28/07/2025
Verissimo ❤️
Quando accompagni una persona malata, verso il suo infinito, ci sono giorni difficili che devi mettere in conto.
Giorni storti, pieni di silenzi che non ti aspettavi.
Giorni in cui vorresti urlarle l’amore addosso,
come a svegliarla.
Ma lei non ti sente.
Non perché non voglia.
Ma perché è altrove.
È dove non puoi entrare,
dove si va da soli.
Ieri mattina, il medico mi ha fermato nel corridoio prima che entrassi.
Parlava piano, quasi per non disturbare ciò che stava accadendo.
“Lo troverà molto stanco oggi.
La pressione è settanta su quaranta.
Non si è più svegliato da stamattina.
Il cuore ha rallentato,
sta cercando il modo più dolce per lasciarsi andare.
Abbiamo sospeso l’adrenalina.
Non si può frustare un cavallo stanco.”
E ho capito che uno di quei giorni lì, era arrivato.
Uno di quelli da segnare a matita,
da tenere sottopelle.
Quando sono entrato, la stanza era immersa in una luce bassa.
Lui dormiva.
Il viso scavato, le mani appoggiate sul petto,
una calma che non era pace,
ma resa.
Mi sono avvicinato.
Ho detto solo: “Babbo.”
Una parola semplice, come mille volte prima.
Ma non ha risposto.
Non un gesto, non un battito di ciglia.
Eppure era lì.
Quel corpo era lui.
Anche se sembrava meno suo.
Più piccolo.
Più fragile.
Gli ho sfiorato il braccio.
Ho cercato con lo sguardo le tracce di vita:
una cicatrice sulla gamba,
quella che si era fatto quando riparavamo insieme il motorino.
Eravamo pieni di estate e di pazienza,
lui si incazzava e rideva,
io lo guardavo non arrendersi mai, nemmeno con i bulloni più infami.
Era ancora tutto lì, sulla sua pelle.
Mi sono seduto accanto al letto.
E senza dire niente, ho preso il telefono.
Gli ho messo una cuffietta nell’orecchio scoperto.
E ho fatto partire la nostra musica.
I Dire Straits.
Quelli dei viaggi solo nostri,
quando partivamo all’alba,
macchina piena di buste, biscotti e cassette,
strade vuote,
chiacchiere a metà e canzoni a tutto volume.
Io e lui, d’inverno verso la neve,
d’estate verso il mare.
E sempre, in mezzo, la chitarra di Mark Knopfler.
La musica è cominciata.
Un giro lento, le corde piene.
Lui respirava piano.
Poi, all’improvviso, ha aperto gli occhi.
Guardava me.
Ma non mi vedeva.
O meglio:
mi vedeva da un altrove.
Uno di quei posti che ci portiamo dentro
e che si aprono solo in casi estremi.
Era lì.
O forse era là,
in viaggio con me, ancora una volta.
“Ti piace, Amore mio?” gli ho chiesto.
Lui ha fatto sì con la testa,
lentamente.
E io ho capito.
Che stavamo viaggiando di nuovo in autostrada, con i finestrini abbassati e la nostra Alfasud rossa con l’impianto a gas che non camminava nemmeno a calci.
Il medico è entrato poco dopo.
Ha guardato i parametri,
poi ha guardato noi.
Si è avvicinato con cautela,
come chi riconosce di non essere più il solo a curare.
“È incredibile,” ha detto.
“Guardate i valori:
la pressione è risalita, centoventi su settanta.
Perfetta.
I battiti… sono un po’ alti.
Ma sono battiti felici.”
Poi ha abbassato il tono,
come se stesse rivelando un segreto:
“Questo,
più delle medicine,
più dei trattamenti,
più di qualsiasi flebo o misurazione,
questo serve a suo padre.
È la medicina che non si prescrive da nessuna parte.
Quella che non trovi nei protocolli,
ma nei ricordi.
Nel cuore.”
Abbiamo sorriso.
Di quei sorrisi che tengono insieme la commozione e la gratitudine.
E mentre ancora si parlava,
con la voce stanca ma lucida,
babbo ha detto:
“Senti la chitarra che meraviglia.”
Abbiamo riso.
Tutti e tre.
E per un istante,
la stanza non era più ospedale.
Era macchina.
Era strada.
Era estate.
Era noi.
Il medico, con delicatezza, mi ha chiesto di salutarlo. Eravamo fuori orario.
Mi sono infilato nel letto dietro di lui, come quando da piccolo mi rannicchiavo per farmi spazio nel suo abbraccio.
L’ho stretto forte.
Così forte che per un momento mi è sembrato di stringere la vita tutta intera.
Così tanto forte da rinascere.
Poi mi sono alzato, gli sono passato davanti.
“Babbo, me lo dai un bacio?” ho detto.
Non ha risposto. Si è solo avvicinato e mi ha baciato.
“Un altro,” ho detto.
E così per dieci volte. Forse di più.
Alla fine gli ho preso il viso tra le mani e l’ho riempito di baci,
come fanno i bambini che non vogliono finire il gioco.
Lui ha cominciato a ridacchiare, piano.
Rideva davvero.
“Buonanotte, babbo,” ho detto. “Ci vediamo domani.”
“Buonanotte,” ha risposto.
“Notte.” Io.
“Notte.” Lui.
“Buonanotte.” Io.
“Buonanotte” Lui.
Mi faceva il verso. E sorrideva.
Quando sono entrato, mi avevano detto che non si sarebbe più svegliato.
E invece era lì, a fare lo scemo con me.
Come se niente fosse.
Come se fosse tutto.
Come se l’amore avesse davvero una voce,
e un suono,
e delle corde che vibrano,
e una strada che, anche quando finisce,
ti porta comunque a casa.
Non mi sono illuso che tutto fosse tornato alla normalità.
Non bisogna farlo, in questi momenti.
Perché è lì che il dolore punge più forte,
quando ti illudi che la vita possa dimenticare la sua direzione.
Papà ora è questo:
un corpo sfinito,
un cuore stanco che si sta arrendendo piano.
Ma finché si può,
finché c’è anche solo un respiro,
si può ancora rubare qualcosa al dolore.
Un sorriso,
una canzone,
un bacio che arriva tardi
ma arriva lo stesso.
Finché si può,
dobbiamo strappare alla vita momenti di gioia,
piccoli, imperfetti,
eppure pieni di luce.