05/05/2026
Il primo maggio, a Imola, la Formula 1 p***e un campione e il Brasile p***e il suo figlio più veloce, in una domenica che da allora sembra rimasta ferma alla curva del Tamburello. Quel tratto dell'autodromo che entrò per sempre in un'altra memoria.
Ayrton Senna aveva un modo d'altri tempi di stare davanti al rischio. Portava in macchina il raccoglimento di chi prega e la determinazione di chi ha già fatto i conti con la paura. Prima del via pareva distante, con quel volto chiuso dentro un pensiero che nessun microfono riusciva a cogliere del tutto; poi, appena il motore saliva di giri, diventava taglio puro, istinto educato da passione e mestiere.
Il casco con i colori del Brasile teneva insieme l'uomo e la sua terra. Dentro c'erano São Paulo, le mattine dei kart, la fretta dei ragazzi che imparano presto il peso del mondo, l'orgoglio di un paese intero aggrappato alla domenica di corsa. C'era anche la parte più discreta della sua grandezza: l'aiuto ai bambini brasiliani, lasciato lontano dalla vetrina e fatto arrivare dove serviva.
L'Italia, per Senna, fu l'ultima geografia e una radice più antica. Nella sua storia familiare affiorano origini italiane, tra Toscana, Sicilia e tracce campane; nella sua storia sportiva resta Imola, luogo che ha trasformato una curva in destino.
Ogni giro sembrava chiedergli qualcosa in più. Senna rispondeva con una serietà rara, fatta di stile, forza e naturalezza, come se la velocità fosse il modo più esatto per dire chi era. Il pilota era immenso. L'uomo restava malinconico, senza superbia.
Il tempo ha archiviato classifiche e mondiali. Il suo sguardo dolcemente malinconico, no. Continua a guardarci da prima della partenza, quando tutto deve ancora accadere e già si avverte che certi uomini lasciano nell'aria una scia diversa dalle altre: un rombo dolce, con quella malinconia delle cose vive quando si allontanano, come un cuore diventato motore che continua, da lontano, a ba***re.