06/03/2023
Maiscoltura in calo, a rischio i prodotti tipici italiani
Mentre le prossime semine di mais si avvicinano e già sorgono preoccupazioni per la carenza di acqua in Pianura Padana, con fiumi e laghi a livelli di guardia, il consuntivo del 2022 si è consolidato ed emergono i primi concreti effetti in termini di import.
Con superfici al minimo storico di 550.000 ettari, non solo per i cambiamenti nella Pac ma anche per la scarsissima redditività, e rese in calo del 20% penalizzate dalla siccità, la produzione di mais da granella è tornata indietro di mezzo secolo: meno di 5 milioni di tonnellate come nel 1972 e quella utilizzabile, per la diffusa presenza di micotossine, è probabilmente ancora meno.
Sarà necessario importare circa 7,5 milioni di tonnellate con un esborso sopra i 2 miliardi di euro in un quadro di mercato molto competitivo a livello europeo. La siccità ha infatti colpito tutta Europa, le rese sono diminuite del 26% e la produzione è scesa da 73 a 52 milioni di tonnellate nell’UE, con cali importanti in tutti i principali esportatori ma, soprattutto, nel Bacino danubiano, principale fornitore del mercato italiano.
Le importazioni extra UE sono quindi destinate a crescere di almeno 11 milioni di tonnellate, ma i fornitori scarseggiano. A livello mondiale il bilancio domanda-offerta della campagna commerciale 2022-23 è previsto in rosso, come in quasi tutto l’ultimo quinquennio. Il mais statunitense è praticamente off limits, circa due terzi dei mais GM non sono autorizzati in ambito UE e l’export va principalmente in Cina, Messico, Canada e Paesi asiatici, mentre l’export dovrebbe ridursi di circa 14 milioni di tonnellate, causa un calo del 10% nella produzione.
Certo si spera che non tutti gli anni siano così, ma per una causa o per l’altra ormai è una situazione ricorrente e la spesa per l’import di mais, insieme a quella per soia e derivati, sta annullando gran parte delle entrate derivate dall’export di prodotti tipici di origine zootecnica, ovvero l’87% dell’export di alimenti tipici, escludendo aceto e vino.
Nel 2021 l’import di mais e soia è stato inferiore di soli 55 milioni rispetto all’export di formaggi e salumi tipici, pari a circa 3 miliardi di euro, mentre nel 2022 è proiettato verso i 4,5 miliardi di euro e nel 2023 sarà anche peggio.
Stante il calo delle superfici la maiscoltura ha una sola strada: l’apertura all’innovazione. Il tavolo che ospita il banchetto del tipico senza le gambe delle commodity già scricchiola e prima o poi rischia di cedere.
Tratto da l'Opinione di Dario Frisio - Università di Milano
pubblicata su L'Informatore Agrario n. 7/2023