Simona D'Alessandro

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Simona D'Alessandro La Dott.ssa Simona D'Alessandro è Dottore commercialista dell’ODCEC Pescara, consulente nell’ambito della finanza e del controllo di gestione.

Business & Fiscal Strategist | CFO & Optimizer per aziende | Finanza, Controllo di Gestione, Margini | Peer per Crescita PMI | Co-founder Innova Consult | Partner d'Impresa Esperta in tema di contenzioso bancario, oltre ad avere numerosi incarichi di consulente tecnico di parte e di ufficio, ha partecipato all’ideazione e implementazione di software professionali distribuiti su territorio nazionale per il calcolo dell’anatocismo e per l’analisi delle condizioni bancarie.

L'IRES premiale è l'ultima chiamata, e si gioca in dichiarazione.La riduzione dell'aliquota IRES dal 24% al 20%, introdo...
12/10/2026

L'IRES premiale è l'ultima chiamata, e si gioca in dichiarazione.

La riduzione dell'aliquota IRES dal 24% al 20%, introdotta dall'art. 1 commi 436-444 della L. 207/2024, riguarda il solo periodo d'imposta 2025. La legge di bilancio 2026 non l'ha prorogata.

Chi ha i requisiti li spende ora, nel modello Redditi da presentare entro il 31 ottobre 2026. Dopo, quella leva non c'è più.

I requisiti vanno verificati tutti insieme, ed è qui che molte imprese si fermano senza saperlo:

-almeno l'80% dell'utile 2024 accantonato a riserva;
-investimenti in beni strumentali nuovi rilevanti, anche in leasing, effettuati dal 1° gennaio 2025;
-incremento occupazionale: nuove assunzioni a tempo indeterminato pari ad almeno l'1% della media, e comunque non meno di un dipendente;
-nessun ricorso alla cassa integrazione nel 2024 e nel 2025, salvo le eccezioni previste.

Il requisito occupazionale è il più selettivo: non basta investire in macchinari, serve personale stabile in più.

E attenzione alla coda: il beneficio decade se la riserva viene distribuita entro il secondo esercizio successivo o se i beni agevolati vengono dismessi nel periodo di sorveglianza. Un dividendo deciso senza guardare il calendario può costare il recupero dell'imposta.

Resta invece operativa la maggiorazione del costo del lavoro per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, al 120% e al 130% per le categorie meritevoli di maggior tutela, in vigore fino al 2027.

Il punto non è prendere il bonus. È che agevolazioni così cambiano il ritorno di un investimento e la convenienza di un'assunzione: vanno decise dentro il piano, non scoperte in dichiarazione.

Nella tua azienda la verifica dei requisiti l'avete fatta, o l'IRES premiale è una di quelle cose che "guardiamo dopo"?

Parliamone.

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Sono Simona D'Alessandro | Business & Fiscal Strategist - CFO e Optimizer per aziende - Finanza e Margini - Peer per Crescita PMI - Co-founder Innova Consult Srl - Manager Partner d'Impresa

l tuo punto di pareggio non è più quello che avevi in testa.Il break-even è il fatturato che serve per coprire tutti i c...
09/10/2026

l tuo punto di pareggio non è più quello che avevi in testa.

Il break-even è il fatturato che serve per coprire tutti i costi. Sembra un numero stabile, ma non lo è: si sposta ogni volta che cambiano i costi fissi o il margine di contribuzione.
Negli ultimi anni sono cambiati entrambi.

Dopo un 2025 in discesa, nel 2026 i prezzi energetici sono tornati a salire e l'Istat segnala la traslazione dei maggiori costi lungo la filiera produttiva. Aggiungi i rinnovi contrattuali, gli affitti indicizzati, le assicurazioni, i costi di struttura cresciuti mentre l'azienda cresceva.
Risultato: molte PMI stanno usando un punto di pareggio calcolato su una struttura di costi che non esiste più.

Il meccanismo, in due passaggi.

Il margine di contribuzione è il prezzo di vendita meno i costi variabili unitari. Se i costi variabili salgono e il prezzo resta fermo, quel margine si assottiglia.
Il break-even è dato dai costi fissi diviso il margine di contribuzione percentuale. Quindi con costi fissi più alti e margine più basso il punto di pareggio si alza due volte: dal numeratore e dal denominatore.

Tradotto: puoi fatturare come l'anno scorso e trovarti sotto il pareggio senza che nulla di visibile sia successo.

Il ricalcolo richiede mezza giornata e va rifatto almeno una volta l'anno, oggi meglio due. Serve per tre decisioni concrete: dove mettere il prezzo, quali costi fissi puoi permetterti e quanto volume ti serve davvero per stare in equilibrio.
Nel mio lavoro è uno dei primi conti che rifaccio quando un'azienda mi dice "vendiamo come prima, ma guadagniamo meno".

Il tuo break-even quando è stato ricalcolato l'ultima volta?
Confrontiamoci.

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Sono Simona D'Alessandro | Business & Fiscal Strategist - CFO e Optimizer per aziende - Finanza e Margini - Peer per Crescita PMI - Co-founder Innova Consult Srl - Manager Partner d'Impresa

In molte aziende il commerciale, la produzione e l'amministrazione guardano tre numeri diversi e li chiamano tutti "il f...
06/10/2026

In molte aziende il commerciale, la produzione e l'amministrazione guardano tre numeri diversi e li chiamano tutti "il fatturato".

Il commerciale intende gli ordini acquisiti. La produzione intende quello che è uscito dal magazzino. L'amministrazione intende quello che è stato fatturato. Nessuno dei tre sbaglia. Semplicemente non stanno parlando della stessa cosa.

Poi arriva la riunione, i numeri non tornano, e si passa un'ora a capire chi ha ragione invece di decidere.
La cultura finanziaria in azienda non è un corso. È molto più concreta di così: è mettersi d'accordo su cosa misuriamo, come lo misuriamo e ogni quanto lo guardiamo.

Servono tre cose, e nessuna costa molto:
-poche definizioni condivise e scritte: cos'è un ordine, cos'è un ricavo, cos'è un margine;
-gli stessi indicatori sul tavolo di tutti, non un report diverso per funzione;
-un appuntamento fisso, breve, in cui si guardano insieme.

Quando succede, cambia il tono delle conversazioni. Un commerciale che ha capito cos'è il margine di contribuzione difende il prezzo in modo diverso. Un responsabile di produzione che vede il costo del magazzino ordina in modo diverso.

Non è controllo, significa dare alle persone gli strumenti per decidere bene quando tu non sei presente.

L'imprenditore che forma il suo team sui numeri smette di essere l'unico a preoccuparsi.

Nella tua azienda, quante persone sanno leggere il conto economico?
Confrontiamoci.

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Sono Simona D'Alessandro | Business & Fiscal Strategist - CFO e Optimizer per aziende - Finanza e Margini - Peer per Crescita PMI - Co-founder Innova Consult Srl - Manager Partner d'Impresa

L’UTILE È UNA SCELTAQuando chiediamo a un imprenditore come sta andando la sua azienda, molto spesso la prima risposta r...
28/09/2026

L’UTILE È UNA SCELTA
Quando chiediamo a un imprenditore come sta andando la sua azienda, molto spesso la prima risposta riguarda il fatturato.

Ma il fatturato è uno strumento, non il traguardo.

Sono stata speaker all'MBS Adriatica, la scuola per imprenditori di OSM, è ho parlato proprio di questo: l'utile è una scelta.

Un’azienda deve essere capace di generare margini, produrre utile e trasformare quell’utile in liquidità. E l’utile non dovrebbe essere una sorpresa che scopri a fine anno: è il risultato delle scelte fatte ogni giorno su prezzi, costi, persone, organizzazione, marketing e investimenti.

Per questo l’utile si pianifica e si controlla.

Si definisce un obiettivo, lo si traduce in un budget, si individuano i KPI, si misurano gli scostamenti e si interviene quando c’è ancora tempo per modificare il risultato.

Ma poi arriva una seconda domanda, altrettanto importante:
quanto della ricchezza che l’azienda ha prodotto riusciremo realmente a trattenere e trasformare in patrimonio?

È qui che entra in gioco la Fiscal Strategy.

Non è semplicemente la ricerca del risparmio fiscale. È la capacità di governare le conseguenze fiscali delle decisioni dell’imprenditore, coordinando in modo consapevole azienda, persona fisica e patrimonio, affinché la ricchezza prodotta possa essere gestita, protetta e indirizzata nel tempo.

Il percorso, quindi, non finisce con il bilancio:
Fatturato → Margine → Utile → Liquidità → Fiscal Strategy → Patrimonio.

Prima lavori tu per costruire l’azienda.
Poi l’azienda produce utili e contribuisce a costruire il tuo patrimonio.
Infine, l’obiettivo è fare in modo che anche il patrimonio inizi a lavorare per te, generando rendite, opportunità, sicurezza e maggiore libertà.

L’utile è il punto di partenza.
La Fiscal Strategy decide dove può arrivare la ricchezza che hai prodotto.

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Sono Simona D’Alessandro | Business & Fiscal Strategist - CFO e Optimizer per aziende - Finanza e Margini - Peer per Crescita PMI | Co-founder Consult - eDNA Aziendale | Manager d'Impresa

C'è una domanda che spaventa più di tutte le altre: se domani ti fermassi tre mesi, la tua azienda continuerebbe a funzi...
23/09/2026

C'è una domanda che spaventa più di tutte le altre: se domani ti fermassi tre mesi, la tua azienda continuerebbe a funzionare?

Non "sopravvivere". Funzionare.

Nella maggior parte delle PMI che incontro la risposta onesta è no. E non perché manchino le persone brave, ma perché le informazioni che contano stanno in un posto solo: la testa dell'imprenditore.

I prezzi si fanno "a sentimento", ma il sentimento è il suo. I fornitori strategici hanno un rapporto con lui, non con l'azienda. Le condizioni fuori standard concesse ai clienti storici non sono scritte da nessuna parte. Le decisioni di spesa passano tutte dalla sua firma, anche quelle da duemila euro.

Finché l'azienda cresce, questo sembra efficienza. È il contrario: è il collo di bottiglia che deciderà quanto potrà crescere ancora.

I passaggi minimi per invertire la rotta non sono una rivoluzione organizzativa:
-scrivere le regole di prezzo e di sconto, e darle a chi vende;
-dare a due o tre persone un budget e la responsabilità di rispettarlo; -mettere per iscritto i contratti con i fornitori chiave;
-fissare una riunione mensile sui numeri, sempre la stessa, con gli stessi indicatori.

Sono cose noiose. Sono anche quelle che trasformano un'azienda "dell'imprenditore" in un'azienda trasferibile, finanziabile e vendibile.

Una banca finanzia più volentieri una struttura che una persona. Un compratore paga di più un'azienda che non dipende dal fondatore.
E un imprenditore che può fermarsi tre mesi, di solito, non si ferma: si occupa finalmente delle cose che contano.

Tu oggi stai costruendo un'azienda o un lavoro molto impegnativo?

Parliamone insieme.

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"La mia azienda ha fatto utili. Non li abbiamo distribuiti. Devo davvero pagarci i contributi INPS?"È una domanda che mo...
21/09/2026

"La mia azienda ha fatto utili. Non li abbiamo distribuiti. Devo davvero pagarci i contributi INPS?"

È una domanda che molti soci lavoratori di S.r.l. si sono fatti almeno una volta.

La società produce utili, ma invece di distribuirli li lascia in azienda: accantonati a riserva, destinati a investimenti, crescita, solidità patrimoniale.

Quei soldi non entrano nelle tasche del socio. Eppure, per anni, la posizione dell'INPS ha portato a considerarli comunque nella contribuzione eccedente il minimale.

Nel 2026 qualcosa è cambiato.

Con una serie di pronunce, a partire dalla sentenza n. 25377 del 16 settembre 2026, la Corte di Cassazione ha affermato un principio chiaro: gli utili accantonati a riserva e non distribuiti non entrano automaticamente nella base imponibile contributiva del socio, quando restano fiscalmente imputati alla società e non opera il regime di trasparenza.

Una cosa è il reddito prodotto dalla società. Un'altra è il reddito fiscalmente attribuito al socio.

Attenzione a non leggere più di quello che c'è: l'iscrizione alla Gestione resta, i contributi minimali restano. Il tema è la contribuzione eccedente il minimale.

Da qui nascono due riflessioni: una sul passato, per chi ha versato su utili rimasti in società; una sul futuro, molto più interessante.

Perché decidere quanto utile distribuire e quanto lasciare in azienda non è una scelta contabile fatta a bilancio chiuso.

È una decisione di allocazione del capitale.

Nella tua azienda la destinazione dell'utile si decide a inizio percorso o quando il bilancio è già chiuso?

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"Ma devo pagare più di 150.000 euro di imposte su soldi che non ho mai incassato?"Qualche giorno fa, durante una call, u...
18/09/2026

"Ma devo pagare più di 150.000 euro di imposte su soldi che non ho mai incassato?"

Qualche giorno fa, durante una call, un imprenditore è arrivato da me con una domanda apparentemente semplice: "Su questa operazione devo pagare una plusvalenza?"

Per rispondere siamo dovuti tornare indietro e ricostruire ciò che era già stato fatto.

Possedeva il 75% di una società operativa, costituita anni prima con 10.000 euro di capitale sociale. Nel tempo l'azienda era cresciuta e quella partecipazione, costo fiscale di circa 7.500 euro, valeva ormai diverse centinaia di migliaia di euro.

Tempo prima era stata realizzata una riorganizzazione con holding: la partecipazione nell'operativa era stata conferita attribuendole un valore di circa 600.000 euro. Una piccola parte a capitale sociale, la parte più consistente a riserva da sovrapprezzo.

Il dato che cambia completamente la lettura dell'operazione è questo:
-valore attribuito al conferimento: circa 600.000 euro
-costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione: 7.500 euro
-differenza: circa 592.500 euro

Tradotto: una potenziale imposta di oltre 150.000 euro.

Ed è qui che il cliente ha fatto la domanda che racchiude tutto il problema: "Quei 600.000 euro non li ho mai visti. Dove li prendo, 150.000 euro?"

Sul conto corrente personale non era arrivato nulla. Quel valore era rimasto dentro la holding, sotto forma di riserva.

Il valore economico c'era. La liquidità per sostenere il carico fiscale no.

Quando si costituisce una holding, si effettua un conferimento o si riorganizza un gruppo, non basta chiedersi se l'operazione sia giuridicamente possibile o quale struttura adottare. Bisogna sapere prima:
-quale valore assumerà fiscalmente l'operazione
-qual è il costo fiscale delle partecipazioni
-se emergerà una plusvalenza e per quale importo
-dove sarà la liquidità per pagarla

Perché il momento peggiore per occuparsi della fiscalità di un'operazione è dopo averla realizzata.

La pianificazione fiscale non inizia con «quanto devo pagare?».

Inizia molto prima: "qual è il risultato che voglio ottenere e come devo strutturare oggi l'operazione per arrivarci?"

È questa, per me, la Fiscal Strategy: mettere insieme in anticipo fiscalità, società, patrimonio e liquidità.

Oggi stiamo lavorando per gestire nel modo migliore gli effetti di una decisione già presa. Ma costruita prima, quella stessa operazione avrebbe potuto avere un esito completamente diverso.

Tu, l'ultima operazione societaria che hai fatto, l'hai valutata prima anche dal lato fiscale e finanziario?

Parliamone.

NOTA TECNICA: lo strumento è il conferimento di partecipazioni in regime di realizzo controllato (art. 177 TUIR). Se il valore di iscrizione nella conferitaria è pari al costo fiscalmente riconosciuto, non emerge plusvalenza.

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CFO e Optimizer per aziende - Finanza e Margini - Peer per Crescita PMI - Co-founder Innova Consult Srl - Manager Partner d'Impresa

Nei gruppi familiari il rischio fiscale più grave quasi mai nasce da una scelta aggressiva. Nasce dalle abitudini.Sono l...
17/09/2026

Nei gruppi familiari il rischio fiscale più grave quasi mai nasce da una scelta aggressiva. Nasce dalle abitudini.

Sono le cose che si fanno "da sempre così", che nessuno ha mai messo per iscritto e che, davanti a una verifica, diventano difficili da spiegare.

Le quattro che incontro più spesso.

Finanziamenti soci senza tracce. Denaro che entra e esce dalla società senza delibera, senza scrittura, senza un piano di rimborso. Oltre al problema probatorio, l'art. 2467 c.c. posterga il rimborso dei finanziamenti soci concessi in situazioni di squilibrio: in caso di crisi il socio viene dopo tutti gli altri creditori.

Commistione tra conto personale e conto aziendale. La spesa privata pagata con la carta della società, l'incasso personale che transita sul conto aziendale. Ogni movimento non giustificato alimenta una presunzione.

Compensazioni fatte senza controllare i ruoli. Dal 1° gennaio 2026 la soglia oltre la quale i ruoli erariali scaduti bloccano integralmente la compensazione orizzontale è scesa da 100.000 a 50.000 euro (art. 1 comma 116 della L. 199/2025). Il blocco vale anche per la parte eccedente.

Beni intestati alla società ma usati in famiglia, senza contratto e senza corrispettivo.

Nessuna di queste, da sola, è evasione. Tutte insieme raccontano un'azienda che non tiene separato ciò che deve esserlo.

Te ne accorgi sempre nel momento peggiore: una verifica, una crisi, un compratore che ti chiede la data room.

Nel mio lavoro il check-up documentale di queste posizioni lo faccio prima di qualsiasi operazione straordinaria. A freddo costa poco. Sotto pressione, spesso, non si può.

Prevenire è meglio che curare, anche qui.

Nel tuo gruppo, questi confini sono scritti da qualche parte o sono solo prassi consolidata?

Confrontiamoci.

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Sai quanto ti costa, in euro, un solo giorno di ritardo negli incassi?Quasi nessun imprenditore lo sa. Ed è uno dei nume...
14/09/2026

Sai quanto ti costa, in euro, un solo giorno di ritardo negli incassi?

Quasi nessun imprenditore lo sa. Ed è uno dei numeri più facili da calcolare.

Prendi il fatturato annuo e dividilo per 365. Quello è il valore di un giorno di credito commerciale.

Su 3 milioni di fatturato, un giorno vale circa 8.200 euro. Significa che ogni giorno in più di DSO immobilizza 8.200 euro di cassa. Dieci giorni sono 82.000 euro fermi nei crediti verso clienti, che finanzi con il fido o con la tua liquidità.

Ora il contesto italiano.

Solo il 43,4% delle imprese italiane paga entro la scadenza concordata, in calo di 1,7 punti sull'anno precedente (CRIBIS, Studio Pagamenti 2026). L'aggiornamento al secondo trimestre 2026 porta la quota al 42,0% (CRIBIS, giugno 2026).

E i tempi dipendono da chi hai dall'altra parte: nel 2025 le piccole imprese saldano le fatture mediamente in 56,85 giorni, le medie in 63,20, le grandi in 73,21 (Osservatorio Pagamenti Cerved, dati 2025).

Tradotto: se lavori con clienti strutturati, il tuo DSO non è una tua scelta, ma una conseguenza della loro politica di pagamento, che stai finanziando tu.

Per quell'azienda da 3 milioni, passare da 60 a 45 giorni di DSO libera oltre 120.000 euro di cassa. Senza vendere un euro in più.

È la leva più economica che esiste, e viene sempre dopo l'ultima.

Le tre azioni che vedo funzionare davvero:

-condizioni di pagamento scritte nell'ordine, non concordate a voce dopo la consegna;

-scadenzario clienti guardato ogni settimana, non a fine mese;

-solleciti che partono il giorno dopo la scadenza, non dopo trenta.

Nel mio lavoro il capitale circolante è la prima voce su cui intervengo quando un'azienda "fattura bene ma è sempre in tensione". Perché lì la cassa c'è già: è solo ferma nel posto sbagliato.

Tu il tuo DSO lo conosci, o lo scopri quando la banca ti chiede il bilancio?

Parliamone.

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Il prodotto che vendi di più potrebbe essere quello che ti sta costando di più.Nelle PMI il fatturato si guarda per inte...
11/09/2026

Il prodotto che vendi di più potrebbe essere quello che ti sta costando di più.

Nelle PMI il fatturato si guarda per intero, il margine quasi mai per linea. Così succede che il prodotto trainante, quello di cui l'imprenditore va orgoglioso, sia anche quello che assorbe più ore di produzione, più assistenza post-vendita, più magazzino e più tempo commerciale.

Fattura tanto. Lascia poco.
La crescita, invece di generare cassa, la brucia.

Come si smonta il problema:

-Margine di contribuzione per linea, non solo utile complessivo: ricavi meno costi variabili diretti. È il primo numero da avere, ed è alla portata di qualsiasi azienda.

-Allocazione dei costi indiretti su un driver vero: ore macchina, ore uomo, numero di ordini. Non il fatturato, che è il criterio più comodo e il più fuorviante.

-Costo di servizio del cliente: due clienti con lo stesso fatturato non valgono uguale se uno ordina dodici volte l'anno e l'altro centoventi.

Quando questi tre numeri escono, la conversazione cambia sempre. E quasi sempre emerge una linea che va rialzata di prezzo, una che va riorganizzata e una che va chiusa.

Chiudere una linea che fattura fa paura. Tenerla in vita per anni costa molto di più.

Nel mio lavoro parto quasi sempre da qui, prima di parlare di crescita: capire dove il margine si crea davvero e dove si dissolve.

Perché non tutto il fatturato è buon fatturato.

Nella tua azienda, il margine lo conosci per linea di prodotto o solo a fine anno, aggregato?

Parliamone.

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