23/04/2026
IL TEATRINO DEGLI ALIBI
Dalla mia postazione, con le cuffie ben salde, assisto ogni settimana a una liturgia quantomai stucchevole: la fuga dalla responsabilità della casta dei tecnici italiani. È un fenomeno che rasenta la patologia e che segna un solco profondo tra chi evolve e chi si limita a frignare, non molto diverso da quello al quale possiamo assistere in certe organizzazioni dove il manager si comporta in maniera del tutto analoga.
Mentre il calcio internazionale ottimizza risorse e gestisce il rischio, in Italia l'allenatore medio si è trasformato in un gestore di alibi. Ma c’è un dettaglio che mi diverte (e mi preoccupa) osservare più di ogni altro: il gioco di sponda tra i colleghi giornalisti e l'ego dei tecnici. Una specie di cortocircuito che mio atteggiamento linguistico si alimenta di tre veleni che riassumo a microfoni spenti con questi concetti: 1. La trappola del "Maestro", 2. L'egocentrismo stizzito, 3. Il collasso dell'autorità intellettuale.
A proposito del primo, e qui molti di voi ci leggeranno non pochi richiami a ciò che rileviamo anche nelle tribune politiche, vedo spesso i giornalisti solleticare l'orgoglio dei tecnici con domande che sono veri e propri assist per il lamento. "Mister, con questo calendario è impossibile, vero?". E il tecnico abbocca, trasformando il parametro fisiologico del business in una persecuzione personale. All'estero ci si attrezza; in Italia ci si auto-assolve preventivamente.
Circa il secondo, invece, mi diverte leggere le reazioni alle provocazioni. Reazioni quasi sempre inconsapevoli della propria responsabilità nel calo di appeal del nostro calcio. Se il successo dipende solo dal mercato in linea con le proprie desiderata, allora non siamo davanti a chirurghi del gioco, ma a collezionisti di figurine che usano il talento come scudo per coprire fragilità tattiche.
Infine, relativamente al terzo punto, sentirete raramente ammettere un errore nella gestione dei carichi cognitivi o nella lettura della densità. La colpa è sempre esterna: il VAR, il meteo, i calciatori "viziati". È il trionfo dell'assenza di un Locus of Control interno come rileviamo anche in certe forme di scaricabarile di cui molti manager sono protagonisti.
Essere una seconda voce oggi significa anche avere il coraggio di non essere complici di questa narrazione. Significa non limitarsi a riportare il lamento, ma evidenziare la dissonanza cognitiva di chi incassa ingaggi d'élite ma rifiuta le responsabilità dell'élite.
Forse, anche grazie all’esperienza da trainer maturata in contesti organizzativi complessi, mi viene spontaneo rifiutare la favola del maestro solo contro tutti, ammettendo piuttosto che questa categoria è diventata uno dei più virulenti agenti patogeni di uno sport che non sa generare innovazione.
Sì, esattamente come succede in molti settori dell’imprenditoria italiana.