15/10/2026
Ho letto l’intervista che Ezio Ghigo ha rilasciato in questi giorni. Abbiamo passato entrambi la vita alle Molinette, e nelle sue parole ho ritrovato molte cose che penso da anni.
Ghigo racconta che nelle camere c’è scritto di non bere l’acqua del rubinetto. Racconta dei vecchi gruppi elettrogeni, della centrale termoelettrica, di venticinque anni passati a spendere soldi per evitare il peggio, «come mettere impacchi su una gamba di legno». Paragona chi lavora lì a una squadra di campioni costretta a giocare scalza su un terreno di ghiaia. È un’immagine giusta: le Molinette restano un’eccellenza grazie alle persone, nonostante le mura.
Poi dice una frase che mi ha colpito più delle altre. Del Parco della Salute si parla da un quarto di secolo, e ogni volta si sente la stessa cosa: in primavera si parte, tra cinque anni avremo il nuovo ospedale. Nel 2001, dice, ci aveva quasi creduto. Oggi pensa che non riuscirà ad andarci nemmeno da paziente.
E io, come lui. Non lo dico con amarezza. Il Parco della Salute non lo stiamo costruendo per noi, ma per chi verrà dopo. Proprio per questo non possiamo permetterci di continuare a rinviarlo.
Negli ultimi anni l’avvio dei lavori è stato annunciato per il 2022, poi per il 2025, poi per la fine del 2026, ora per l’inizio del 2027. Ogni nuova data è stata accolta come una buona notizia, senza che nessuno si chiedesse che fine avesse fatto la precedente. Quando del Parco si è discusso davvero, lo si è fatto per un numero, i posti letto, o per un controsoffitto crollato. Un giorno di titoli, poi di nuovo il silenzio.
Non è colpa di chi, ogni giorno, ha problemi più vicini. Chi aspetta mesi per una visita, chi passa una notte in pronto soccorso, chi non trova il medico di famiglia ha tutto il diritto di pensare prima a questo. È naturale che un ospedale che aprirà tra anni non sembri un’urgenza, quando il problema è curarsi domani. Spetterebbe a chi ha la responsabilità di decidere spiegare che le due cose sono legate. Nel grande ospedale universitario arrivano i casi più gravi e difficili di tutto il Piemonte. È il luogo dove si fa ricerca, dove si sperimentano le terapie nuove, dove si formano i medici che ci cureranno tra vent’anni e che oggi, troppo spesso, se ne vanno altrove. Se il Parco nascerà senza spazi veri per la ricerca e per l’insegnamento, avremo un edificio nuovo e un’occasione persa, e la pagheremo tutti.
Pittsburgh, quando negli anni Ottanta è crollato l’acciaio, ha scelto di ricostruirsi attorno alla sua università e ai suoi ospedali. Oggi quel sistema dà lavoro a circa centomila persone, e sul grattacielo che era la sede della siderurgia c’è il nome dell’ospedale. Torino, dopo l’automobile, sta cercando la sua vocazione. Questa potrebbe essere una.
Chi governa questa urgenza dovrebbe sentirla per primo. A luglio la Regione ha annunciato la prima pietra per l’inizio del 2027 parlando lei stessa di «anni di parole». È vero. Ma il rischio è che anche questa diventi soltanto un’altra data. Quanto spazio avrà la ricerca, quale ruolo avrà l’Università, come e quando si trasferiranno i reparti, che cosa diventeranno le Molinette: sono scelte che si fanno nelle riunioni tecniche, raramente spiegate a chi quell’ospedale lo userà. È una responsabilità della Regione, e riguarda la politica tutta, me compreso. Il Parco della Salute non può restare una promessa da ripetere a ogni scadenza. Lo dobbiamo a chi ci lavora e a chi ci arriva, spesso spaventato, da ogni angolo del Piemonte.