il barile.
La quinta ondata di raid americani sull’Iran, la rappresaglia di Teheran sulle basi USA in cinque paesi dell’area e l’annuncio di Donald Trump di un blocco navale con tariffa del 20% sui carichi in transito a Hormuz hanno spinto il Brent a 83,30 dollari, +9,6% in una seduta, il rialzo giornaliero più ampio dal 2020. Il Nasdaq ha chiuso a -1,6%, l’S&P 500 a -0,8%.
Sul fronte azionario il conto lo hanno pagato i semiconduttori, il comparto più affollato dell’anno: SK Hynix, colosso coreano delle memorie sbarcato al Nasdaq appena la settimana scorsa (tempismo che definire sfortunato è un eufemismo), ha perso a Seul il 15,4%, il peggior calo della sua storia, trascinando Samsung a -10,1% e il Kospi a -9%, fino allo stop degli scambi.
Il paradosso è che TSMC, primo produttore mondiale di chip, annunciava lo stesso giorno ricavi semestrali a +36%: quando i ricavi accelerano e i prezzi crollano, il mercato non sta riprezzando il business, sta riprezzando il tasso al quale lo sconta.
Il segnale più profondo, però, arriva dal reddito fisso. Il Treasury a 2 anni, la scadenza più legata alle attese sui tassi, è salito al 4,28%, massimo da oltre un anno, perché i futures in una settimana sono passati dal prezzare un solo rialzo entro dicembre ad attenderne uno già in ottobre e un secondo entro aprile, con probabilità vicine al 50% per una stretta già in luglio. Christopher Waller, governatore della Federal Reserve, ha evocato «una politica monetaria più restrittiva nel breve termine».
Incrociando le due letture il quadro si fa scomodo: uno shock da offerta trasforma la guerra da evento deflattivo, quello dei manuali, in un evento inflattivo, con i bond venduti al posto della fuga verso la qualità.
La correlazione tra azioni e obbligazioni torna positiva come nel 2022, il che significa che la gamba obbligazionaria smette di ammortizzare quella azionaria proprio nel momento in cui servirebbe, un problema per chiunque abbia affidato ai bond la protezione del portafoglio.
La mia idea è che la variabile decisiva non sia il prossimo raid ma l’inflazione americana attesa oggi, insieme al debutto di Kevin Warsh al Congresso da presidente della Fed: finché il barile prezza il rischio Hormuz, terrei d’occhio la duration complessiva di portafoglio almeno quanto i titoli tecnologici, perché è lì che si deciderà se la diversificazione tradizionale può tornare a funzionare.
Nei giorni in cui scende tutto, il mercato non ti dice dove guadagnare: ti dice quale delle tue certezze ha smesso di proteggerti.