Sindacato Usb Livorno

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POMPE DI BENZINA BLOCCATE E SACCHI DI LETAME SCARICATI DAVANTI ALL'ENICARO BENZINA. APERTO LO STATO DI AGITAZIONE GIOVED...
23/09/2026

POMPE DI BENZINA BLOCCATE E SACCHI DI LETAME SCARICATI DAVANTI ALL'ENI
CARO BENZINA. APERTO LO STATO DI AGITAZIONE
GIOVEDÌ 1 OTTOBRE MANIFESTAZIONE

ADESSO BASTA: BENZINA ALLE STELLE E SALARI FERMI AL PALO
MOBILITIAMOCI SUBITO
Nel luglio 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile e il gasolio costava in Italia circa 1,50 euro al litro. Oggi il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, mentre benzina e gasolio hanno superato i 2 euro al litro, con prezzi che continuano a crescere.
A pagare sono ancora una volta lavoratrici e lavoratori.
Le grandi multinazionali dell'energia continuano a fare profitti mentre il costo della vita aumenta e milioni di persone fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. E le scelte del Governo stanno assecondando questo meccanismo. A tutto questo si aggiungono l'escalation militare e le enormi risorse destinate al riarmo, mentre per salari, pensioni e servizi pubblici le risorse sembrano non esistono.
Nel frattempo, i salari dei lavoratori italiani sono fermi al palo da anni. Gli aumenti contrattuali, frutto della cosiddetta moderazione salariale perseguita per anni da CGIL, CISL e UIL insieme alle organizzazioni datoriali, non hanno tenuto il passo con l'inflazione e con l'aumento del costo della vita.
NON SIAMO PIÙ DISPOSTI AD ACCETTARE QUESTA SITUAZIONE.
È il momento di tornare a mobilitarsi, di organizzare la protesta e di mettere in campo tutta la forza dei lavoratori. USB apre lo stato di agitazione sindacale contro il carovita e il caro carburanti e
LANCIA UNA MANIFESTAZIONE PER IL GIORNO MERCOLEDI’ 1 OTTOBRE DALLE ORE 17:30 DAVANTI AL DEPOSITO E CARICO CARBURANTI A STAGNO (ACCANTO ALL’INGRESSO DELLA RAFFINERIA)
Il 30 ottobre, con lo sciopero nazionale dei lavoratori portuali e manifestazioni in tutte le città contro la guerra e il riarmo
DOBBIAMO TORNARE A BLOCCARE IL PAESE.
Lo abbiamo dimostrato nel settembre e nell'ottobre dello scorso anno: quando i lavoratori si mobilitano, possono fermare ciò che sembra inarrestabile. BASTA PROFITTI SULLA PELLE DEI LAVORATORI. BASTA CAROVITA.
BASTA SALARI DA FAME.
BASTA GUERRA E RIARMO. MOBILITIAMOCI.

23/09/2026

POMPE DI BENZINA BLOCCATE E SACCHI DI LETAME SCARICATI DAVANTI ALL'ENI
CARO BENZINA. APERTO LO STATO DI AGITAZIONE
GIOVEDÌ 1 OTTOBRE MANIFESTAZIONE

ADESSO BASTA: BENZINA ALLE STELLE E SALARI FERMI AL PALO
MOBILITIAMOCI SUBITO
Nel luglio 2008 il petrolio arrivò a sfiorare i 150 dollari al barile e il gasolio costava in Italia circa 1,50 euro al litro. Oggi il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, mentre benzina e gasolio hanno superato i 2 euro al litro, con prezzi che continuano a crescere.
A pagare sono ancora una volta lavoratrici e lavoratori.
Le grandi multinazionali dell'energia continuano a fare profitti mentre il costo della vita aumenta e milioni di persone fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese. E le scelte del Governo stanno assecondando questo meccanismo. A tutto questo si aggiungono l'escalation militare e le enormi risorse destinate al riarmo, mentre per salari, pensioni e servizi pubblici le risorse sembrano non esistono.
Nel frattempo, i salari dei lavoratori italiani sono fermi al palo da anni. Gli aumenti contrattuali, frutto della cosiddetta moderazione salariale perseguita per anni da CGIL, CISL e UIL insieme alle organizzazioni datoriali, non hanno tenuto il passo con l'inflazione e con l'aumento del costo della vita.
NON SIAMO PIÙ DISPOSTI AD ACCETTARE QUESTA SITUAZIONE.
È il momento di tornare a mobilitarsi, di organizzare la protesta e di mettere in campo tutta la forza dei lavoratori. USB apre lo stato di agitazione sindacale contro il carovita e il caro carburanti e
LANCIA UNA MANIFESTAZIONE PER IL GIORNO GIOVEDÌ 1 OTTOBRE DALLE ORE 17:30 DAVANTI AL DEPOSITO E CARICO CARBURANTI A STAGNO (ACCANTO ALL’INGRESSO DELLA RAFFINERIA)
Il 30 ottobre, con lo sciopero nazionale dei lavoratori portuali e manifestazioni in tutte le città contro la guerra e il riarmo
DOBBIAMO TORNARE A BLOCCARE IL PAESE.
Lo abbiamo dimostrato nel settembre e nell'ottobre dello scorso anno: quando i lavoratori si mobilitano, possono fermare ciò che sembra inarrestabile. BASTA PROFITTI SULLA PELLE DEI LAVORATORI. BASTA CAROVITA.
BASTA SALARI DA FAME.
BASTA GUERRA E RIARMO. MOBILITIAMOCI.

23/09/2026
23/09/2026
22/09/2026

La decisione del GIP di Milano sul controllo giudiziario di Glovo contiene un passaggio che non possiamo ignorare: il giudice mantiene il controllo giudiziario sulla società, riconoscendo la necessità di verificare il raggiungimento di livelli retributivi sufficienti, ma respinge la richiesta della Procura di qualificare i rider come lavoratori subordinati, richiamando la necessità di limitare l'intervento in nome della libertà d'impresa...

Da dieci anni le piattaforme del food-delivery hanno costruito il proprio modello di business sulla precarietà dei rider, sul cottimo, sul controllo algoritmico e su compensi da fame, e oggi ci viene ancora chiesto di procedere con cautela per non interferire con il modello d'impresa.

Il paradosso è evidente: quando a non essere economicamente sostenibili sono i salari dei rider, si chiama mercato; quando rischiano di non esserlo i profitti dell’impresa dopo l’applicazione delle regole, improvvisamente diventa un problema collettivo. E allora bisogna essere responsabili, prudenti, graduali. Ma responsabili verso chi?

La domanda va finalmente rovesciata: da cosa dovremmo salvare queste imprese? Dall’obbligo di pagare il lavoro? Dal versare i contributi previdenziali che non hanno versato? Dal restituire allo Stato quanto sarebbe stato dovuto se quei rapporti fossero stati inquadrati correttamente? Quanto deve durare ancora la cautela nei confronti delle imprese sotto controllo giudiziario per caporalato? Perché devono essere i singoli rider, uno per uno, a conquistarsi davanti a un giudice ciò che il funzionamento concreto della piattaforma rende già evidente?

Il Decreto Primo Maggio ha introdotto una presunzione relativa di subordinazione in presenza di elementi di controllo e direzione esercitati anche attraverso sistemi algoritmici. Ma se, quando si arriva al primo grande caso concreto, la questione viene nuovamente rimessa ai singoli rapporti e ai contenziosi individuali, è legittimo chiedersi quale sia la reale efficacia di quella norma.

E c’è poi la questione del tempo di lavoro, che rende il paradosso ancora più evidente. Il Tribunale di Torino ha appena riconosciuto a un rider Glovo non solo la subordinazione e la reintegra, ma anche che il tempo trascorso in attesa degli ordini è tempo di lavoro e deve essere retribuito. L’amministratore (o difensore?) giudiziario, invece, ancora discute non soltanto se debba essere pagata l’intera messa a disposizione del rider, ma persino se debba essere riconosciuto integralmente il tempo effettivamente impiegato per una consegna.

La motivazione? Il rider potrebbe deviare dal percorso ottimale per andare a ritirare o consegnare un ordine per un’altra piattaforma. Un’ipotesi formulata in termini puramente eventuali, senza che venga indicato alcun accertamento concreto che dimostri che quei tempi più lunghi corrispondano effettivamente a seconde consegne. Il risultato è paradossale: invece di dover dimostrare che il lavoratore non stava lavorando per Glovo, si presume che una parte del suo tempo di consegna possa essere dedicata ad altro e, sulla base di questa supposizione, quel tempo viene preventivamente sottratto alla retribuzione.

Viene quasi da chiedersi: ma la giurisprudenza degli ultimi dieci anni l’ha letta? Perché la sua posizione è esattamente quella degli avvocati di Glovo: gli stessi argomenti sull’autonomia, gli stessi distinguo sul tempo di lavoro, la stessa ossessione per il singolo rapporto da sezionare caso per caso, la stessa resistenza a chiamare subordinazione ciò che i Tribunali continuano a riconoscere come tale. È la linea che Glovo porta in giudizio da dieci anni e con cui perde da dieci anni nei tribunali di tutta Italia. A questo punto delle due l’una: o dieci anni di sentenze sono improvvisamente diventati carta straccia, oppure è piuttosto singolare che l’amministrazione incaricata di controllare Glovo finisca per recitare, praticamente parola per parola, la memoria difensiva di Glovo.

E tutto questo mentre la Procura ha rilevato che, con il sistema proposto da Glovo, resta fuori dalla paga circa il 30% dell’attività di consegna dei rider. Non è una questione contabile: se il rider sta effettuando una consegna o è a disposizione della piattaforma, quel tempo non può semplicemente scomparire dal salario per trasformarsi in margine d’impresa.

Ma il GIP indica anche la strada della contrattazione tra le parti sociali e proprio qui emerge un'altra questione decisiva: chi rappresenta davvero i rider? La questione non può essere rinviata all'infinito: né ai singoli Tribunali del lavoro, né a tavoli negoziali nei quali la rappresentanza dei lavoratori viene data per scontata. Si misurino le deleghe, le vertenze, le mobilitazioni, la presenza reale nei luoghi di lavoro e il consenso tra i lavoratori e le lavoratrici.

La rappresentanza non può essere attribuita dalle piattaforme né stabilita semplicemente in base a chi viene invitato al tavolo della contrattazione, che si sa, spesso e volentieri sono solo i sindacati di "comodo" delle aziende a presenziare...se poi è lo stesso sindacato che ha sottoscritto con Assodelivery il ccnl rider che ha portato al controllo giudiziario di Glovo e Deliveroo, la prova del nove è fatta.

Un diritto che, per essere esercitato, deve essere fatto valere individualmente da migliaia di lavoratori davanti ai Tribunali del lavoro, dopo anni di sfruttamento, suona più come un sopruso, soprattutto se dietro a tale decisione sta ancora l'idea di tutelare la "libertà d'impresa" di chi è accusato di caporalato.

Per questo mercoledì 30 settembre a Milano ci ritroveremo nella sede USB di via Padova 234 per un’assemblea dei rider, a cui seguirà un corteo.

L'USB non arretrerà, non siamo schiavi!

Lavoro vero, contratto vero, diritti veri!

MVN, FIRMATO L’ACCORDO INTEGRATIVO: ORA IL CONFRONTO SU INQUADRAMENTI E LIVELLIDopo la mobilitazione avviata nel mese di...
22/09/2026

MVN, FIRMATO L’ACCORDO INTEGRATIVO: ORA IL CONFRONTO SU INQUADRAMENTI E LIVELLI

Dopo la mobilitazione avviata nel mese di luglio, con lo sciopero e le assemblee che hanno portato alla riapertura del tavolo con la dirigenza, nel pomeriggio di ieri, 21 settembre, è stato sottoscritto un accordo integrativo di secondo livello che coinvolge il personale di MVN Srl e MVN Service and Packaging (Gruppo MSC) operante nei siti di Sintermar, Collesalvetti Guasticce e Collesalvetti Vicarello-Corà.
È un risultato che arriva al termine di un percorso sindacale positivo, sostenuto dalla partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori e dall’impegno della RSU. La mobilitazione ha portato l’azienda a riaprire il confronto sulla migrazione contrattuale e a discutere nel merito modalità e condizioni del passaggio dal CCNL Metalmeccanico e Legno Industria al CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizione.
L’accordo sottoscritto definisce i criteri di erogabilità e le modalità di riconoscimento del premio di risultato e recepisce integralmente quanto concordato nel verbale del 29 luglio in merito alla delicata fase di armonizzazione della migrazione contrattuale, che era stata al centro delle contestazioni sollevate da USB, dalla RSU e dai lavoratori.
Nel corso del confronto sono stati analizzati i diversi istituti contrattuali, i conteggi e la documentazione fornita dall’azienda, con l’obiettivo di verificare concretamente che il passaggio non determinasse una perdita salariale. Sono stati quindi introdotti alcuni aggiustamenti tecnici in questa direzione, insieme al miglioramento delle condizioni per il riconoscimento del buono pasto, alla previsione, ove necessario, di superminimi assorbibili e all’introduzione del trattamento legato all’IPCA.
Sono passaggi importanti, che dimostrano come il confronto e la contrattazione possano produrre soluzioni concrete quando sono sostenuti dalla mobilitazione e dalla determinazione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per USB, tuttavia, l’accordo non chiude tutte le questioni aperte.
Resta infatti una questione che consideriamo fondamentale e sulla quale intendiamo proseguire il confronto: il corretto inquadramento professionale degli operatori che lavorano nei siti interessati.
Non riteniamo adeguato che lavoratori impegnati quotidianamente nelle attività operative vengano inquadrati al V o addirittura al VI livello del CCNL Logistica quando le mansioni concretamente svolte presentano caratteristiche di professionalità, complessità, autonomia operativa e responsabilità riconducibili a livelli superiori.
Il CCNL deve essere applicato a partire dalle mansioni effettivamente svolte.
Gli operatori dei diversi siti sono impegnati in attività di movimentazione, magazzino, stoccaggio, preparazione e gestione delle merci e in operazioni che, per caratteristiche, organizzazione, utilizzo delle attrezzature, complessità delle procedure e responsabilità connesse al processo produttivo, non possono essere automaticamente ricondotte alle attività più elementari previste dai livelli inferiori.
L’azienda ha manifestato la disponibilità a confrontarsi sul tema a partire dal prossimo incontro, previsto indicativamente per i primi di novembre. Al momento, tuttavia, sembra orientata ad affrontare la questione prevalentemente attraverso valutazioni individuali e verifiche caso per caso.
Per USB questo approccio non è sufficiente.
La questione degli inquadramenti è innanzitutto una questione sindacale e collettiva. Non può essere ricondotta esclusivamente a colloqui individuali o a valutazioni soggettive del singolo lavoratore.
Occorre invece partire dall’analisi delle mansioni effettivamente svolte dagli operatori nei diversi siti, dalla complessità delle attività, dalle professionalità richieste, dalle attrezzature utilizzate e dal livello di responsabilità connesso al lavoro svolto, mettendo questi elementi in relazione con le declaratorie del CCNL Logistica.
Chiediamo che si apra una discussione seria e complessiva sugli inquadramenti, perché il lavoro effettivamente svolto deve trovare il corretto riconoscimento contrattuale.
La mobilitazione di luglio ha riaperto il tavolo e prodotto risultati concreti. Ora continuiamo il confronto per ottenere il pieno riconoscimento delle professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori MVN.

La guerra passa dai nostri porti: il ruolo del porto di Piombino nel conflitto e lo sciopero internazionale del 30 ottob...
22/09/2026

La guerra passa dai nostri porti: il ruolo del porto di Piombino nel conflitto e lo sciopero internazionale del 30 ottobre

Nazionale, 22/09/2026 11:29

Abbiamo riempito l’Arabia Saudita di armi. E oggi ci chiediamo perché la guerra arrivi fin dentro i nostri confini.

Da circa un anno i carichi di armi, mezzi militari ed esplosivi movimentati attraverso il porto di Piombino sono aumentati in maniera significativa. Quello che per molto tempo è apparso come un fenomeno episodico si è progressivamente trasformato in una presenza ricorrente. Tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile 2026, nel pieno dell'escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e del coinvolgimento dei Paesi della regione, la nave Capucine, utilizzata dal Ministero della Difesa italiano, arriva nel porto toscano. Grazie a una segnalazione veniamo a conoscenza del possibile carico e, soprattutto, della destinazione: il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Una destinazione che, per quella nave, rappresentava una novità.

Mentre arrivavano le consuete rassicurazioni da parte di alcuni esponenti vicini ad ambienti militari e imprenditoriali — «sono armi italiane che servono soltanto per semplici esercitazioni» — l’Unione Sindacale di Base decide di rivolgersi immediatamente alle autorità competenti e invia un esposto urgente alla Procura della Repubblica di Livorno, alla Capitaneria di Porto, all’Agenzia delle Dogane, alla Guardia di Finanza e all’Autorità di Sistema Portuale.

Nell’esposto USB segnalava che la Capucine, battente bandiera maltese, sarebbe entrata nel porto di Piombino per effettuare il carico di:

cartucce;

detonatori;

bombole di azoto;

batterie;

TNT (tritolo).

La destinazione indicata era il porto di Gedda, in Arabia Saudita.

Nell’esposto USB evidenziava inoltre come l’Arabia Saudita fosse direttamente coinvolta nello scenario di conflitto e come non risultasse, sulla base delle informazioni disponibili in quel momento, la presenza di un contingente militare italiano nel Paese tale da giustificare quel tipo di trasferimento.

Da qui nasceva un interrogativo preciso: quel materiale era destinato realmente a esigenze delle forze armate italiane oppure era diretto verso altri apparati militari impegnati nello scenario mediorientale? Non era un interrogativo teorico.

Come Unione Sindacale di Base proclamammo lo sciopero nel porto di Piombino in concomitanza con le operazioni di carico e partecipammo al presidio delle Donne in Nero, uno dei pochi soggetti che, insieme al sindacato, ha continuato a denunciare pubblicamente il traffico di armi nello scalo piombinese. Alla fine la Capucine caricò il materiale e partì verso l’Arabia Saudita.

E proprio nei giorni in cui la nave arrivava a Gedda, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si recava a sua volta nella città saudita, dove incontrava il primo ministro Mohammed bin Salman.

Di fronte a quella vicenda, nessuno degli enti preposti ritenne necessario, almeno pubblicamente, aprire un'indagine o fornire chiarimenti.

Da un episodio a una rotta. Quello che accadde con la Capucine non rimase un episodio isolato.

Da marzo in poi sono stati diversi i carichi di materiale bellico partiti da Piombino verso il Medio Oriente, con il coinvolgimento sia della Capucine sia della nave gemella Severine. Una dinamica documentata anche dall'inchiesta della giornalista Linda Maggiori, che ha ricostruito le rotte e la crescente frequenza degli scali delle due navi. Nel frattempo, però, le informazioni sono diventate sempre più difficili da ottenere.

Le navi hanno iniziato in diversi casi a rendere più difficile il loro tracciamento attraverso lo spegnimento dei transponder. Alcuni passaggi sono stati segnalati davanti alle coste israeliane, prima della prosecuzione della navigazione verso il Canale di Suez, o nella direzione opposta.

L’Agenzia delle Dogane, inoltre, non ha fornito le informazioni richieste sui carichi e sulle destinazioni.

Un fatto che assume un peso particolare se letto alla luce di quanto messo nero su bianco dall’Avvocatura dello Stato nel contesto del ricorso al TAR di Bologna e della successiva udienza presso il Consiglio di Stato promosso da Linda Maggiori: «nell'attuale contesto storico politico, in cui, come è a tutti noto, è in corso una guerra mondiale “a pezzi” ed “ibrida” che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia». Non stiamo dunque parlando di un problema astratto.

Stiamo parlando di porti italiani, di navi che trasportano materiale militare, di rotte internazionali e di un Paese che dichiara di non essere parte dei conflitti ma che, allo stesso tempo, è sempre più inserito nei meccanismi logistici che consentono alla macchina bellica di funzionare.

L’ultimo carico della Severine è avvenuto poche settimane fa. L’inchiesta di Linda Maggiori ha documentato proprio nel 2026 la crescente frequenza degli scali delle due navi a Piombino e la presenza di materiale bellico nello scalo toscano. I porti non sono neutrali quando trasportano la guerra. È proprio da qui che dobbiamo partire.

Mentre il nostro Paese aumenta il proprio coinvolgimento nello scenario bellico e mentre il riarmo diventa una delle priorità dichiarate dei governi europei, i lavoratori portuali di Europa e Mediterraneo hanno deciso di rispondere con una mobilitazione internazionale.

Il 30 ottobre sarà la seconda grande giornata internazionale di lotta dei portuali contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione dei porti.

La mobilitazione coinvolgerà organizzazioni sindacali di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia, Marocco e Italia e rappresenterà lavoratori di oltre 40 porti del Mediterraneo e dell’Europa. A questa rete si è aggiunta anche ORSA Porti di Gioia Tauro.

Non è una semplice giornata di testimonianza. È una mobilitazione che nasce dalla consapevolezza che i porti rappresentano uno dei nodi fondamentali attraverso cui passano le merci, le risorse e anche gli strumenti della guerra. Per questo i lavoratori portuali rivendicano che i porti non vengano utilizzati per il trasporto di armi, munizioni, mezzi militari e truppe destinati ai teatri di guerra. E rivendicano che le risorse pubbliche siano destinate ai bisogni sociali, ai salari, alle pensioni, ai servizi pubblici e al lavoro, anziché essere assorbite dai programmi di riarmo.

In Italia l’Unione Sindacale di Base è tra i promotori di questa giornata internazionale, insieme ad ORSA Porti di Gioia Tauro.

Non basta denunciare. Bisogna fermare il meccanismo. Da troppo tempo la guerra viene raccontata come qualcosa che accade lontano. Ma la guerra passa dai nostri porti. Passa dalle navi.Passa dai lavoratori chiamati a movimentare quelle merci. Passa dalle infrastrutture civili trasformate progressivamente in snodi logistici della macchina militare. E passa anche dalle conseguenze economiche che ricadono sulla popolazione: dall'aumento delle spese militari alla sottrazione di risorse ai servizi pubblici, fino all'aumento dei costi dell'energia, dei beni essenziali e soprattutto della benzina

Per questo non possono bastare i comunicati di denuncia. Non possono bastare le dichiarazioni di principio. La mobilitazione del 30 ottobre nasce dalla volontà di intervenire concretamente su uno dei meccanismi che alimentano la guerra: la sua logistica. I lavoratori non vogliono essere considerati semplicemente una parte neutrale della catena ma dicono no alla movimentazione di materiale destinato ai conflitti. Vogliono poter esercitare il diritto all'obiezione di coscienza quando il proprio lavoro viene utilizzato per alimentare una guerra. Vogliono che i porti rimangano luoghi di lavoro e non diventino basi operative della militarizzazione.

È una posizione che comporta anche dei rischi. Significa, per un lavoratore, esporsi alle pressioni delle aziende, a possibili conseguenze disciplinari e al rischio di perdere il proprio posto di lavoro.

Per questo il 30 ottobre non sarà soltanto una giornata contro la guerra. Sarà soltanto la prima tappa di un percorso che dovrà portarci nuovamente in piazza, in massa, per fermare tutto ancora una volta. Una nuova stagione di scioperi, mobilitazioni e di conflitto.

Abbiamo riempito l’Arabia Saudita di armi. E oggi ci chiediamo perché la guerra arrivi fin dentro i nostri confini. Da circa un anno i carichi di armi, mezzi militari ed esplosivi movimentati attraverso il porto di Piombino sono aumentati in maniera…

TOREMAR, LA MOBILITAZIONE PAGA: ORA L’AZIENDA RIAPRA SUBITO IL CONFRONTOLa vertenza aperta da USB per i lavoratori marit...
22/09/2026

TOREMAR, LA MOBILITAZIONE PAGA: ORA L’AZIENDA RIAPRA SUBITO IL CONFRONTO

La vertenza aperta da USB per i lavoratori marittimi Toremar ha già prodotto un primo risultato concreto.
USB aveva proclamato lo stato di agitazione e un primo sciopero dei lavoratori marittimi, successivamente bloccato dalla Commissione di Garanzia e riprogrammato per il mese di settembre. Al centro della mobilitazione c’è una questione che da tempo pesa pesantemente sulle buste paga dei lavoratori: quando un lavoratore va in malattia, la retribuzione che riceve si riduce in maniera significativa.
Una situazione determinata, da un lato, dalla riduzione della percentuale riconosciuta dallo Stato e, dall'altro, da un problema che USB denuncia da tempo: nelle comunicazioni all’INPS l’azienda non considera adeguatamente quella quota di straordinario che, per molti lavoratori, è ormai diventata strutturale e costituisce una componente stabile della retribuzione.
La mobilitazione ha prodotto immediatamente un primo risultato.
L’azienda ha infatti proposto un nuovo addendum al contratto integrativo che prevede una quota di straordinario forfettizzata, con l’obiettivo di farla rientrare nel calcolo della retribuzione comunicata all’INPS. Su una cosa non possono esserci equivoci: questo risultato è figlio della mobilitazione dei lavoratori e dello stato di agitazione proclamato da USB.
USB, tuttavia, ha ritenuto necessario chiedere di rivedere e migliorare la proposta aziendale, perché esistono ancora margini importanti per rendere l’accordo più efficace e maggiormente rispondente alle esigenze dei lavoratori. Per questo abbiamo deciso di mantenere aperto lo stato di agitazione.
In questo percorso è stato fondamentale il lavoro della Prefettura di Livorno, che ha convocato il tavolo di conciliazione consentendo di riaprire un confronto tra le parti.
USB, proprio nell’ambito di quel confronto, ha assunto un impegno preciso: revocare lo stato di agitazione e lo sciopero sulla base della disponibilità dell’azienda a riaprire immediatamente il confronto, coinvolgendo USB e i suoi rappresentanti, per arrivare alla sottoscrizione dell’accordo e, soprattutto, per avviare un percorso finalizzato a migliorarlo e a preparare il terreno per il rinnovo complessivo del contratto integrativo aziendale.
USB ha rispettato gli impegni assunti.
Ora ci aspettiamo che anche Toremar faccia altrettanto, convocando rapidamente un primo tavolo di confronto con USB.
La revoca dello sciopero non significa quindi che la vertenza sia conclusa. Significa, al contrario, che abbiamo scelto di utilizzare fino in fondo lo strumento del confronto, senza rinunciare alla capacità di mobilitazione dei lavoratori.
Per USB ci sono ancora margini di miglioramento e siamo pronti a discuterne con l’azienda, con l’obiettivo di ottenere un risultato concreto per i lavoratori e di affrontare finalmente il tema più generale del rinnovo del contratto integrativo.
Questa vicenda dimostra una cosa molto semplice: quando i lavoratori si organizzano e si mobilitano, i risultati arrivano.
E questo è particolarmente importante in un momento in cui tra i lavoratori marittimi cresce un malessere profondo nei confronti di contratti nazionali che, a fronte dell’aumento del costo della vita e dell’intensificazione dei carichi di lavoro, continuano a prevedere aumenti salariali insufficienti.
Non servono soltanto dichiarazioni.
Serve un’alternativa sindacale forte, capace di organizzare i lavoratori, di intraprendere percorsi di lotta quando necessario, ma anche di sedersi al tavolo delle trattative quando si aprono spazi concreti per conquistare risultati.
USB continuerà a fare esattamente questo: lotta e trattativa, senza rinunciare né all’una né all’altra, con un unico obiettivo: migliorare concretamente le condizioni di lavoro e salariali dei lavoratori marittimi Toremar.

USB Mare e Porti

🚨 EMERGENZA CARO VITA: ADESSO BASTA!📈 INFLAZIONE AL 3,3% IN ITALIAIl livello più alto da settembre 2023.🔥 Energia e carb...
21/09/2026

🚨 EMERGENZA CARO VITA: ADESSO BASTA!

📈 INFLAZIONE AL 3,3% IN ITALIA
Il livello più alto da settembre 2023.

🔥 Energia e carburanti continuano a correre:
• Gasolio da trasporto +26,7%
• Benzina +16,3%
• Gasolio da riscaldamento +31,7%
• Elettricità sul mercato libero +17,9%
• Beni ad alta frequenza d’acquisto +4,3%

💸 A pagare sono ancora una volta famiglie, lavoratori e pensionati, con salari e pensioni sempre più erosi dal caro vita.

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Indirizzo

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Livorno
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Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:00
Martedì 09:00 - 12:00
16:00 - 18:00
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16:00 - 18:00
Giovedì 09:00 - 12:00
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