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Le emissioni di CO2 non sono più un tema per soli specialisti ambientali. Oggi sono banche, investitori e clienti a chie...
20/10/2026

Le emissioni di CO2 non sono più un tema per soli specialisti ambientali. Oggi sono banche, investitori e clienti a chiedere alle aziende, anche alle PMI, dati precisi sul loro impatto climatico. E non si accontentano di dichiarazioni generiche.

Vogliono numeri misurabili, confrontabili e verificabili nel tempo.

Lo strumento di riferimento per fornirli è la carbon footprint, un indicatore che quantifica le emissioni di gas serra generate dalle attività aziendali. La si può calcolare a livello di intera organizzazione (Corporate Carbon Footprint) o di singolo prodotto/servizio (Product Carbon Footprint).

Per farlo in modo credibile, servono standard internazionali come il GHG Protocol e le norme ISO 14064 e 14067. Questi definiscono come raccogliere i dati e classificarli in:
- Scope 1: emissioni dirette, controllate dall'azienda.
- Scope 2: emissioni indirette generate dall'energia elettrica, calore o vapore acquistati.
- Scope 3: tutte le altre emissioni indirette lungo la catena del valore, dai fornitori ai trasporti, fino all'utilizzo e al fine vita dei prodotti.

Molte imprese hanno già queste informazioni, ma spesso sono disperse tra funzioni diverse, raccolte senza un metodo riconosciuto e non aggregate in un inventario coerente. Questo rende impossibile rispondere in modo solido alle richieste esterne e dimostrare i progressi fatti.

Disporre di un dato di carbon footprint strutturato e verificabile, invece, trasforma un aspetto tecnico in un elemento di posizionamento competitivo. Permette di accedere a condizioni di credito più favorevoli, mantenere le relazioni con clienti industriali esigenti e rendere più solida la propria rendicontazione di sostenibilità.

In IPLUS affianchiamo le imprese nella costruzione di inventari delle emissioni conformi agli standard, trasformando un dato tecnico in un'informazione utile per orientare le decisioni.

Per verificare il livello di maturità della tua organizzazione, puoi partire dal nostro Assessment ESG: è gratuito, online e in circa dieci minuti restituisce un quadro personalizzato dei principali ambiti di intervento.

“Società benefit” non è un’etichetta di marketing per sembrare più sostenibili. È l’esatto contrario: una scelta strateg...
13/10/2026

“Società benefit” non è un’etichetta di marketing per sembrare più sostenibili. È l’esatto contrario: una scelta strategica che si scrive nello statuto e vincola l’azienda a generare un impatto positivo concreto e misurabile.

Introdotta in Italia con la legge 208/2015, questa forma giuridica permette di affiancare allo scopo di lucro un impegno formale verso persone, comunità, territori e ambiente. Non si tratta di comunicare un’intenzione, ma di formalizzarla in un atto giuridico che orienta le scelte di gestione nel lungo periodo.

La vera differenza rispetto alle generiche dichiarazioni di sostenibilità sta qui: l'impegno non è un percorso volontario e difficilmente verificabile. È un obbligo statutario, sottoposto a una rendicontazione annuale da allegare al bilancio. Questo lo rende trasparente e credibile agli occhi di clienti, banche e stakeholder.

Adottare questo modello produce vantaggi tangibili:
→ Maggiore credibilità nei rapporti con clienti e fornitori, che sempre più spesso selezionano partner con un impegno formalizzato.
→ Migliore dialogo con il sistema bancario, che integra i criteri ESG nelle proprie valutazioni.
→ Rafforzamento dell'employer branding, per attrarre e trattenere talenti sensibili a questi temi.
→ Vantaggio competitivo nella partecipazione a gare e bandi pubblici.

La credibilità dell'intero modello si basa sulla coerenza tra quanto dichiarato e quanto effettivamente realizzato e rendicontato ogni anno.

In IPLUS affianchiamo le imprese nella valutazione e nella strutturazione del percorso verso la qualifica di società benefit, integrando competenze legali, di governance e di sostenibilità. Il nostro supporto si concentra nel tradurre gli obiettivi in un sistema di gestione con indicatori misurabili e un processo di rendicontazione solido.

Vuoi capire da che punto iniziare? Fai il nostro Assessment ESG gratuito online.

Dal 27 settembre 2026, la comunicazione ambientale delle imprese italiane cambia. Affermazioni generiche come "sostenibi...
06/10/2026

Dal 27 settembre 2026, la comunicazione ambientale delle imprese italiane cambia. Affermazioni generiche come "sostenibile" o "green", se non supportate da prove chiare e verificabili, non saranno più ammesse nelle comunicazioni commerciali.

Con l'entrata in vigore del D.Lgs. 30/2026, che recepisce la Direttiva UE 2024/825, ogni claim ambientale o sociale dovrà essere basato su evidenze documentali, metodologie rigorose o certificazioni. L'obiettivo è contrastare il greenwashing e permettere ai consumatori di fare scelte più consapevoli.

Il perimetro di applicazione è ampio: non riguarda solo etichette e packaging, ma anche siti web, pubblicità, brochure e materiali per la rete vendita. Le nuove regole si applicano in modo stringente alle imprese B2C, ma hanno effetti indiretti anche su tutta la filiera B2B.

Questo impone un presidio rigoroso per evitare due rischi opposti:
1. Il greenwashing, ovvero comunicare asserzioni ambientali non corrette o non dimostrabili, esponendosi a sanzioni e danni reputazionali.
2. Il greenhushing, cioè la scelta di non comunicare i propri risultati di sostenibilità per paura di contestazioni, rinunciando così a un vantaggio competitivo legittimo.

I mesi che ci separano dalla scadenza non sono un periodo di attesa, ma una finestra strategica per rivedere la propria comunicazione e trasformare un obbligo normativo in un asset di credibilità. È il momento di verificare la solidità dei messaggi e, se necessario, adeguare o rimuovere etichette o loghi di sostenibilità sviluppati internamente senza uno schema di certificazione.

Il nostro approccio aiuta le imprese a costruire un sistema che collega dati, evidenze e strategia, per comunicare il proprio impegno in modo solido e difendibile. L'Assessment ESG di IPLUS è lo strumento che abbiamo creato per avviare questo percorso, fornendo una fotografia rigorosa della comunicazione aziendale e una roadmap per adeguarsi.

Quando pensi alle emissioni della tua impresa, probabilmente ti vengono in mente i consumi dello stabilimento e i veicol...
29/09/2026

Quando pensi alle emissioni della tua impresa, probabilmente ti vengono in mente i consumi dello stabilimento e i veicoli aziendali. Queste sono le emissioni di Scope 1 e 2. Ma la parte più grande, e sempre più strategica, è altrove.

Parliamo delle emissioni di Scope 3: quelle indirette, generate lungo tutta la catena del valore, a monte e a valle della produzione. Dalle materie prime che acquisti ai trasporti, dagli imballaggi fino all'uso e allo smaltimento dei tuoi prodotti. Per molte imprese manifatturiere, questa categoria rappresenta la quota prevalente delle emissioni totali.

Ignorarle non è più un'opzione. La normativa europea (CSRD), gli istituti di credito e i grandi clienti chiedono sempre più spesso di rendicontare e gestire proprio questi dati di filiera.

Come si affronta una sfida così complessa? Con metodo, senza disperdere risorse.

Il punto di partenza è una mappatura della catena del valore per individuare i cosiddetti "hotspot", cioè i punti di maggiore concentrazione emissiva. Questo permette di stabilire delle priorità e di allocare le risorse dove il miglioramento è più accessibile e significativo.

In questo processo, i fornitori sono la parte centrale della soluzione. Coinvolgere i partner strategici in un percorso condiviso non serve solo a ottenere dati più precisi, ma rafforza la resilienza dell'intera filiera e trasforma un obbligo in un vantaggio competitivo.

La tua impresa è preparata per gestire le emissioni di Scope 3?

Il primo passo è capire il punto di partenza e le decisioni da programmare. Il nostro Assessment ESG gratuito è uno strumento di analisi che, in circa 10 minuti, ti fornisce una valutazione personalizzata del posizionamento della tua impresa.

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Dal 2026 la sostenibilità inciderà in modo sempre più concreto sull’accesso al credito per le PMI. Banche e investitori ...
22/09/2026

Dal 2026 la sostenibilità inciderà in modo sempre più concreto sull’accesso al credito per le PMI. Banche e investitori non valuteranno più soltanto fatturato e redditività, ma osserveranno anche come l’impresa gestisce i rischi ambientali, sociali e di governance (ESG).

Le nuove Linee guida EBA, che entreranno in vigore proprio nel 2026, chiedono agli istituti di credito di monitorare questi rischi nei loro portafogli. L’esposizione ai costi energetici, la dipendenza da materie prime critiche o la solidità della catena di fornitura diventeranno fattori determinanti nella valutazione di un’azienda.

Per una PMI, il punto non è quindi ottenere un rating ESG fine a sé stesso, ma costruire un percorso in cui dati, investimenti e strumenti finanziari contribuiscono a migliorare il profilo di rischio complessivo.

Questo percorso si articola in passaggi chiari:
1. Organizzare i dati ESG. Molte imprese hanno già certificazioni, dati sui consumi e procedure interne. Il primo passo è metterli a sistema per avere un quadro chiaro e verificabile.

2. Rafforzare il dialogo con le banche. Dati ben strutturati permettono di rappresentare in modo più completo la solidità dell'azienda, dimostrando una gestione attenta dei rischi operativi e normativi. Questo può favorire l'accesso a strumenti come i Sustainability Linked Loans.

3. Valutare fonti alternative. Un buon profilo ESG apre le porte a strumenti come i minibond green o sustainability-linked, che nel 2025 hanno raccolto oltre 250 milioni di euro.

4. Utilizzare gli incentivi. Il nuovo piano Transizione 5.0, con l’iper ammortamento previsto dal 2026, è uno strumento concreto per finanziare investimenti in efficienza e digitalizzazione.

Queste azioni non sono separate. Un investimento agevolato può ridurre i costi operativi, generare nuovi dati ESG e, di conseguenza, rafforzare il profilo di rischio per accedere a nuovi finanziamenti.

La sostenibilità assume così una funzione finanziaria: non un livello aggiuntivo di compliance, ma uno strumento per migliorare la qualità delle decisioni e la capacità dell’impresa di creare valore nel tempo.

Dal 27 settembre 2026, le regole sulla comunicazione ambientale in Italia cambiano. Il decreto legislativo 30/2026, che ...
15/09/2026

Dal 27 settembre 2026, le regole sulla comunicazione ambientale in Italia cambiano. Il decreto legislativo 30/2026, che recepisce la direttiva UE 2024/825, metterà di fatto fine alle asserzioni ambientali generiche.

Questo significa che affermazioni come "sostenibile" o "rispettoso dell'ambiente" saranno vietate se non supportate da un'eccellenza riconosciuta delle prestazioni ambientali. Lo stesso vale per le etichette di sostenibilità che non derivano da un sistema di certificazione o da un'autorità pubblica.

Come si dimostra questa eccellenza? Una delle vie principali è l'Ecolabel UE, il marchio volontario di qualità ecologica dell'Unione. Viene assegnato solo a prodotti e servizi che rispettano criteri ambientali e prestazionali verificati da una parte terza indipendente, considerando gli impatti lungo l'intero ciclo di vita. Non a caso, in Italia sono già attive 585 licenze associate a oltre 19.000 prodotti e servizi.

L'adeguamento non è una semplice revisione del packaging, ma un cambiamento che coinvolge l'intero sistema di approvazione delle comunicazioni commerciali. Per arrivare preparati alla scadenza, è fondamentale avviare subito una verifica interna.

Il primo passo è censire tutti i claim, i simboli e i loghi presenti su confezioni, siti e schede tecniche. Poi, bisogna collegare ogni affermazione a dati, prove e certificazioni concrete, eliminando o riformulando quelle non dimostrabili. Infine, è utile valutare l'opportunità di ottenere una certificazione come l'Ecolabel UE per i prodotti più strategici, anche in vista di vantaggi negli appalti pubblici.

Prepararsi a questa scadenza non è solo una questione di marketing, ma un'azione strategica. Avere un metodo per mappare i rischi e le opportunità è il primo passo per trasformare un obbligo normativo in un vantaggio competitivo.

Nel settore turistico, dichiarare di essere sostenibili non basta più. Clienti, tour operator e partner commerciali oggi...
08/09/2026

Nel settore turistico, dichiarare di essere sostenibili non basta più. Clienti, tour operator e partner commerciali oggi chiedono prove concrete, risultati misurabili e verifiche indipendenti.

La risposta a questa esigenza è la certificazione basata sugli standard del Global Sustainable Tourism Council (GSTC). Non si tratta di un semplice marchio da aggiungere al sito, ma di un vero e proprio sistema di gestione che trasforma le iniziative ambientali e sociali in un asset credibile e comparabile a livello internazionale.

Il GSTC sviluppa gli standard di riferimento, ma la certificazione viene rilasciata da organismi di terza parte, accreditati e indipendenti, che valutano la conformità dell'azienda. Questo processo garantisce l'oggettività della valutazione.

Lo standard si basa su quattro aree fondamentali:
- Gestione sostenibile
- Impatti socioeconomici
- Impatti culturali
- Impatti ambientali

Questo approccio va ben oltre la sola gestione di energia, acqua e rifiuti, per includere aspetti come le condizioni di lavoro, gli approvvigionamenti e le relazioni con la comunità locale.

I vantaggi per un’impresa turistica sono strategici:
1. Credibilità: Una verifica indipendente riduce il rischio di affermazioni generiche e rafforza la fiducia degli stakeholder con dati e procedure controllate.
2. Efficienza operativa: Misurare i propri impatti aiuta a identificare inefficienze, ridurre gli sprechi e migliorare le decisioni gestionali.
3. Posizionamento commerciale: Una certificazione credibile facilita l’accesso a partner e canali che richiedono fornitori verificati secondo criteri di sostenibilità.

Integrare i requisiti GSTC nella governance aziendale significa trasformare la sostenibilità da iniziativa occasionale a leva di competitività. Il valore non deriva dal certificato in sé, ma dal sistema che l’impresa costruisce per ottenerlo e mantenerlo nel tempo.

Flessibilità oraria, smart working, convenzioni sanitarie. Molte aziende offrono già benefit per la conciliazione vita-l...
01/09/2026

Flessibilità oraria, smart working, convenzioni sanitarie. Molte aziende offrono già benefit per la conciliazione vita-lavoro, ma spesso si tratta di iniziative isolate, senza una vera strategia. E se invece diventassero parte di un sistema di gestione misurabile e orientato al miglioramento?

È questo l'obiettivo della nuova UNI/PdR 192:2026, la prassi di riferimento volontaria per i sistemi di gestione della conciliazione tra vita familiare e lavoro. Entrata in vigore il 14 aprile 2026, non è un nuovo obbligo, ma un'opportunità per trasformare il welfare in un processo governato.

Invece di affidarsi a misure occasionali, la prassi aiuta a integrare le politiche per la genitorialità e i carichi di cura nella governance aziendale. Si definiscono obiettivi, responsabilità, indicatori (KPI) e si misurano i risultati in sette aree chiave: dall'organizzazione del lavoro al supporto alla maternità, fino allo sviluppo di carriera.

Questo approccio permette di trattare la conciliazione come una variabile gestionale, con impatti concreti sulla capacità di attrarre e trattenere talenti, sulla continuità professionale e sul clima interno. È un modello complementare alla già nota UNI/PdR 125 sulla parità di genere, con cui può essere integrato.

Implementare un sistema di gestione per la conciliazione non significa solo migliorare il benessere dei dipendenti, ma anche presidiare rischi organizzativi e gestire in modo più efficace il capitale umano. Il punto di partenza non è aggiungere procedure, ma rendere più solidi, misurabili e strategici i processi che già esistono.

Dal 2 luglio 2026 si applica il nuovo Regolamento europeo sui rating ESG. Per le piccole e medie imprese non c'è un obbl...
25/08/2026

Dal 2 luglio 2026 si applica il nuovo Regolamento europeo sui rating ESG. Per le piccole e medie imprese non c'è un obbligo diretto di ottenerne uno, ma questo non significa che la novità non le riguardi.

Anzi, è vero il contrario.

Banche, investitori e grandi committenti useranno sempre di più i rating ESG per decidere se concedere un finanziamento, investire o confermare un fornitore. L'accesso al credito e la permanenza nelle filiere più strutturate dipenderanno sempre più anche da queste valutazioni.

Fino a oggi, il mercato dei rating era frammentato: metodologie diverse, scarsa comparabilità dei punteggi e difficoltà a dialogare con gli stakeholder su basi omogenee. Il Regolamento nasce proprio per mettere ordine, imponendo ai fornitori di rating maggiore trasparenza su metodologie, fonti e modelli.

Una delle novità più importanti è che i provider dovranno presentare valutazioni separate per le componenti Ambientale, Sociale e di Governance (E, S, G). Questo aumenta la leggibilità del giudizio e aiuta a capire quali fattori incidono di più sul risultato finale.

In più, il quadro normativo rafforza la posizione dell’impresa valutata. I provider dovranno informarla prima di emettere il rating, dandole la possibilità di segnalare eventuali errori fattuali nei dati. Non si tratta di negoziare il risultato, ma di assicurarsi che si basi su informazioni corrette.

In IPLUS aiutiamo le PMI a costruire un profilo ESG solido e misurabile, trasformando un requisito di mercato in un fattore di crescita.

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Per le PMI, l’economia circolare non è più soltanto un tema legato al riciclo, ma un criterio di gestione che incide su ...
19/08/2026

Per le PMI, l’economia circolare non è più soltanto un tema legato al riciclo, ma un criterio di gestione che incide su progettazione, approvvigionamenti, produzione e logistica. In un contesto caratterizzato da volatilità delle materie prime e pressione sui margini, ridurre gli sprechi e valorizzare le risorse è una leva strategica per contenere i costi e gestire i rischi della supply chain.

La sfida non consiste nell’aggiungere singole iniziative ambientali, ma nel costruire un modello capace di collegare processi, dati e decisioni economiche. La circolarità, infatti, genera valore solo quando viene misurata.

Misurare consente di distinguere un’iniziativa occasionale da un sistema di gestione. Significa monitorare con KPI specifici flussi e performance, come:
- l’intensità di utilizzo dei materiali;
- la quantità di rifiuti generati e la quota avviata a recupero;
- la durata attesa dei prodotti e la loro riparabilità;
- i costi di approvvigionamento, gestione dei residui e smaltimento.

Un sistema di rendicontazione proporzionato, anche se non obbligatorio, trasforma questi dati in uno strumento di governo, non solo di comunicazione. Aiuta a mettere ordine, individuare priorità, verificare l’efficacia degli interventi e rafforzare il dialogo con banche, clienti e partner di filiera.

In IPLUS affianchiamo le PMI nella definizione di un percorso di economia circolare integrato con governance e piano industriale. Il nostro obiettivo è costruire un sistema capace di ridurre inefficienze e trasformare dati operativi in informazioni utili alla competitività.

Il primo passo è il nostro Assessment ESG, gratuito e compilabile in dieci minuti.
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