12/03/2025
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«Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano, nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi» .
Questa frase di Luigi Einaudi (economista, primo presidente della Repubblica effettivo della storia italiana, raffinato intellettuale, liberale tutto d’un pezzo, piemontese) campeggiava solitaria, scritta a mano, su una tela al centro di un muro bianco panna e dietro un’enorme scrivania, a fianco della pergamena su cui il presidente della Repubblica aveva firmato la sua nomina a cavaliere.
La scrivania era quella di mio padre, del suo ufficio al primo piano della palazzina addossata alla fabbrica che tutti chiamavamo «l’officina». Lui raramente sedeva a quella scrivania però, perché la sua vita si svolgeva molto più sotto, in mezzo al ferro e alle macchine, in mezzo agli operai e ai fumi delle saldatrici: in quel mondo, nel suo mondo, prendevano forma le opere d’arte cui aveva dedicato tutta la vita, le macchine agricole Crosetto. Scrivo «opere d’arte» nel definire spandiletame, carri botte, rimorchi, perché lui, mio padre, non ha mai lavorato e costruito pensando alla quantità, a quanto e come poteva guadagnare, ma alla passione di realizzare il meglio nel suo lavoro: ogni pezzo che usciva doveva essere migliore del precedente perché custodiva parte del suo cuore, perché era un piccolo mattone della sua vita.
Così come parte del suo cuore lo possedeva quell’edificio industriale, freddo e rumoroso, e le persone che lo popolavano e lo rendevano un’eccellenza: Tonio (lo storico capo officina), Piero, Ciano, Elio, Piernicola, Beppe e potrei continuare, perché li ricordo uno a uno, anche se erano tanti.Anche loro hanno contribuito alla mia formazione, alla mia crescita, a ciò che sono diventato.
Le loro mani enormi, forti, callose, sporche, che sapevano plasmare la materia, così come le loro critiche bonarie quando mi insegnavano a «lavorare» durante le vacanze estive, sono alcuni dei tanti tasselli di esperienza che mi hanno fatto diventare ciò che sono, nel bene e nel male. Mi hanno insegnato quanta arte ci sia in ogni lavoro, mi hanno fatto capire cosa significa l’esperienza e quanto possa cambiare il risultato, se unita all’impegno e alla passione. Quella passione che spingeva Tonio a dimenticarsi di andare a pranzo (l’orario era 7-12 e 13,30-18,30. Il sabato «solo» 7-12) e a fermarsi con me per insegnarmi a saldare a elettrodo e a filo continuo. Ricordo i loro volti perché mi hanno accompagnato fin da piccolo, perché quando potevo scappavo e mi infilavo di nascosto in officina per guardare quel mondo di giganti umili e operosi che facevano un sacco di rumore.
E ricordo soprattutto i loro volti, i loro sguardi, i loro occhi, quel maledetto giorno in cui si sono caricati sulle spalle la cassa in legno scuro nella quale avevamo appena rinchiuso mio padre e l’hanno portata a piedi per un chilometro, da casa alla chiesa, circondati da migliaia di persone che erano venute a salutarlo per l’ultima volta.
La vita di mio padre era finita in fretta, ma lui aveva lasciato in chi lo aveva conosciuto un segno, quello che lasciano le persone perbene, buone, che amano il lavoro e che sanno godersi la vita e gli amici. Le macchine agricole e i Crosetto erano compagni di strada da molto prima che nascesse l’Agrimec, l’azienda di mio padre e mio zio. Prima di loro mio nonno Guido, e prima ancora suo padre, avevano costruito macchine per l’agricoltura. E così a me, fin da piccolo, venne spiegato quanto io e tutti noi dovessimo a quel settore…
Il comune dove sono cresciuto, Marene, è il tipico comune agricolo della Pianura padana piemontese: mais, grano e tanto allevamento. Bovino e suino. Queste cose si portano dietro due “caratteristiche” particolari: le mosche e la puzza di letame che, in certi periodi dell’anno, satura l’aria per giorni. Ricordo come fosse oggi che ero seduto sul sedile posteriore della DS 20 Pallas (lo “squalo”, bellissima) di mio padre, quando, infastidito dall’odore di letame, esclamo ridendo: «Che puzza!». Mio padre, però, non sorride, mi guarda attraverso lo specchietto e mi dice con voce seria: «Rispettala, perché è questa puzza che ti dà da mangiare».
estratto del libro “Storie di un ragazzo di provincia” del ministro della Difesa Guido Crosetto