Wandering in Italy - Progetto di promozione e vendita turistica

Wandering in Italy - Progetto di promozione e vendita turistica Progetto di incentivazione di flussi turistici per comuni, albergatori e agenzie di viaggio

Nel confronto con le principali destinazioni competitor emerge una differenza sostanziale: mentre altri Paesi hanno cost...
18/02/2026

Nel confronto con le principali destinazioni competitor emerge una differenza sostanziale: mentre altri Paesi hanno costruito nel tempo un modello integrato di governance turistica, l’Italia continua a operare in una logica frammentata, in cui l’eccellenza è diffusa ma raramente coordinata. Il turismo italiano è policentrico per natura e questa caratteristica rappresenta un valore, tuttavia la mancanza di una cabina di regia nazionale capace di armonizzare strategie, standard qualitativi, investimenti infrastrutturali e promozione internazionale riduce l’efficacia complessiva del sistema.

Editoriali e Opinioni -

𝐋𝐚 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐛𝐞𝐫𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚Il progressivo calo delle iscrizioni agli istituti...
07/02/2026

𝐋𝐚 𝐜𝐫𝐢𝐬𝐢 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐭𝐢 𝐚𝐥𝐛𝐞𝐫𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚

Il progressivo calo delle iscrizioni agli istituti alberghieri non è un incidente di percorso né una variabile indipendente ma l’effetto diretto di una serie di scelte sbagliate, di omissioni e di ritardi che il sistema turistico italiano si porta dietro da anni. Continuare a leggerlo come un problema “della scuola” o, peggio, come una disaffezione generazionale verso il lavoro, significa non voler vedere la realtà. I giovani non stanno abbandonando il turismo, stanno abbandonando un’idea di turismo che non offre più garanzie, riconoscimento e prospettive ed il primo errore è stato quello di non aggiornare il patto implicito tra formazione e lavoro. Per troppo tempo agli studenti è stato detto che l’istituto alberghiero rappresentava una scorciatoia virtuosa verso l’occupazione senza però interrogarsi sulla qualità reale di quell’occupazione, disattendendo dunque una sorta di promessa e quando questa non viene mantenuta, la fiducia si rompe e non basta uno slogan per ricostruirla. Il secondo errore è stato quello di ridurre la formazione alberghiera a una dimensione prevalentemente teorica. Un settore che pretende professionalità non può formare lavoratori senza fornire strumenti di lettura del contesto pratico di una gestione alberghiera, soffermandosi sulle componenti economiche, organizzative e umane in cui quel lavoro si svolge e questo ha di fatto introdotto sul mercato, giovani preparati teoricamente ma disarmati a livello professionale, incapaci di interpretare il proprio ruolo e quindi, facilmente scoraggiati. Il terzo errore, forse il più grave, è stato “banalizzare” il rapporto tra scuola e impresa e l’alternanza scuola-lavoro perché anziché diventare uno spazio di apprendimento strutturato è stata spesso trattata come una risorsa operativa gratuita. Questo ha prodotto due effetti devastanti: studenti delusi e famiglie disilluse dove lo stage non ha rappresentato un ponte verso il lavoro ma il motivo stesso dell’abbandono. Da qui bisogna ripartire non con analisi astratte, ma con soluzioni praticabili! La prima soluzione riguarda il ruolo della scuola. In primis, l’istituto alberghiero deve smettere di essere percepito come una scuola “di passaggio” e tornare a essere una scuola di professioni dell’Ospitalità e questo implica un cambiamento profondo e radicale nei programmi, nella qualità dei docenti, nei metodi e nella narrazione. Accanto alle competenze tecniche, devono entrare stabilmente competenze di sistema come economia del turismo, organizzazione aziendale, gestione delle risorse umane, cultura del servizio, sostenibilità, lettura dei dati, marketing e comunicazione non per creare manager precoci ma per formare operatori consapevoli di aspetti importanti nella gestione turistico-alberghiera. Un giovane che capisce come funziona un’azienda alberghiera è un giovane che può scegliere, crescere, negoziare il proprio ruolo e la consapevolezza è il primo antidoto allo sfruttamento. La scuola deve anche riappropriarsi di una funzione spesso dimenticata: l’orientamento dove orientare non significa spingere tutti indistintamente verso il turismo ma aiutare ciascuno a capire se quel percorso è coerente con le proprie attitudini e a tal riguardo, premiare gli istituti alberghieri che riescono ad introdurre maggiormente studenti nel settore turistico invece di valutare unicamente il numero degli iscritti, come se questo fosse il solo obiettivo della scuola oggi. Accanto alla scuola, però, c’è una responsabilità altrettanto forte delle aziende. Le imprese turistiche non possono continuare a lamentare la mancanza di personale senza interrogarsi sulle condizioni che offrono. La crisi di vocazioni è in larga parte, una crisi di modelli organizzativi con turni infiniti, ruoli indefiniti, percorsi di crescita inesistenti e una cultura del sacrificio che viene ancora scambiata per professionalità e tutto ciò oltre ad essere anacronistico (vecchio cliché degli anni del boom anni ’60 del secolo scorso) è completamente assurdo nel contesto odierno. Il modus operandi delle aziende deve cambiare in modo strutturale in quanto accogliere uno studente o un giovane lavoratore significa assumersi una responsabilità formativa e non semplicemente riempire “scartoffie” per accaparrarsi mano d’opera gratuita. Serve tutoraggio reale, chiarezza nei ruoli, rispetto dei tempi e delle persone, paghe adeguate e di certo, le imprese che investono in questo approccio ottengono risultati misurabili con un minore turnover, una maggiore qualità del servizio e una maggiore fidelizzazione del personale. Una soluzione concreta e immediata sarebbe disciplinare in modo più stringente l’accesso ai programmi formativi, agli stage e agli incentivi pubblici. Chi forma bene deve essere premiato, chi utilizza la formazione come scorciatoia non può più essere considerato parte del sistema e quindi escluso da ogni tipo di aiuto. C’è poi un errore di visione diffusa che va corretto: l’idea che il turismo offra solo lavori operativi e stagionali. Questa rappresentazione è falsa e dannosa. Il turismo contemporaneo è un ecosistema complesso che richiede competenze sempre più articolate, ruoli che spesso non vengono raccontati, né integrati nei percorsi scolastici anche se rappresentano oggi una parte fondamentale nel settore. Rendere visibili queste opportunità significa restituire ambizione al percorso alberghiero, significa dire ai ragazzi che il turismo non è un binario unico ma una rete di possibilità. Infine, c’è una responsabilità più ampia, che riguarda il sistema nel suo complesso dove politica, associazioni, istituzioni formative e imprese devono smettere di lavorare per compartimenti stagni senza una strategia condivisa sulla formazione turistica in quanto ogni intervento resta isolato e inefficace. La crisi degli istituti alberghieri non è un fallimento della scuola in definitiva ma è il riflesso di un settore che per troppo tempo ha chiesto senza restituire. Oggi abbiamo due strade: continuare a lamentarci della mancanza di personale oppure ripensare seriamente il modo in cui formiamo, accogliamo e facciamo crescere le persone. A noi scegliere quella giusta!

Nel dibattito sul management alberghiero si tende ancora troppo spesso a parlare di competenze, ruoli e responsabilità c...
02/02/2026

Nel dibattito sul management alberghiero si tende ancora troppo spesso a parlare di competenze, ruoli e responsabilità come se il contesto territoriale fosse una variabile secondaria, quasi un semplice fondale sul quale applicare modelli organizzativi standardizzati, strategie commerciali replicabili e soluzioni gestionali valide ovunque. In realtà, chi ha maturato esperienza diretta sul campo sa bene che dirigere un albergo in una grande città turistica e farlo in una destinazione minore, semisconosciuta o addirittura priva di una reale identità turistica riconosciuta, significa esercitare la stessa professione in condizioni radicalmente diverse, al punto da poter parlare, senza forzature, di due mestieri distinti sotto un’unica definizione formale.

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𝐌𝐚𝐧𝐚𝐠𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐚𝐥𝐛𝐞𝐫𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐟𝐥𝐮𝐬𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞Nel dibattito sul management alberghiero si tende ...
01/02/2026

𝐌𝐚𝐧𝐚𝐠𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭 𝐚𝐥𝐛𝐞𝐫𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐟𝐥𝐮𝐬𝐬𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞

Nel dibattito sul management alberghiero si tende ancora troppo spesso a parlare di competenze, ruoli e responsabilità come se il contesto territoriale fosse una variabile secondaria, quasi un semplice fondale sul quale applicare modelli organizzativi standardizzati, strategie commerciali replicabili e soluzioni gestionali valide ovunque. In realtà, chi ha maturato esperienza diretta sul campo sa bene che dirigere un albergo in una grande città turistica e farlo in una destinazione minore, semisconosciuta o addirittura priva di una reale identità turistica riconosciuta, significa esercitare la stessa professione in condizioni radicalmente diverse, al punto da poter parlare, senza forzature, di due mestieri distinti sotto un’unica definizione formale.
Gestire un albergo in città come Roma, Milano, Firenze o Napoli significa operare all’interno di ecosistemi turistici già strutturati, consolidati nel tempo, sostenuti da una notorietà internazionale che precede qualunque azione commerciale del singolo albergo. Il flusso di visitatori, pur con oscillazioni stagionali e cicliche, è alimentato da motivazioni autonome rispetto alla struttura ricettiva, che diventano culturali, istituzionali, economiche, religiose, fieristiche o congressuali e che fanno sì che il turista scelga prima la destinazione e solo in un secondo momento l’hotel nel quale soggiornare.
In questi contesti il management alberghiero svolge un ruolo certamente complesso, che richiede competenze elevate in ambito di revenue management, distribuzione, reputazione online, controllo dei costi, gestione del personale e posizionamento competitivo ma opera comunque su una domanda già esistente, su un mercato che, per quanto affollato e competitivo è leggibile, misurabile, comparabile, sostenuto da dati abbondanti, benchmark accessibili e da una continua esposizione mediatica della destinazione stessa. L’hotel non deve spiegare al cliente perché valga la pena andare in quella città ma deve convincerlo a scegliere una struttura piuttosto che un’altra, lavorando sulla differenziazione, sul valore percepito e sulla qualità dell’esperienza offerta.
La situazione cambia in modo profondo e spesso drammatico quando il management alberghiero si sposta fuori da questi poli di attrazione consolidati e si confronta con destinazioni minori, territori marginali o luoghi che, pur possedendo risorse culturali, ambientali o identitarie di grande interesse non sono presenti nell’immaginario turistico del mercato nazionale e internazionale. In questi contesti il turismo non arriva spontaneamente, spesso non è sostenuto da un brand territoriale riconosciuto e non beneficia di una domanda preformata ma deve essere costruito, spiegato, reso comprensibile e desiderabile partendo quasi da zero.
Qui il lavoro del manager alberghiero assume una dimensione completamente diversa, perché non si limita più alla gestione dell’albergo in senso stretto ma si estende alla costruzione delle condizioni stesse che rendono possibile l’esistenza di una domanda turistica, trasformando il manager in una figura ibrida, che deve saper tenere insieme competenze operative, visione strategica, capacità relazionali e una notevole resistenza psicologica alla frustrazione.
Nelle destinazioni minori, infatti, il manager non intercetta flussi, li deve generare, non ottimizza una domanda esistente ma lavora per far emergere un interesse che spesso non è ancora consapevole, né da parte del mercato, né, paradossalmente, da parte della comunità locale. Il suo lavoro non è quello di affinare un sistema che funziona, ma di dare forma a un sistema che ancora non esiste o che esiste in modo embrionale, frammentato e disorganico.
A rendere questo compito ancora più arduo interviene un fattore strutturale che caratterizza la stragrande maggioranza delle strutture ricettive situate in destinazioni minori: la proprietà. In molti casi si tratta di proprietà familiari, legate al territorio da generazioni, che hanno costruito la propria visione dell’ospitalità in un contesto storico completamente diverso da quello attuale, quando il turismo era più prevedibile, meno competitivo, meno condizionato da piattaforme digitali, dinamiche reputazionali e mutamenti rapidi della domanda, Questa distanza culturale rispetto all’evoluzione del settore turistico-alberghiero rappresenta oggi uno dei principali ostacoli a qualsiasi tentativo di innovazione gestionale.
Il manager che propone un cambio di modello operativo, una revisione del posizionamento, un investimento in comunicazione esperienziale o una maggiore apertura alla collaborazione territoriale si trova spesso a dover prima convincere la proprietà che il mercato è cambiato, che le regole del gioco non sono più quelle di dieci o vent’anni fa, e che continuare a operare per inerzia non equivale a conservare, ma a perdere progressivamente competitività. Questo lavoro di “alfabetizzazione strategica”, che non rientra formalmente nelle mansioni del manager ma ne assorbe enormi energie, diventa una fatica quotidiana, fatta di mediazione, pazienza e spesso di compromessi al ribasso.
A differenza delle città d’arte, dove la proprietà è generalmente più esposta al confronto con operatori strutturati, investitori istituzionali e logiche di mercato evolute, nelle destinazioni minori il manager alberghiero si scontra frequentemente con resistenze culturali che bloccano sul nascere qualsiasi azione metodologicamente innovativa, trasformando la gestione in un esercizio di equilibrio costante tra ciò che sarebbe necessario fare e ciò che viene consentito fare.
A questo si aggiunge un’altra criticità fondamentale, spesso sottovalutata: la mancanza di rete. Nei grandi poli turistici, anche in assenza di una regia perfetta, esiste comunque un ecosistema fatto di enti, eventi, flussi spontanei, relazioni istituzionali e dinamiche economiche che garantiscono una certa massa critica, nelle destinazioni minori, invece, il manager si trova a operare in contesti frammentati, dove ogni operatore procede in modo autonomo, difensivo, spesso diffidente e dove l’idea stessa di collaborazione viene vissuta come una minaccia piuttosto che come un’opportunità.
In questa situazione il manager alberghiero che intenda lavorare seriamente sulla crescita della struttura e del territorio è quasi costretto ad assumere un ruolo ulteriore, che va ben oltre la gestione dell’hotel, diventando promotore di una rete minima di operatori locali accomunati da una visione condivisa; ristoratori, produttori, guide, operatori culturali, artigiani, soggetti diversi per natura e interessi, ma potenzialmente uniti dalla consapevolezza che senza una narrazione territoriale coerente e senza un’offerta integrata non può esistere un turismo durabile.
Questo lavoro di costruzione della rete è lento, faticoso, raramente riconosciuto e quasi mai remunerato in modo diretto ma rappresenta l’unica strada percorribile per creare attrattività in territori che non possono contare su un brand consolidato. Il manager, in questo caso non lavora per il breve periodo ma semina nel medio e lungo termine, spesso senza la garanzia di poter raccogliere personalmente i frutti del proprio impegno.
Il confronto con la gestione alberghiera nelle città d’arte diventa quindi impietoso, non perché quest’ultima sia semplice o priva di complessità ma perché poggia su fondamenta che nelle destinazioni minori devono essere costruite giorno dopo giorno, spesso in condizioni di isolamento decisionale e con risorse limitate. Mentre in un grande centro il manager lavora per migliorare un sistema esistente, in un territorio semisconosciuto lavora per dimostrare che un sistema può esistere, e questa differenza cambia radicalmente il peso, la responsabilità e la difficoltà del ruolo.
Alla luce di queste considerazioni, appare evidente quanto sia fuorviante valutare le performance gestionali delle strutture ricettive senza tenere conto del contesto territoriale, applicando parametri e aspettative identiche a realtà profondamente diverse. Il rischio è quello di giudicare il lavoro del manager nelle destinazioni minori con strumenti pensati per i grandi poli turistici, ignorando la complessità aggiuntiva che deriva dall’assenza di flussi spontanei, dalla resistenza culturale delle proprietà e dalla necessità di costruire relazioni territoriali dal basso.
Riconoscere questa differenza non significa giustificare inefficienze, ma restituire dignità e valore a un lavoro che, proprio perché meno visibile e meno supportato, richiede competenze più ampie, una visione più lunga e una capacità di tenuta che va ben oltre la gestione ordinaria, perché se nelle città d’arte il turismo arriva comunque, nelle destinazioni minori ogni arrivo è il risultato di un lavoro silenzioso, paziente e spesso sottovalutato e che merita di essere finalmente compreso e riconosciuto come una delle sfide più complesse e decisive del management alberghiero contemporaneo.

𝑪𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒔’𝒆̀ 𝒅𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒖𝒏’𝒐𝒇𝒇𝒆𝒓𝒕𝒂 𝒕𝒖𝒓𝒊𝒔𝒕𝒊𝒄𝒂 𝑼𝒏’𝒐𝒇𝒇𝒆𝒓𝒕𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒑𝒂𝒄𝒄𝒉𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒆̀ 𝒍𝒂 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒐𝒔𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒂 𝒂 𝒕𝒓𝒆 𝒅𝒐𝒎𝒂𝒏𝒅𝒆 𝒇𝒐𝒏...
19/01/2026

𝑪𝒉𝒆 𝒄𝒐𝒔’𝒆̀ 𝒅𝒂𝒗𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒖𝒏’𝒐𝒇𝒇𝒆𝒓𝒕𝒂 𝒕𝒖𝒓𝒊𝒔𝒕𝒊𝒄𝒂

𝑼𝒏’𝒐𝒇𝒇𝒆𝒓𝒕𝒂 𝒏𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒑𝒂𝒄𝒄𝒉𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒑𝒍𝒆𝒔𝒔𝒐 𝒆̀ 𝒍𝒂 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒐𝒔𝒕𝒂 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒂 𝒂 𝒕𝒓𝒆 𝒅𝒐𝒎𝒂𝒏𝒅𝒆 𝒇𝒐𝒏𝒅𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒍𝒊:
- 𝑷𝒆𝒓 𝒄𝒉𝒊 𝒆̀ 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒂𝒕𝒂 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒂 𝒔𝒕𝒓𝒖𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂
- 𝑷𝒆𝒓 𝒒𝒖𝒂𝒍𝒆 𝒃𝒊𝒔𝒐𝒈𝒏𝒐 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒇𝒊𝒄𝒐
- 𝑷𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒅𝒐𝒗𝒓𝒆𝒃𝒃𝒆 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒔𝒄𝒆𝒍𝒕𝒂 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒆𝒓𝒏𝒂𝒕𝒊𝒗𝒆

𝑺𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒆 𝒕𝒓𝒆 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒐𝒔𝒕𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒄𝒉𝒊𝒂𝒓𝒆, 𝒊𝒍 𝒎𝒆𝒓𝒄𝒂𝒕𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒄𝒂𝒑𝒊𝒓𝒂̀ 𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒔𝒕𝒂𝒊 𝒗𝒆𝒏𝒅𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒖𝒏𝒂 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒍𝒊𝒄𝒆 𝒓𝒂𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆: 𝒗𝒆𝒏𝒅𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒂𝒎𝒆𝒓𝒂 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂 𝒅𝒊𝒓𝒆 “𝒉𝒐 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐 𝒅𝒊𝒔𝒑𝒐𝒏𝒊𝒃𝒊𝒍𝒆” 𝒎𝒆𝒏𝒕𝒓𝒆 𝒗𝒆𝒏𝒅𝒆𝒓𝒆 𝒖𝒏’𝒐𝒇𝒇𝒆𝒓𝒕𝒂 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂 𝒅𝒊𝒓𝒆 “𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒂𝒅𝒂𝒕𝒕𝒐 𝒂 𝒕𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒒𝒖𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒎𝒐𝒕𝒊𝒗𝒐”.

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03/06/2025

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Destinazione Italia -

03/06/2025

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03/02/2025

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Le strutture extra-alberghiere eccellono nella creazione di esperienze su misura, in forma maggiore rispetto a quella sp...
26/10/2024

Le strutture extra-alberghiere eccellono nella creazione di esperienze su misura, in forma maggiore rispetto a quella spesso scontata dell’albergo ed in linea con gli interessi dei loro Ospiti. Si ritrovano opportunità per una perfetta integrazione con la cultura locale e possibilità di immergersi nella comunità come ad esempio assaggiare la cucina autentica locale.
In Italia, la situazione è un po’ diversa: se prendessimo ad esempio l’essenza del vero B&B, snaturato completamente anche a causa di leggi astruse e sorto soprattutto per l'esigenza di fronteggiare il previsto aumento di flusso turistico in occasione del Giubileo del 2000, capiremmo che l’indirizzo doveva essere un altro. Attualmente gestiti in una maniera perlopiù standardizzata (nei maggiori casi) e alla stregua di un mini-hotel ma senza regole e “pericolosamente” senza obblighi di sicurezza per l’Ospite, diffondono un’offerta minima di servizi in linea con la filosofia di questa tipologia.
Con piattaforme come Airbnb e Vrbo che hanno livellato l'industria dell'ospitalità, gli Ospiti hanno ora una sovrabbondanza di opzioni oltre agli hotel tradizionali.

dal blog www.htmg.it

15/10/2024

L'Italia è stata a lungo celebrata come una destinazione turistica di primo piano che attira ogni anno milioni di visitatori per il suo ricco patrimonio culturale, gli splendidi paesaggi e la deliziosa cucina. Tuttavia, il futuro del turismo italiano si trova ad affrontare una miriade di sfide che ...

14/10/2024

Le nuove sfide nel turismo come opportunità di cambiamento

Indirizzo

Spigno Saturnia
04020

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